Negli ultimi decenni la R.P.C. ha condotto un progressivo allargamento della propria frontiera strategica sul Mare della Cina Meridionale, questo secondo il governo di Pechino si dovrebbe all’aumento del perimetro territoriale imprescindibile per la sicurezza nazionale, includendovi in essa anche gli spazi di interesse di Filippine, Malaysia, Brunei, Indonesia, Singapore, Thailandia, Cambogia e Vietnam e anche alcune aree ad ovest dello Stretto di Malacca finora estranee alla cultura strategica cinese. Ma siamo sicuri che sia questo il vero motivo e non le ingenti risorse energetiche presenti nel Mar Cinese Meridionale?

Il 15 giugno 2019 un peschereccio cinese nel Mar della Cina meridionale ha colpito, arrecando seri danni, una imbarcazione filippina. Il governo cinese nega che la collisione sia stata volontaria anche se già da tempo, in quella parte di Oceano Pacifico gli attriti tra Cina e Filippine ( e non solo) rischiano di degenerare in un’escalation militare. Basti pensare a quanto accaduto l’8 febbraio scorso, quando la Cina ha inviato attorno alle isole Spratly, situate nel conteso Mar cinese meridionale, qualcosa come 100 navi civili per cercare di ostacolare lavori avviati dalle Filippine di Thitu[1].

Ma perché il mar cinese meridionale è così conteso?

Nel Pacifico, in acque apparentemente economicamente meno interessanti rispetto a quelle medio-orientali, ormai da anni si combatte quasi ininterrottamente una guerra di tensione tra diversi attori asiatici per l’egemonia strategica. Questo tratto di Oceano viene definito etimologicamente come mare, ma geograficamente denota delle caratteristiche interessanti, ha una superficie di circa 3.500.000 km², che lo rende la terza porzione di mare più grande al mondo dopo i cinque oceani, il Mar dei Coralli ed il Mar Arabico e fattore ancora più importante è che su di esso si affacciano Cina, Taiwan, Filippine, Malaysia, Brunei, Indonesia, Singapore, Thailandia, Cambogia e Vietnam.

Ciò che rende il Mar Cinese Meridionale oggetto di dispute ininterrotte ormai da anni, oltre all’importanza geostrategica di cui si è appena parlato, è la sua importanza economica, in quanto costituisce una delle rotte marittime più trafficate al mondo per collegare Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Cina; quest’ultima contribuisce per il 16% al pescato mondiale con i suoi 14,8 milioni di tonnellate annue. Tale incremento è da attribuirsi alla necessità di soddisfare il fabbisogno cinese, che aumenta vertiginosamente di anno in anno contribuendo ad aumentare la pressione sulle acque del Mar Cinese Meridionale a danno degli altri competitor; oltre a ciò non va dimenticato un altro fatto che rende il mar cinese mira e preda dell’espansionismo di Pechino, nei fondali vi sono ingenti giacimenti di petrolio e gas naturale.[2]

Il Mar Cinese Meridionale e’ attraversato da tensioni e controversie anche per la fitta presenza di isole e arcipelaghi, tra cui quello delle Spratly e delle Paracelso, le isole Pratas, Macclesfield Bank, ScarboroughShoal.

Una buona parte di queste piccole isole sono tuttora oggetto di disputa tra Cina, Taiwan, Vietnam, Filippine, Brunei e Malaysia; ciascuno rivendica la rispettiva sovranità sugli arcipelaghi, specialmente sui gruppi di Spratly e Paracelso, isole strategicamente inutili ma economicamente vantaggiose in quanto ritenute ricche di gas e petrolio.

In questo complesso mosaico di dispute territoriali e mire energetiche, in virtù di status di potenza mondiale che ha acquisito negli ultimi decenni non vi è coinvolta solo la Cina, ma anche attori di secondo rilievo che nello scacchiere internazionale godono di minore influenza geostrategica come il Vietnam, le Filippine, il Brunei, Taiwan e la Malaysia.

Copyright Immagine “Treccani”

La Cina, come grande potenza egemone dell’area, in netta crescita rispetto al Giappone, rivendica il 90% delle isole come proprio territorio nazionale, secondo la cosiddetta ‘nine-dash line’ (la linea dei novi punti, formulata peraltro dal governo del leader nazionalista Chiang KaiShek nel 1947, sconfitto dai comunisti di Mao, e fatta propria nel 1949 dal premier cinese Zhou Enlai), che comprende territori rivendicati anche da altri Paesi del sud-est asiatico, come Vietnam e Filippine.

Va ricordato che quanto accaduto il 15 giugno scorso è stato l’incidente più grave finora nelle acque contese, che coinvolgono pescatori dei due vicini (Cina e Filippine). I conflitti territoriali, che coinvolgono anche Vietnam, Malesia, Taiwan e Brunei, sono stati a lungo temuti come un potenziale punto di infiammabilità in Asia. Le tensioni si sono intensificate negli ultimi anni dopo che la Cina ha trasformato sette barriere contese in isole artificiali, che possono fungere da avamposti militari e intimidire i rivali nel corso d’acqua strategico. Gli Stati Uniti hanno accusato la Cina di militarizzare la regione e hanno effettuato pattuglie di “libertà di navigazione” per sfidare le affermazioni di Pechino.

Duterte è stato criticato per il suo silenzio sull’incidente. Nel complicato contesto asiatico le ambizioni cinesi sono state più volte contrastate in via ufficiale anche dagli Stati Uniti che da tempo assicura che la libera circolazione nell’area costituisce “interesse nazionale americano”.

[1]https://www.askanews.it/esteri/2019/02/08/cina-manda-100-navi-civili-attorno-a-isola-contesa-con-filippine-pn_20190208_00037/

[2]https://thediplomat.com/2018/12/the-geopolitics-of-oil-and-gas-in-the-south-china-sea/

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