Il 24 settembre Nancy Pelosi, speaker della Camera e figura di spicco del Partito Democratico, ha annunciato l’inizio della procedura d’impeachment ai danni del Presidente Donald Trump, accusato di aver invitato il Presidente ucraino Volodymyr Zelenski a indagare sul figlio di Joe Biden, Hunter – facente parte del consiglio di amministrazione di un’azienda ucraina del gas accusata di corruzione – in tal modo esortando una potenza straniera ad interferire nelle elezioni presidenziali del 2020.  

L’impeachment, o messa in stato di accusa, è un procedimento previsto dalla costituzione americana che implica la possibilità di rimuovere dall’incarico il Presidente, il vicepresidente e altri membri dell’amministrazione, nel caso in cui questi siano accusati di tradimento, corruzione o altri gravi crimini. L’impeachment fu istituito dai padri fondatori degli Stati Uniti d’America durante la convenzione di Philadelphia del 1787, e inteso come una misura di emergenza da attuare contro il rischio di una possibile deriva autoritaria. Per esempio, qualora il Presidente si fosse macchiato di reati quali l’aver complottato con una potenza straniera, avesse abusato del suo potere o avesse raggiunto la Casa Bianca grazie a pratiche di corruzione, la messa in stato d’accusa avrebbe rappresentato una strada percorribile al fine di preservare la repubblica e rimuovere un Presidente pericoloso per la libertà dei cittadini. 

Tuttavia, quanto effettivamente è difficile rimuovere un Presidente americano dal suo incarico? Molto, e intenzionalmente. Infatti, il concreto annullamento di una elezione presidenziale non è cosa da poco. L’impeachment, quindi, non va inteso come un risultato certo, ma come un lungo procedimento di accusa, che potrebbe portare al sollevamento del Presidente dal suo incarico.  

In primo luogo, il Presidente deve essere formalmente sospettato di tradimento, corruzione o altri crimini. Successivamente, la Camera dei Rappresentanti, dibatte e redige le prove e le accuse a carico del Presidente nei cosiddetti articles of impeachment e se la maggioranza della Camera vota a favore di tali accuse, il Presidente è formalmente impeached, ovvero accusato ma non ancora rimosso dall’incarico. In seguito, il caso  sarà consegnato al Senato che istruirà un vero e proprio processo in cui l’imputato è il Presidente e in cui verranno esposte sia le ragioni dell’accusa, votate dalla maggioranza della Camera dei Rappresentanti, sia quelle della difesa, ovvero degli avvocati del Presidente. Il Senato, quindi, avrà il ruolo di giuria e voterà a favore o contro il sollevamento dall’incarico. Il giudice a capo della Corte Suprema avrà il ruolo di supervisionare tale procedimento che, se raggiunta la maggioranza dei due terzi dei senatori, porterà alla destituzione del Presidente.  

In secoli di storia, solo tre furono i presidenti contro i quali si intraprese il procedimento appena descritto. Tuttavia, nessun Presidente americano è mai stato destituito attraverso tale processo. Andrew Johnson e Bill Clinton furono formalmente accusati dalla Camera dei Rappresentanti, ma successivamente assolti dal Senato, e quindi non dovettero abbandonare la Casa bianca. Richard Nixon, invece, di fronte alla certezza di essere formalmente accusato dalla Camera, e la concreta possibilità di essere condannato dal Senato, decise di dimettersi prima che ciò potesse accadere.  

Al fine di avere piena coscienza delle dinamiche con cui l’attuale Presidente Donald Trump potrebbe dover fare i conti, è quindi utile analizzare come nel passato altri tre presidenti hanno dovuto gestire tale momento di enorme importanza storica.  

Successivamente all’assassinio di Abramo Lincoln, ad insediarsi alla presidenza fu quindi il suo vicepresidente, Andrew Johnson, il primo Presidente della storia americana  ad aver affrontato la procedura di impeachment. Johnson, presto, oltre a dimostrare gravi limiti nella leadership, si rivelò avere una visione estremamente razzista e schiavista del futuro degli Stati Uniti e del Sud in particolare. I repubblicani del Congresso iniziarono una vera e propria lotta politica contro Johnson, mossi da estrema indignazione nei confronti di un Presidente che aveva palesemente invertito la rotta rispetto al suo predecessore e alle aspettative di chi lo aveva fatto eleggere. Tale battaglia culminò quindi nel 1863, quando la maggioranza della Camera dei Rappresentanti votò a favore dell’impeachment del Presidente Andrew Johnson, colpevole di un presunto abuso di potere per aver licenziato il suo Segretario della Guerra. Nonostante sia vero che le politiche reazionarie attuate dal Presidente fossero estremamente razziste e discriminatorie, è anche vero che, a livello strettamente giuridico, le accuse mosse ai suoi danni fossero insussistenti. Tuttavia, il Senato votò contro la rimozione dall’incarico del Presidente anche se la posizione di Johnson fu irrimediabilmente compromessa.   

L’unico altro Presidente formalmente accusato fu Bill Clinton nel 1998, e se la presidenza Johnson si salvò al Senato grazie ad un singolo voto, nel caso Clinton, il Senato non arrivò neanche vicino alla destituzione raggiungendo solo il 45% dei voti favorevoli.  
Il procedimento di messa in stato di accusa, per il Presidente Bill Clinton, iniziò quando fu citato in giudizio per molestie sessuali ai danni di Paula Jones, una donna che lavorò per lui durante il suo mandato di governatore dell’Arkansas. In una deposizione per il caso, gli avvocati della Jones chiesero a Clinton se avesse mai avuto una relazione sessuale con un’altra donna, la signorina Monica Lewinsky, stagista presso la Casa bianca. Il Presidente rispose di no, e ciò si rivelò non corrispondere alla verità. I repubblicani della Camera dei Rappresentanti affermarono che Clinton dovesse essere messo in stato di accusa per aver mentito sotto giuramento. D’altra parte i democratici misero in discussione fino a che punto tale atto potesse essere considerato un grave crimine allo stato, e soprattutto in che modo tale comportamento potesse aver pregiudicato le sue funzioni e i suoi poteri di Presidente. E’ interessante notare come, durante tutto il processo di impeachment la popolarità del Presidente Clinton non abbia risentito di alcun danno, inoltre, non un singolo senatore democratico votò a favore della sua destituzione.  

E’ proprio questa una delle più grandi differenze tra i casi Clinton e Nixon. 

All’inizio del 1973, il Congresso ed il popolo americano avevano appreso il possibile coinvolgimento del Presidente Nixon in un furto con scasso avvenuto durante il periodo di campagna per le elezioni presidenziali, presso la sede del comitato elettorale del partito democratico, che si trovava nello stesso edificio dell’albergo Watergate. Gli arrestati si rivelarono essere collegati alla Casa Bianca e al comitato elettorale di Nixon. Nel marzo 1973, uno degli arrestati ammise che l’intera operazione era stata condotta per ordine del comitato elettorale di Nixon al fine di ricercare elementi che potessero danneggiare il suo avversario alle elezioni: il democratico McGovern. Nella sede del candidato democratico erano state piazzate anche delle microspie. A differenza del caso Clinton, che riuscì a tenere a sé il suo partito, alcuni dei membri del partito repubblicano si schierarono con i democratici contro Nixon, e la sua popolarità calò vertiginosamente.  Nixon fallì il suo tentativo di insabbiare l’inchiesta e si dimise prima che la Camera dei Rappresentanti riuscisse a votare l’impeachment, riconoscendo che le possibilità di uscirne vincitore fossero pressoché nulle. 

Ora, il Presidente Trump rischia di affrontare il medesimo procedimento per aver chiesto ripetutamente al Presidente Ucraino di indagare su Joe Biden, una settimana dopo che gli Stati Uniti avevano bloccato il loro supporto militare all’Ucraina. Durante la telefonata registrata e resa pubblica, non appena Zelensky ha introdotto nella conversazione il tema del supporto militare, Trump ha immediatamente spostato il fulcro del discorso sull’indagine di Joe Biden, quasi a implicare un do ut des. L’abuso di potere fu proprio una delle grandi paure che spinsero i Padri Fondatori a istituzionalizzare la procedura di impeachment.  

Nel caso Trump, l’impeachment assume una valenza politica sostanziale. Il tentativo di danneggiare la reputazione dell’avversario democratico alle elezioni chiedendo ad una potenza straniera di investigare sul suo conto, rappresenta un caso di studio di comportamento presidenziale che confonde gli interessi personali e politici da quelli nazionali. La procedura di messa in stato di accusa, costringerà quindi il Congresso a prendere posizione sul tema che riguarda il coinvolgimento di potenze straniere nell’andamento delle elezioni presidenziali americane. Il voto sarà determinante per le elezioni future. 

La probabile assoluzione da parte del Senato, tuttavia, potrebbe rendere Trump più potente in vista delle presidenziali e trasformare l’intera vicenda in un trionfo invece che in una pubblica umiliazione. Vedendo il Presidente bersagliato dalle elite liberali, i sostenitori di Trump potrebbero mobilitarsi a sua difesa e rieleggerlo. L’intero procedimento di impeachment potrebbe inoltre andare a rafforzare la narrativa trumpiana che prevedrebbe una cospirazione delle elite ai suoi danni.  

E’ quindi possibile affermare che, alla luce dei motivi che portarono i Padri Fondatori a stabilire la procedura di impeachment a protezione dell’ istituzione repubblicana, nonostante Trump sembri essere colpevole delle accuse a lui mosse, e nonostante l’impeachment sia la cosa giusta da fare, essa potrebbe essere politicamente controproducente.  

Fonti 

https://www.historyextra.com/period/modern/history-impeachment-president-trump-nixon-clinton-explained

https://www.latimes.com/world-nation/story/2019-10-02/impeachment-comparison-johnson-nixon-clinton-trump

https://abcnews.go.com/US/richard-nixon-bill-clinton-faced-impeachment-obstruction-justice/story?id=47460022

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