Le origini

Nella conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile che si tenne a Rio de Janeiro nel 1992, veniva introdotto il concetto di compatibilità tra gli imperativi dello sviluppo economico e le esigenze della tutela ambientale. Cambiava anche la percezione circa la dimensione dei problemi ambientali che non venivano più percepiti come fenomeni nazionali, ma come transnazionali e globali e che richiedevano la cooperazione internazionale per essere affrontati. Il termine blue economy cominciò ad emergere prima e durante la conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20 che si tenne sempre a Rio de Janeiro nel 2012. L’allora Presidente della World Bank Robert Zoellick (2012) si espresse così: oceans are the home of an under-recognized and under-appreciated “blue economy”. At a time when the world is looking for sources of growth, there is huge potential for “blue growth” –wisely preserving and investing in the value of ocean ecosystems to fight poverty and improve lives. L’eredità che Rio+20 ci lascia in relazione al concetto di blue economy si declina in quattro punti tutti basati sul rapporto tra uomo e oceano in chiave di sviluppo economico: oceans as natural capital, oceans as good business, oceans as integral to Pacific Small Island Developing States, and oceans as small-scale fisheries livelihoods.

 Il primo ad introdurre il concetto di blue economy fu, probabilmente, l’economista belga Gunter Pauli. Lo fece ispirandosi alla biomimesi, ovvero, guardare al processo naturale che trasforma i rifiuti in materie prime come modello di ispirazione per un nuovo sistema economico che non produca nessun tpo di rifiuto. Anche se non esiste una definizione unica, oggi la blue economy costituisce un insieme di idee basate su uno sviluppo degli oceani e delle coste che non produca nessun tipo di emissione atto a migliorare tecniche di produzione e trasformazione con vantaggi ambientali, sociali ed economici. Più semplicisticamente, si basa sul concetto che crescita economica e conservazione ecologica, piuttosto che vivere in un rapporto antitetico, siano complementari. Oltre all’assenza di un’unica e universale definizione, gli esperti lamentano anche l’assenza di un chiaro application framework e di guidelines in cui vengano delineati chiaramente gli obiettivi e implementati action plans, cosa che probabilmente, ne sta condizionando l’applicabilità e l’efficienza.     

Applicazione in Artico

Proprio a causa della mancanza di un’unica definizione di blue economy, la stessa natura di questo concetto trova ragione di esistere soprattutto in base a specifici luoghi e situazioni. Non sembra errato quindi poter parlare di una regionalizzaione della blue economy che si sviluppa in modo profondamente diverso a seconda della zona considerata. Nello stesso Artico possono essere individuate diverse zone, l’una differente dall’altra, in cui il cambiamento climatico, lo sviluppo tecnologico e la domanda economica hanno giocato un ruolo diverso sull’implementazione della blue economy. Tuttavia sussistono alcuni trend comuni legati al cambiamento climatico che ne possono condizionare lo sviluppo futuro. Probabilmente la minaccia più imminente è l’acidificazione degli oceani che, alterando la chimica delle acque, può influenzare le prospettive di pesca e acquacoltura, i mezzi di sussistenza, le culture e le identità stesse di molti protagonisti della regione artica. Passi per la mitigazione delle minacce all’ambiente e all’applicabilità e sviluppo di una blue economy artica ne sono stati fatti: nel 2018 è stato firmato un accordo a Ilulissat, in Groenlandia, che vieta la pesca commerciale nella parte centrale dell’Oceano Artico per un periodo di sedici anni. Russia, Cina, Stati Uniti, assieme ad Unione Europea, Canada, Danimarca, Islanda, Giappone, Repubblica di Corea e Norvegia hanno dato prova che la multilateralità nell’affrontare tematiche di natura transnazionale è possibile, oltre che necessaria. Un importante gap della governance dell’Oceano Artico è stato colmato, dando un unico e potente segnale per la protezione di un ambiente così fragile e per le generazioni future.   

Il recente studio condotto da Raspotnik, Østhagen e Colgan si basa sul concetto di regionalizzazione della blue economyche sviluppa determinate caratteristiche in base ad un determinato utilizzo delle risorse marine. I ricercatori hanno individuato quatttro stadi dello sviluppo della arctic blue fishing economy nell’area dell’Alaska e nel Nord della Norvegia, Paesi che offrono modelli di pesca sostenibile e della gestione dell’industria di acquacoltura tra i migliori al mondo.

  • Attention: la cura da parte dei policy makers ed investitori sulle possibilità correlate ad una crescita economica guidata da un giusto utilizzo delle risorse marine e alla necessità di farlo in modo da rimediare ai danni perpetrati in questi anni e di prevenirne ulteriori in futuro.
  • Planning: una strategia che identifichi settori come la pesca, i minerali, i trasporti, il turismo, l’energia, e il contesto specifico di una regione costiera. La pianificazione deve basarsi sul rapporto che vige tra l’attività economica e l’impatto ecologico includendo valutazioni su fattori locali e non.
  • Focused implementation. La necessità di trasformare la pianificazione in azione si struttura a livello di policy e sviluppo di progetti specifici. Ma le opportunità di sviluppo dovranno essere valutate sia a livello ecologico che economico. Motivo per il quale è necessario un processo che integri, piuttosto che separi, aspetti ambientali ed economici.
  • Broad implementation. Grazie all’esperienza acquisita dalla fase 3 necessaria alla realizzazione dei progetti immaginati nella fase 2, questo step prevede l’allargamento a settori economici e sistemi ambientali più ampi e diversificati.

 

Nonostante la regionalità e settorialità della blue economy prese in esame nello studio sopra citato, la roadmap costruita nello studio offre un framework per lo sviluppo e l’implementazione di blue economy in altre regioni dell’Artico che tengano conto dei valori locali e che si basino sulla potenzialità delle tecnologie. Al di là dei bisogni e dei valori locali, il concetto universale che la blue economy porta con sè è la creazione di un sistema che veda lo sviluppo economico affiancato e supportato da uno sviluppo ambientale che vada a migliorare un sistema preesistente e che magari vada a risolvere i danni e problematiche figlie di un retaggio in cui sviluppo e protezione ambientale vivevano in antitesi.

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Marco Volpe

Marco Volpe

Ciao a tutti,sono Marco Volpe,analista dello Iari per la regione artica. La mia passioneper l’estremo Nordviene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tantotempo,raggiunto attraverso un percorsoiniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpretare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica,soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.
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