l primo ministro Kosovaro, Ramush Haradinaj, il 19 Luglio ha consegnato le sue dimissioni dopo essere stato richiamato dal Tribunale penale internazionale per l’ex- Jugoslavia (TPIJ) per essere interrogato, per la terza volta, come sospettato per crimini di guerra. Qualora dovesse andare nuovamente a processo, però, la vicenda potrebbe davvero condizionare per sempre il futuro politico del Kosovo.

Dieci anni di guerre nell’ex-Jugoslavia non hanno prodotto vincitori e vinti. Quello che è avvenuto nei Balcani occidentali è stata una mattanza inspiegabile, un fratricidio, la distruzione di una nazione, del multiculturalismo, della fratellanza e della convivenza. Valori che, probabilmente, purtroppo non sono mai esistiti. In questa tragedia, non importa come la storiografia occidentale abbia voluto raffigurare alcuni come oppressi e altri come oppressori, i crimini di guerra sono stati effettuati da tutte le fazioni, nessuno escluso. E le vittime non sono i bosgnacchi, i kosovari o i croati. Le vittime sono tutte quelle persone che un giorno si consideravano jugoslavi e quello dopo sono stati massacrati dai loro fratelli, cugini, amici, colleghi, vicini. Non ci sono vincitori e vinti, e non esiste una nuova nazione giusta e una sbagliata.

Le guerre in Jugoslavia hanno prodotto, invece, molti criminali di guerra. Molti dei quali non hanno mai o non hanno ancora scontato le loro pene per gli orrori compiuti. Che tu sia serbo, croato o kosovaro non è importante, perché sai che un giorno potresti svegliarti ed essere richiamato dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Yugoslavia. E così è successo a Ramush Haradinaj, il primo ministro del Kosovo. Haradinaj, però non è semplicemente un primo ministro. Negli ultimi anni Novanta il suo nom de guerre era Rambo, leader dell’UCK (Esercito di liberazione del Kosovo) nella zona occidentale del Kosovo.

Già nel 2002 era stato accusato dal tribunale dell’Aja per crimini di guerra, nel 2008 era stato rilasciato e infine nel 2012 era stato definitivamente assolto in sentenza definitiva.

Haradinaj era stato accusato di aver portato avanti la pulizia etnica dei serbi kosovari nella regione di Dukagijn, oltre ad aver ucciso e torturato tutti coloro i sospettabili collaboratori dei serbi a Jablanica, nel Kosovo occidentale. Il Rambo kosovaro era stato accusato di crimini di guerra e contro l’umanità a partire da marzo 1998, accuse fatte cadere una prima volta nel 2008, un processo definito “senza testimoni”, a causa degli atti intimidatori che vennero perpetrati nei confronti dei testimoni, intimidazioni ripetute poi anche successivamente.

Già nel 2007, quando fu arrestato e trasferito all’Aja, Haradinaj aveva attuato la mossa politica di dimettersi dalla sua carica pubblica, sapendo di essere considerato uno dei politici più influenti ed internazionalmente approvati sulla scena politica kosovara. Questa strategia, accompagnata dalle pressioni statunitensi e dell’UMNIK verso il tribunale nel rilasciare Ramush, ebbe un ruolo decisivo nella sua scarcerazione. Quando tornò a Pristina, infatti, venne accolto quasi come un eroe nazionale.

Nel 2010, però, Haradinaj venne di nuovo convocato all’Aja, in un processo che venne considerato quasi sanguinario. Molti dei testimoni dovettero essere scortati in tribunale, mentre diversi altri scomparvero per motivi ignoti, molti in incidenti stradali o a causa di colpi di pistola. Durante il processo, l’attività intimidatoria nei confronti dei testimoni fu considerata quai certa, ma Haradinaj venne scagionato in sentenza definitiva nel 2012 in quanto non considerato colpevole da tutti i capi d’accusa oltre che per mancanza di prove e testimonianze sufficienti.

La storia, nel 2019, si ripete di nuovo. Haradinaj è stato richiamato all’Aja per un interrogatorio in quanto sospettato criminale di guerra, e, secondo lo stesso copione, ha dato le sue dimissioni da primo ministro, sostenendo di voler essere interrogato come sospettato e non come leader del Kosovo. Il film è sempre uguale, ma Haradinaj ha annunciato che il governo attuale continuerà a lavorare nonostante tutto, e di voler essere giudicato solo in quanto difensore del suo paese.

Le dimissioni furono già strategiche più di dieci anni fa e chi sa se lo saranno anche questa volta, considerando il fatto che Haradinaj è stato ed è ancora il politico più influente del paese oltre che ad avere importanti agganci internazionali sul lato euro-atlantico. Ciò che, però, stavolta rende la situazione più complessa è proprio il momento storico in cui il “difensore” del Kosovo è stato richiamato al tribunale.

Sul livello politico interno kosovaro, le dimissioni del primo ministro potrebbero far vacillare la coalizione di governo, proprio in un momento in cui si trova a dover affrontare riforme necessarie per risolvere i problemi occupazionali ed economici del paese oltre che trovare una soluzione per rilassare le tensioni con la Serbia. Ed è proprio il dialogo con Belgrado che rischia di essere messo di fronte ad un bivio. Prima di tutto, perché le dimissioni del premier e un conseguente indebolimento del governo potrebbero fermare momentaneamente i negoziati per lo scambio di territori. Dall’altra parte, potrebbe anche portare ad una risoluzione più veloce riguardo la questione territoriale, dal momento in cui Haradinaj si era fortemente opposto al disegno di scambio di territori discusso dal Presidente della Repubblica kosovaro Hashim Thaci e dal presidente serbo Aleksandar Vucic, un processo che era riuscito a rallentare soprattutto grazie alla sua decisione di innalzare i dazi sui prodotti serbi al 100%, una mossa fortemente criticata dalla comunità internazionale.

Ridisegnare i confini tra Serbia e Kosovo sembra al momento l’unica soluzione possibile per risolvere la questione dell’indipendenza kosovara, l’integrazione europea di Serbia e Kosovo e la stabilizzazione dell’area Balcanica. Ciò che però al momento potrebbe portare tutto ad una svolta decisiva è proprio l’ennesima indagine di Rambo da parte del Tribunale penale internazionale per l’ex-Yugoslavia. Non nel 2008, non nel 2012, ma è proprio nel 2019 che stavolta le sorti di Haradinaj potrebbero cambiare quelle del suo paese.

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