Il Qatar fa da mediatore tra le parti coinvolte contribuendo alla formazione di un nuovo ordine regionale; il 29 febbraio l’inviato speciale degli Usa Zalmay Khalilzad e il leader politico talebano Mullah Abdul Ghani Baradar hanno firmato un accordo volto a metter fine al conflitto tra Talebani e Stati Uniti.

Nonostante lo scetticismo riguardo l’efficacia dell’accordo stesso, quest’ultimo rappresenta senza dubbio un notevole passo avanti per la conclusione di un conflitto iniziato nel 2001 quando, in seguito agli attacchi dell’11 settembre, le autorità statunitensi hanno avviato una serie di raid aerei sul territorio afghano. Come dichiarato dal presidente americano George W. Bush, l’obiettivo principale consisteva nel diminuire le capacità militari del regime dei Talebani, un movimento a carattere prevalentemente religioso sorto agli inizi degli anni novanta, oltre che ostacolare l’impiego del territorio afghano come base per ulteriori operazioni terroristiche.

L’accordo, al quale si è giunti dopo una lunga serie di consultazioni iniziate nel 2001, e in particolare a seguito di un’intensificazione delle trattative a partire dal 2018, consta di quattro punti e prevede: un ritiro delle truppe statunitensi e della NATO dall’Afghanistan entro i 14 mesi seguenti alla firma dell’accordo; l’impegno da parte dei Talebani ad astenersi da qualsivoglia attività su territorio afghano che possa mettere a rischio la sicurezza statunitense;l’inizio di un dialogo intra-afghano a partire dal 10 marzo; un cessate il fuoco permanente.

A fare da mediatore tra le parti è stato il Qatar. Il Paese, pur non avendo alcun interesse geopolitico in Afghanistan, ha dimostrato con discrezione di avere le capacità necessarie per facilitare un graduale processo di riconciliazione, riuscendo a portare al tavolo dei negoziati la commissione politica del gruppo armato e ospitando le trattative tra i due attori coinvolti.

Non è questa la prima volta in cui Doha svolge un simile ruolo nella risoluzione di controversie. In particolare, lapolitica della porta aperta nei confronti di Teheran e il sostegno fornito alle iniziative militari, politiche e culturali statunitensi hanno permesso al Qatar di bilanciare gli interessi contrastanti esistenti tra gli Usa e l’Iran. Inoltre, la costante ricerca di contatti, tanto con gli ufficiali israeliani – l’ufficio per il commercio israeliano apre le sue porte in Qatar nel 1996 – che con le fazioni palestinesi, fornisce al Paese un ruolo chiave anche in rapporto alla questione israelo-palestinese.

Dalla politica estera qatarina fondata sulla mediazione evince la capacità di Doha di contribuire in maniera effettivaalla formazione di un nuovo ordine regionale confutando l’idea secondo cui piccoli Stati abbiano un’influenza minima sul panorama geopolitico regionale e/o internazionale. Ciò mette in dubbio alcune delle assunzioni base di un approccio realistico alle relazioni internazionali secondo cui piccoli stati, a causa della mancanza di ingenti risorse materiali, risultino incapaci di influenzare il contesto geopolitico esistente e siano dunque costretti ad un atteggiamento di bandwagon. In base a questo assunto, i piccoli Stati, privi di risorse, sarebbero costretti a formare alleanze e vendere il proprio supporto politico in cambio di sicurezza e difesa fornita loro dalle grande potenze.

In riferimento alla situazione qatarina, la fornitura di assistenza alle operazioni militari statunitensi ha sicuramente garantito al Paese un più alto livello di sicurezza e ne ha rafforzato le capacità militari – è grazie all’appoggio e al sostegno statunitense che il Paese ha potuto prendere parte all’intervento umanitario in Libia, contribuendo alla caduta del regime di Gheddafi.

Malgrado ciò, la politica estera della dinastia Al-Thani resta indipendente e autonoma: risorse, capacità e strumenti sono da considerare non unicamente in termini militari. Il potere del Qatar trova le sue radici nella presenza di una leadership forte capace di salvaguardare gli interessi del paese attraverso le giuste coalizioni, l’appoggio dell’opinione pubblica e il sostegno degli attori della politica interna, ma anche e soprattutto in una solida base ideologica e culturale di cui si fa promotrice la rete televisiva satellitare Al-Jazeera che è arrivata a creare timori anche oltreoceano. Hilary Clinton, allora Segretario di Stato degli Stati Uniti, in un discorso al Senato1 nel 2011 fa riferimento ad una guerra dell’informazione dalla quale Washington rischiava di uscirne sconfitta proprio dalla rete televisiva con base a Doha.

Timori si sono diffusi anche nel vicino Medio oriente dove il 5 giugno 2017 Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrain hanno deciso di interrompere le proprie relazioni diplomatiche con il Qatar. La decisione è stata seguita dal tentativo di avere un controllo più o meno evidente sulla politica della dinastia regnante attraverso un insieme di 13 richieste in cambio di una rimozione delle sanzioni economiche e diplomatiche contro il paese. Le misure intendono prevalentemente limitare l’intromissione del Qatar nelle questioni inerenti alla politica interna dei paesi del GCC, prevedono un allineamento di Doha con gli obiettivi politici, militari, sociali ed economici degli altri paesi del Golfo e sollecitano una diminuzione dell’appoggio fornito alle agenzie di stampa che il “Quartetto Arabo” considera una minaccia per la stabilità del Medio oriente. Viene inoltre richiesto di interrompere qualsiasi legame con la Fratellanza Musulmana e di porre fine ai finanziamenti a favore delle organizzazioni designate come terroristiche dagli stessi paesi del GCC.

Alla luce di quanto esposto, risulta evidente che il soft power qatarino, rappresentato dal suo attivismo diplomatico e dalla sua capacità mediatica, ha consentito al Qatar di assicurarsi una posizione di rilievo nella comunità internazionale.

La neutralità del paese e il ruolo da mediatore assunto nel tentativo di risolvere le controversie esistenti nella regione Medio orientale rendono Doha parte di una lotta alla leadership regionale.

FONTI:

https://www.youtube.com/watch?v=m1p-E2xmpjA

The following two tabs change content below.
Martina Brunelli

Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa pressol’università degli studi di Napoli“L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la miavoglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire imiei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla provae di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa,la macro-areadi cui mi occuponelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre,di confrontarmi con un ambiente giovanilema allo stesso tempo stimolante.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: