Cosa succede in Medio Oriente:

  • I piani di Netanhayu sulla West Bank
  • Veicoli turchi entrano in Siria
  • Trump licenzia Bolton: cambierà l’approccio con Teheran?
  • Putin e Netanhayu: l’uno ha bisogno dell’altro

Commento di Giuseppe Palazzo


La West Bank nella campagna elettorale israeliana

A una settimana dalle elezioni in Israele Benjamin Netanyahu ha messo sul tavolo elettorale la promessa di annettere la Valle del Giordano (1/3 della West Bank), l’unica frontiera esterna di terra dei Territori Palestinesi. In realtà la Valle è sotto la cosiddetta area C (accordi di Oslo), per cui è sotto il fattuale controllo di Israele che la considera strategicamente essenziale per la sicurezza nazionale. Ciò prevede che Israele ha il diritto di imporre la legge, regolare piani edilizi a tutto vantaggio delle colonie israeliane e a discapito della sicurezza delle comunità palestinesi in loco. L’area costituisce un importante retroterra strategico del piccolo stato ebraico, il quale si è ritrovato a dover combattere guerre preventive data la piccola dimensione geografica. Ampliare la propria profondità strategica e allontanare il proprio “centro di gravità” (Clausewitz). Nonostante la condanna dei 22 paesi della Lega Araba, nessuno muoverà un dito nel caso Bibi dovesse mettere in pratica la sua promessa. La Giordania non ne ha la forza e gli stati arabi del golfo sono eccessivamente coinvolti nella guerra in Yemen e nel confronto con Teheran. A questo scopo la partnership con Israele si è rivelata un asse importante. Dunque, la sensibilità realista di bilanciare il potere iraniano oscurerà necessariamente la storica fedeltà araba alla causa palestinese, oramai ridotta a pura retorica. Inoltre la stessa soluzione a 2 stati è già considerabile irrealistica a prescindere dall’annessione israeliana, la quale, però, circondando un potenziale stato palestinese, renderebbe ulteriormente più difficili eventuali trattative di pace nel medio/lungo termine.

Stati Uniti, Turchia e la zona di sicurezza: sicurezza per chi?

Veicoli armati turchi sono entrati in Siria nelle regioni controllate dai curdi. Il pattugliamento rientra nel quadro della creazione di una zona di sicurezza al confine turco in accordo con gli Stati Uniti. L’interesse strategico della Turchia in Siria è la protezione del confine esterno meridionale. Data l’espansione curda, i quali sono arrivati a controllare circa ¼ della Siria, si è accresciuto il timore di uno stato curdo al confine con la Turchia che potesse incentivare il dissenso dei curdi di Turchia, giungendo, potenzialmente, alla frammentazione dello stato Turco. L’accordo di Turchia e Stati Uniti è quello da un lato di proteggere i confini turchi creando una sorta di zona cuscinetto, dall’altro la buffer zone avrebbe la stessa funzione per i curdi, fiancheggiati dagli USA nella guerra contro Daesh e minacciati d’intervento militare unilaterale da Erdogan. Infatti la Turchia è entrata in territorio siriano 2 volte, nel 2016 e nel 2018. Tra i comandi turco e americano non c’è però accordo sulla profondità della zona di sicurezza. Secondo gli americani dovrebbe essere di circa 10 chilometri, mentre i turchi la estenderebbero fino a 30 chilometri. Inoltre su un altro fronte Erdogan sta accusando la pressione di un nuovo esodo migratorio da sud. Ankara ha sottolineato che non è in grado di accogliere un nuovo flusso di persone che l’opinione pubblica turca vede sempre più negativamente. In più, il tema migratorio è la più classica arma di ricatto che Erdogan può usare nei confronti delle potenze europee, mettendo sul tavolo anche il sostegno europeo alle azioni turche in Siria.

Via Bolton: sarà la svolta tra Washington e Teheran?

John Bolton è stato licenziato dal ruolo di Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Il suo ruolo è stato importante per quanto riguarda l’adozione di una linea dura con Teheran. Tuttavia Bolton sarebbe probabilmente andato molto più in là di Trump nell’escalation con l’Iran. Le vedute del Consigliere e del suo Presidente erano sostanzialmente diverse dato che Trump mira esclusivamente a un migliore accordo che preveda anche limiti da apporre all’influenza iraniana nella regione. Bolton sarebbe stato disposto a puntare a un regime change e al rischio di un confronto militare con l’Iran in caso quest’ultimo non avesse ceduto alle richieste americane (sostanzialmente ritiro del sostegno ai proxies e fine programma nucleare e balistico). Tuttavia è da sottolineare che la tattica della “massima pressione”, nonché il duro approccio negoziale non saranno dismessi dall’oggi al domani. Le priorità di Washington sulla stabilità e l’equilibrio tra potenze in Medio Oriente non subiscono alcun cambiamento. Trump non può rinunciare improvvisamente al “guadagno” negoziale ottenuto dal ritiro dal JCPOA e dall’aumentare delle tensioni. Il Presidente americano ha fatto crescere la posta in gioca nella relazione con l’Iran mettendo in campo elementi come l’influenza della Repubblica Islamica in Iraq e nel Levante e il programma balistico. E’ difficile dunque un’attenuazione delle pressioni nell’immediato dato anche il recente rigetto della proposta di mediazione francese e il ribadimento iraniano di non essere disposti a trattare fino a quando gli Stati Uniti manterranno le sanzioni economiche.

(Da Marco Limburgo, Putin – Netanyahu: le ragioni di un incontro, 12 settembre)

“Nella giornata di giovedì il primo ministro Netanyahu volerà a Sochi, sulle rive russe del Mar Nero, per incontrare il presidente della Federazione russa Vladimir Putin. Il vertice di Sochi vedrà il leader dello stato ebraico recarsi in Russia cinque giorni prima delle elezioni di settembre, tra le più importanti e strategiche della giovane storia dello stato ebraico… Il meeting, che segue quello di aprile antecedente alla prima (e fallimentare) tornata elettorale, sarà un occasione per discutere dello scottante dossier siriano dove da mesi si gioca una partita geopolitica intricata e delicatissima tra le forze armate dello stato ebraico e le milizie sciite che fanno riferimento a Teheran. La Russia ad oggi mantiene un forte controllo militare oltre che una notevole influenza politica sul regime redivivo di Assad e Netanyahu intende incrementare la pressione con l’obiettivo di costringere il Cremlino a contenere l’ingerenza parastatale iraniana all’interno dei confine siriano e a pochi passi dal conteso confine del Golan.”

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