Incastonato fra Egitto, Mar Rosso ed Africa sub-sahariana, il Sudan si è recentemente reso protagonista di considerevoli cambiamenti interni che assumono però contorni già conosciuti.

Ad est il deserto della Nubia, un tempo regione di redditizie estrazioni di metalli, ad ovest il deserto libico sahariano, con le sue dune di sabbia e rocce, a dividerli la valle del Nilo, con il suo ricco corso ed i suoi affluenti, fonte preziosa in un paese prevalentemente arido. Le uniche catene montuose sono spinte dall’altopiano verso sud, dove sono riunite alture paludose, ricche di bacini d’acqua e di terre coltivabili, e da dove spira il vento che, costante e temperato, mitiga le calde stagioni del Sudan. Lo stesso vento costante che, da tempo, ne accompagna anche le stagioni politiche, e che recentemente è sembrato poter cambiare direzione.

Omar al-Bashir (in foto), il Presidente sudanese che con polso di ferro ha governato ininterrottamente lo Stato dal golpe militare del 1989, deve averne sentito la nuova brezza già dal dicembre del 2018, quando nelle principali città del paese si accendevano i focolai delle prime proteste. La crisi economica è stata la principale brace del dissenso della popolazione che, in larga parte, non è più in grado di accedere a beni e servizi di base. L’indipendenza del Sud Sudan, ottenuta gravosamente nel 2011, ha sottratto alle casse di Khartoum circa tre quarti della sua precedente produzione di petrolio, e di conseguenza ne ha inficiato considerevolmente gli investimenti e la bilancia dei pagamenti nazionali per gli anni futuri.Sul finire dell’anno scorso la situazione era diventata insostenibile.

Il costo sempre più alto dei prodotti ha provocato interminabili code ai principali esercizi commerciali, il governo non è riuscito a contenere l’aumento dei prezzi, l’inflazione è salita vertiginosamente, ed a fianco alle code delle panetterie ed ai distributori di benzina, si sono aggiunte le code agli sportelli bancomat, bloccati dalle autorità. Le ricette economiche dell’esecutivo non sono state efficaci: alla carenza di alimenti si è aggiunta dapprima l’impossibilità di prelevare il proprio stipendio, e, successivamente, la sterlina sudanese si è svalutata tanto da rendere difficili le importazioni, anche di beni di prima necessità.

L’unico strumento del Presidente per contenere il crescente malcontento è stato inasprire il controllo sulla società civile. Al-Bashir ha infatti decretato a febbraio lo stato di emergenza, ha sciolto sia il governo federale, sia i governi provinciali, accentrato il potere, e represso ogni forma di antagonismo che ne chiedeva le dimissioni. Le manifestazioni di protesta proseguirono però nei mesi successivi, a Khartoum come in numerose altre città.

Nella capitale, ad aprile, i cortei si sono trasformati in un sit-in permanente davanti al quartier generale dell’esercito, tanto partecipato da riuscire dove nessun movimento di opposizione era riuscito negli ultimi trent’anni: deporre Omar al-Bashir. L’arresto del presidente avvenne per mano di alti ufficiali delle forze armate, i quali costituiscono un Consiglio militare di transizione, e prorogano lo stato di emergenza per ulteriori due anni, in attesa di libere elezioni. Le Forces of freedom and change, la sigla sotto la quale si riuniscono le varie realtà protagoniste delle manifestazioni, avvertono che il vento del cambiamento tanto auspicato ha un soffio familiare, quello delle divise.

Coinvolte inizialmente dai generali per governare la fase di interlocuzione con la società civile, le loro istanze non vengono prese in considerazione e le manifestazioni, che non erano cessate dalla capitolazione di al-Bashir, represse brutalmente. Ad inizio dello scorso giugno la polizia ha disperso le migliaia di persone accorse a Khartoum per esprimere il proprio dissenso provocando 30 morti e 180 feriti, stessa dinamica avvenuta circa un mese dopo, quando altri 7 sudanesi hanno perso la vita, decine i feriti.

Il Consiglio militare di transizione (CMT) e le Forze della libertà e del cambiamento (FFC), che si rimbalzavano a vicenda le responsabilità del sangue versato, e fiaccate da settimane di infruttuose negoziazioni, emergevano come due anime inconciliabili non capaci di trovare un compromesso.

Nella notte intercorsa fra il 16 ed il 17 luglio, però, firmano a sorpresa un accordo per la creazione di un corpo transitorio di condivisione del potere. La stipula prevede l’istituzione di un nuovo organo governativo composto da undici membri, sei civili e cinque rappresentanti dell’apparato militare, che rimarrà in carica tre anni con la finalità di formare il gabinetto dei ministri.

La mediazione appare particolarmente fragile sia per la distanza che separa le due forze contraenti, in particolare sul tema dell’immunità ai soldati responsabili delle repressioni sul quale il CMT non è intenzionato a compiere passi indietro, sia per l’ambizioso obbiettivo di redigere a più mani una nuova dichiarazione costituzionale, obbiettivo destinato a dividere ancora.

Per capire quindi l’orientamento che intraprenderà il Sudan, risulta utile osservare le mosse di chi il paese lo ha guidato dall’inizio dei disordini di aprile in poi.

Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemedti, proviene da una tribù di mandriani di cammelli, ha scalato le gerarchie delle forze armate sudanesi senza una formazione accademica, ma guadagnandosi i gradi sul campo, e ad oggi è il leader de facto degli ufficiali sudanesi.

Affiliato inizialmente alla Janjaweed, una milizia islamica che il governo di Khartoum reclutò all’interno del terribile conflitto nella regione del Darfur, si ritrovo diversi anni dopo al comando delle Rapid Support Forces, organizzazione paramilitare della quale al-Bashir si era servito largamente nei decenni del suo governo autocratico, salvo poi caderne egli stesso vittima, ed infine membro più influente del CMT.

Proprio dalla dottrina di al-Bashir, che per la guerra civile nel Darfur era stato incriminato dalla Corte Penale Internazionale di genocidio e crimini contro l’umanità, sembra che Hemedti abbia attinto per disegnare le proprie strategie. A maggio, nel pieno del caos istituzionale che regnava nel paese, ha incontrato il principe ereditario saudita, il potente Mohammed bin Salman, promettendogli alleanza nel pantano yemenita, ed appoggio nei rapporti con gli Stati definiti non islamists friendly, come l’Iran, il Qatar, e le componenti egiziane della fratellanza musulmana.

La svolta verso il mondo sunnita di Hemedti (in foto), che altro non fa che proseguire le orme del suo predecessore, appare come una chiara ricerca di legittimazione esterna del suo operato ed ambisce a rimpinguare le desolate casse sudanesi grazie ai finanziamenti dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Il rischio tangibile è che il paese si ritrovi nuovamente sotto il controllo di una politica interna eterodiretta, dove il potere è accentrato nelle mani di pochi esponenti dell’esercito, e dove un’inconsistente ripresa economica genera malcontento e rabbia nella popolazione. Niente che il Sudan non abbia già vissuto.

https://www.aljazeera.com/news/2019/07/stalemate-sudanese-struggle-cope-economic-crisis-190712113457847.html

https://www.africanews.com/2018/12/19/sudanese-economic-crisis

https://www.trtworld.com/africa/who-is-mohammed-hamdan-dagalo-the-de-facto-military-ruler-of-sudan-27618

https://www.aljazeera.com/news/2019/07/sudan-generals-protesters-sign-landmark-political-accord-190717062504892.html

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Davide Agresti

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