Fa discutere tanto la nuova riforma costituzionale proposta dal Movimento 5 Stelle, si parla di un importante traguardo per i pentastellati, con ben 345 poltrone in meno cambia la fisionomia del Parlamento italiano (sia del Senato che della Camera) e sarà molto interessante osservare come questo grosso cambiamento andrà a condizionare il futuro dell’Italia, a partire dalla legge elettorale.

Chiediamoci: quali sarebbero i pro di questo taglio dei parlamentari? E soprattutto, quali sono i contro?

Partiamo dal primo impatto che ha avuto la riforma sull’opinione pubblica. Una gran fetta del popolo italiano è entusiasta di questo “snellimento” del Parlamento, della rimozione di ben 345 poltrone che negli occhi dell’italiano medio altro non sono diventate che una scusa per occupare ruoli di prestigio del tutto immeritati. Il popolo italiano ormai da parecchio tempo a questa parte guarda alle istituzioni con diffidenza, puntando spesso il dito contro i suoi esponenti, mandarne 345 a casa è sicuramente un bel segnale “verso il basso” oserei dire che rende soddisfatti molti cittadini italiani. Negli ultimi anni il rapporto tra elettore ed eletto è andato sempre più deteriorandosi nell’immaginario collettivo, basti pensare alla deriva negativa che ha preso il termine “poltrona”. È una parola che ha ormai assunto un significato molto importante, sempre più spesso ormai si è parlato di poltrone invece che di deputati o senatori, perché l’idea di fondo ormai radicata in molti cittadini italiani è che stare in Parlamento non significa essere rappresentanti dei cittadini e dei loro interessi, bensì stare “seduti su una poltrona”. Comodi, tranquilli, rilassati sui privilegi, un punto d’arrivo che viene osservato quasi con disprezzo. Dire “sei come un politico” rappresenta quasi un insulto ai giorni nostri, va sempre più perdendosi il concetto di rappresentanza del popolo e chi sta lassù viene indicato come nullafacente, approfittatore e truffatore dei cittadini italiani, una visione che ormai dilaga e soprattutto viene dilagata dagli stessi che stanno in politica e che hanno promosso una riforma di tal portata. “Meno persone ci sono a non far nulla meglio è” direbbero molti cittadini italiani.

E in fondo, sotto un certo punto di vista, come dar torto ai cittadini italiani che nell’arco dell’ultimo decennio hanno visto cadere un governo dopo l’altro? Tra alleanze improbabili e continui sconvolgimenti nello scenario politico italiano, la vita istituzionale è ormai sempre più distante da quella gente che ormai la ripudia e la guarda con disprezzo. Ecco perché non si parla più di deputati o senatori, bensì di poltrone. Ormai stare lassù è, per gli italiani, solo stare comodi su una poltrona.

Ma andiamo un attimo a osservare le conseguenze meramente tecniche di questa drastica riforma. Il Movimento 5 Stelle ha promosso la riforma puntando forte sul grande risparmio della spesa statale per i costi della politica (si parla di 500 milioni risparmiati ogni legislatura) e sul maggior apporto all’efficienza del lavoro delle due Camere finora. Il taglio di ben 345 parlamentari prevedere la modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione portando il numero dei parlamentari a 600 (400 deputati e 200 senatori), implicando un taglio di senatori eletti all’estero (non più 6 bensì 4), dei senatori a vita nominati dal Presidente della Repubblica (non oltre i 5) e dei senatori per ogni regione o provincia autonoma che passeranno da 7 a 3 (eccezione per Molise e Val D’Aosta che ne avranno rispettivamente 2 e 1).

Stiamo parlando di una riforma costituzionale, quando il testo non viene approvato in seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti, 500mila elettori, 5 consigli regionali o 1/5 dei parlamentari possono richiedere un referendum confermativo (l’11 luglio, al Senato, solo in 180 hanno votato sì, numero inferiore ai due terzi). Situazione che si fa più ingarbugliata del previsto, in quanto il referendum confermativo potrebbe riservare dei colpi di scena visto e considerato l’evolversi dello scenario politico e, soprattutto, degli “schieramenti”. La Lega ha sempre sostenuto il taglio finora ma resta da capire che ruolo reciteranno nel momento decisivo (stanno pur sempre all’opposizione adesso), gli esponenti del PD sono passati nel giro di poco tempo da un secco no a un sì, è più che legittimo supporre che alcuni voti possano ancora “balzare” da un lato all’altro un po’ come successo finora…

Ma cosa simboleggerebbe veramente il taglio di 345 parlamentari?

Si è parlato più volte di risparmio sui costi della politica. Diamo per assodato che le stime di risparmio portate avanti dal Movimento 5 Stelle siano vere, 500 milioni risparmiati a legislatura sono davvero così tanti? Possono sembrar tanti 500 milioni nelle tasche di una persona qualunque, senza dubbio, ma mi sembra un po’ poco per un Paese gridare al successo in caso di risparmio di una cifra del genere. Diciamo che è come, per una persona qualunque, risparmiare un caffè preso al bar ogni mattina…

E che dire della questione della rappresentanza? Il numero dei parlamentari non è mai stato scelto a caso, bensì è sempre stato stabilito dal rapporto numerico tra eletti ed elettori. Un taglio dei parlamentari causerebbe quindi un drastico cambiamento alla proporzione, con un deputato o senatore che diventerebbe rappresentante di molti più cittadini. Senza contare che la riforma andrà giocoforza a influenzare molti altri aspetti tra cui spicca la riforma della legge elettorale, senza la quale basterebbero percentuali molto basse per raggiungere maggioranze assolutamente in Parlamento. E i partiti più piccoli? La soglia di sbarramento rischia di alzarsi, sarà sempre più difficile per i cittadini italiani poter “spaziare” nelle proprie scelte di voto e avere la possibilità di dare la propria voce in Parlamento. Ecco perché non finisce qua, la riforma ne prevede un’altra a sua volta, in questo caso riferita alla legge elettorale (proporzionale o maggioritaria che sia).

Il taglio dei parlamentari prevede dunque la revisione di una legge elettorale, quindi, modificare la legge elettorale (ricordiamo che NON È costituzionalizzata) è necessario per andare incontro ai potenziali inconvenienti causati dal taglio. Cosa impedisce un domani una nuova modifica per permettere ai governi di trarne un vantaggio? Questo rischio di instabilità è giustificato dalla riduzione dei costi della politica che sono stati stimati?

Le poltrone tagliate rendono più forti quelle che rimangono, e se il taglio dei parlamentari non fosse altro che un modo per rendere ancora più comode le poltrone “sopravvissute”? Abbiamo parlato prima del rapporto sempre più distante tra elettori ed eletti, eppure sembra che la nuova riforma piuttosto che riavvicinare le due parti rischi concretamente di allontanarle. Se prima entrare in Parlamento consisteva far parte di una “casta”, perché adesso che è persino più difficile entrarvi dovrebbe essere diverso?

Non stiamo più a chiederci cosa si debba fare per stare in Parlamento, non ci interessa più valorizzare il concetto di rappresentanza degli interessi dei cittadini, non ci interessa più valorizzare le opinioni e portarle in Parlamento. Abbiamo perso questo focus da tempo e la nostra visione dei parlamentari è ormai sempre più sostituita da quella di “poltronari”, fa strano sentire in giro le opinioni di molti cittadini che sono felici all’idea di perdere 345 potenziali rappresentanti al Parlamento non rendendoci conto di quanto rischiamo di perdere voce sul destino del nostro Paese.

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Stefano Privitera

Stefano Privitera

Stefano Privitera. Laurea in Relazioni Internazionali. Per lo IARI analizza la politica interna italiana
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