Le relazioni bilaterali italo-americane vivono ad oggi un momento di stallo che rischia di compromettere l’azione e la politica mediterranea dell’Italia che, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, ha potuto affermarsi ed ottenere importanti risultati attraverso quel “patto mediterraneo” stipulato tacitamente con Washington in piena Guerra Fredda che ha fatto sì che il nostro Paese fungesse da sentinella dell’Alleanza Atlantica e da garante degli interessi occidentali nel Mare Nostrum. Un “patto” che è necessario rinnovare per far tornare l’Italia un attore di primo piano nella politica internazionale, ma per farlo è indispensabile recuperare anzitutto credito agli occhi dell’alleato americano.

Quando si parla di Stati Uniti e Italia si fa per forza di cose riferimento ad un rapporto, anche se probabilmente sarebbe più opportuno parlare di matrimonio di interessi, consolidatosi all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale e affermatosi con successo durante la Guerra Fredda. Al fine di fornire un’analisi il più possibile chiara ed esaustiva delle attuali relazioni italo-americane e di interpretarne i possibili sviluppi nell’immediato futuro, è necessario tornare alle origini e comprendere i motivi dell’avvicinamento tra questi due Paesi, della fiducia riposta in noi da Washington e della scelta filo-atlantista posta in essere e più volte confermata da Roma.

A legare, a suo tempo, Washington e Roma furono motivazioni di ordine strategico e politico, riconducibili alle esigenze dettate dalla contesa ideologica che andava sempre più delineandosi tra USA e URSS. Alla scelta occidentale e filo-atlantista di De Gasperi che alla fine degli anni ‘40, agevolato dalla schiacciante vittoria elettorale del 1948 (propiziata dal Piano Marshall e dagli ingenti finanziamenti americani a sostegno della campagna elettorale della DC) estromise dall’arco governativo le forze della sinistra (PCI e PSI) inaugurando l’epoca del centrismo e tracciando le linee direttrici di quella che sarebbe stata da lì in avanti la politica estera dell’Italia repubblicana, seguì l’inserimento del nostro Paese tra i Paesi fondatori del Patto Atlantico nel 1949, reso possibile non solo dalla fiducia che Truman dimostrò di volerci corrispondere già dal momento della firma dell’umiliante Trattato di Pace del Febbraio 1947, ma, in maniera più decisiva, dalle pressioni poste in essere dalla Francia per la partecipazione di Roma all’Alleanza, funzionale all’inserimento strategico del Mediterraneo, e dunque delle colonie francesi (Algeria), nel perimetro difensivo della Communitas.

Fu proprio il quadrante Mediterraneo la regione nella quale l’Italia ricambiò la fiducia americana duranti gli anni del conflitto bipolare, ergendosi a principale bastione atlantico e baluardo mediterraneo dei valori e degli interessi occidentali. Qui i venti gelidi dalla Guerra Fredda raggiunsero la sponda meridionale e l’area mediorientale, concretizzandosi nei quattro conflitti arabo-israeliani che permisero al nostro Paese di guadagnare quel ruolo di cerniera mediterranea e di autorevole mediatore in grado di assicurare la tutela dei propri interessi e di contribuire alla salvaguardia di quelli atlantici, in funzione primariamente strategica.

La crisi di Suez del 1956 rappresentò lo snodo essenziale che favorì la repentina valorizzazione del potenziale politico e strategico italiano, contestualmente al ridimensionamento di Parigi e Londra che, in seguito allo smacco subito dal mancato supporto americano contro l’Egitto di Nasser, persero il loro rango di potenze coloniali e, di conseguenza, l’autorità di cui fino ad allora avevano goduto nel Mare Nostrum. Da quel momento in poi l’Italia, attraverso personalità politiche di spicco animate da notevole lungimiranza, realpolitik, pragmatismo e intraprendenza, si offrì a Washington quale alleato fedele in grado di controllare le sorti del delicato bacino mediterraneo, stipulando una sorta di “patto mediterraneo”, un’intesa tacita, non scritta, che avrebbe di lì in avanti reso proficue le relazioni italo-americane e informato, nonché vincolato, la politica mediterranea dell’Italia.

Benché il nostro Paese dimostrò spesso, a partire dalla fine degli anni ’50, di voler agire in maniera più dinamica e autonoma nella propria sfera geopolitica di pertinenza rispetto ai vincoli imposti d’oltreatlantico, la fedeltà all’alleato americano è sempre rimasto uno dei pilasti essenziali sui quali si sono rette, e si reggono tutt’oggi, le relazioni bilaterali con Washington, anche quando i principali fautori del neo-atlantismo, come Gronchi, Mattei e Fanfani, infusero alla politica estera italiana un carattere spregiudicato, a tratti ambiguo, suscettibile in qualche occasione di infastidire e preoccupare non poco la Casa Bianca. Ad ogni modo, come poc’anzi accennato, è stato il conflitto arabo-israeliano, articolatosi nelle successive crisi del ’67 e del ’73, a suggellare la partnership italo-americana nel Mediterraneo. Tra la fine degli anni sessanta e la prima metà degli anni settanta, il nostro Paese riuscì ad affermarsi nel teatro mediterraneo come vero e proprio player regionale, capace di dialogare e porsi da interlocutore dei Paesi rivieraschi nel delicato quadro della contesa arabo-israeliana, adottando una politica estera equidistante, benché a tratti marcatamente filo-araba, che gli permise di compensare il declassamento a media potenza derivante dalla firma del Trattato di Pace del 1947. Ciò fu possibile, evidentemente, con il beneplacito di Washington.

Se è vero che nei frangenti immediatamente successivi alla Guerra dei Sei Giorni e al conflitto dello Yom Kippur il pragmatismo e l’opportunismo di Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, risultarono essenziali per riposizionare l’Italia al centro dei consessi internazionali garantendo al nostro Paese un ruolo di primo piano quale principale promotore di una soluzione di compromesso tra le parti, è altresì opportuno ricordare che tale libertà di manovra non avrebbe potuto sostanziarsi senza un previo benestare da parte della Casa Bianca che, vale la pena sottolineare, in quegli anni parve ancor più decisa a lasciare carta bianca a Roma sulle questioni mediterranee, non solo per ragioni prettamente strategiche, dato che l’Italia in seguito alla defezione francese dal braccio militare integrato della NATO (1966) e al golpe posto in essere dai colonnelli in Grecia (1967) era rimasta l’unico partner atlantico realmente affidabile in grado di garantire la sicurezza strategica del Mare Nostrum, ma in particolare per le contingenze e le criticità scaturenti dal pantano vietnamita, dopo il quale, tramite la famosa “Dottrina Nixon”, gli americani avrebbero rifiutato nuovi coinvolgimenti diretti in teatri regionali distanti, invocando una maggiore collaborazione ed un interessamento dei propri alleati in tali aree.

Il “patto mediterraneo” tra Italia e USA nasceva dalle esigenze della Guerra Fredda, e si fondava su di una chiara formula do ut des per la quale la NATO fungeva da perno essenziale: protezione strategica americana in cambio di un’azione di contenimento italiana nei confronti della minaccia espansionistica sovietica nel Mediterraneo e, in particolare, nei Paesi rivieraschi e mediorientali, nei quali la diplomazia energetica dell’ENI di Mattei prima e l’acume politico di Moro e Andreotti poi, giocarono un ruolo fondamentale. Ciò fu evidente ad esempio in Libia, la più importante delle ex colonie italiane. Roma infatti, per ragioni legate ad interessi di natura prettamente economico-energetica, si fece garante della Libia agli occhi degli americani, soprattutto quando la leadership di Gheddafi assunse, negli anni ’80, tratti estremisti e marcatamente filo-terroristici che minacciavano l’alleato israeliano, conducendo ad un progressivo isolamento internazionale la Jamahiriya che, già in seguito al “tradimento” egiziano con gli accordi di Camp David del 1978, aveva palesato un sostanziale avvicinamento all’URSS di Breznev.

Moro nei primi anni ‘70, Andreotti e l’esecutivo guidato da Craxi negli anni ‘80, riuscirono con non poche difficoltà a gestire lo spregiudicato ma prezioso partner arabo, mitigando l’aggressività e le rigidità del qa’id libico attraverso una magistrale cautela e un provvidenziale realismo politico, strumenti fondamentali che furono sistematicamente contrapposti alle continue provocazioni del raìs. Fattori questi che si rivelarono altresì funzionali nel calmierare gli accesi contrasti che negli anni ’80 si aprirono tra gli USA di Reagan e Gheddafi, e che sfociarono nelle sanzioni e nell’embargo ONU del 1992 per la fornitura di armi e mezzi militari, nonché per l’acquisto del petrolio libico (provvedimento al quale si oppose proprio l’Italia, oltre alla Germania Federale). In tutti questi delicati frangenti i nostri esecutivi riuscirono a coniugare magistralmente la tutela degli interessi nazionali, attraverso un atteggiamento lungimirante e per alcuni versi eccessivamente tollerante nei confronti di Gheddafi (si ricordi la linea prudente adottata da Craxi di fronte al lancio di due missili Scud diretti da Tripoli verso Lampedusa per abbattere una stazione di ascolto americana come azione di rappresaglia in seguito ai bombardamenti americani su Tripoli e Bengasi del 1986, scatenati da un attentato dinamitardo alla discoteca “La Belle” di Berlino in cui risultava coinvolta, secondo gli americani, proprio la Libia), con una sempre manifesta e incondizionata fedeltà atlantica, di volta in volta riconosciuta e premiata da Washington.

Tuttavia, nel Marzo 2011, proprio nel quadro della primavera araba libica, il trade-off tra fedeltà atlantica e interessi nazionali (in termini energetici e di sicurezza delle frontiere marittime e terrestri), per i quali la protezione di Gheddafi costituiva la conditio sine qua non, andò a favore della Communitas, con l’Italia che, mossa dal suo tradizionale presenzialismo e dall’ansia di inquadrare quantomeno un’azione militare nella cornice NATO per ridimensionare il rinnovato slancio francese e britannico nel Mediterraneo, dovette partecipare ai raid militari contro il colonnello libico, colui con il quale solo 3 anni prima (2008), con il Trattato di Amicizia, Berlusconi aveva posto le premesse per una florida e lunga partnership, fondata non solo su intese in materia economico-commerciale e di sicurezza, ma soprattutto su di un lealtà corrisposta che si traduceva da una parte nel riconoscimento ufficiale delle responsabilità coloniali italiane in Libia, dall’altra nella reciproca promessa di non ingerenza o intervento militare nei confronti della controparte. Va da sé che, benché l’Italia abbia privilegiato la linea atlantista, appoggiando obtorto collo l’operazione militare coordinata dall’alto da Washington, il blitz ai danni di un importante e strategico alleato come Gheddafi ha inevitabilmente creato una frattura sensibile nelle relazioni italo-americane che pare ad oggi assumere ancor più rilevanza se si considerano i recenti sviluppi inerenti la politica internazionale e la nuova amministrazione repubblicana targata Donald Trump.

L’internazionalismo di cui si fa alfiere Trump di certo si pone in continuità con gli ideali della politica estera repubblicana, tuttavia, ad essere peculiare è il carattere personalistico dell’attuale amministrazione repubblicana, che ruota fortemente attorno al carisma e alla diplomazia del suo presidente. Ciò detto, alcuni tratti dell’internazionalismo trumpiano rischiano ad oggi di allontanare ulteriormente Roma da Washington, compromettendo in tal modo il ruolo di cerniera mediterranea del nostro Paese e di principale player regionale nel quadrante mediorientale. Anzitutto, è utile far notare che il presidente americano concepisce la politica internazionale come un gioco a somma zero dove ognuno cerca di massimizzare i propri interessi, ponendo così in secondo piano alleanze, trattati e accordi conclusi dalle passate amministrazioni. Per fare alcuni esempi, si guardi al ritiro degli USA di Trump dagli accordi di Parigi sul clima, dai negoziati con l’Europa sul TTIP ed infine dall’accordo sul nucleare con l’Iran (JPCOA), tre importanti processi sui quali l’amministrazione Obama ha puntato molto. Nondimeno, è altresì necessario sottolineare che la linea di politica estera impressa da Trump si pone, almeno per quanto riguarda il Mediterraneo, in continuità con quella declassificazione dell’area mediorientale sostenuta da Obama a favore del cosiddetto pivot to Asia, che puntava, nell’ottica del presidente democratico, a fronteggiare apertamente la minaccia economico-commerciale cinese, principale competitor degli USA (il TTIP sarebbe stato uno dei principali strumenti di cui Washington si sarebbe servita per sottrarre a Pechino il mercato europeo).

Ad ogni modo, ciò che più interessa è notare come ad una minore attenzione per il Mediterraneo corrisponda, contestualmente, un maggior focus sul Golfo Persico e, in particolare, su Iran (per la minaccia che rappresenta per Israele) e Arabia Saudita (altro principale alleato di Washington nella regione che controlla i prezzi del greggio all’interno dell’OPEC), in virtù di quella famosa “Dottrina Carter” che all’indomani dell’invasione dell’Afghanistan da parte delle forze sovietiche (1979) portò il presidente democratico a sostenere che da quel momento in avanti gli USA avrebbero considerato il Golfo Persico un’area nella quale non avrebbero tollerato ingerenze o interventi da parte di altri Paesi suscettibili di mettere in pericolo gli interessi americani ivi presenti (leggasi petrolio).

Poste queste necessarie premesse, pare evidente come il disimpegno di Washington dal Mediterraneo, emblematico è in tal senso il disinteresse mostrato da Trump per la crisi libica, frustri e ridimensioni in maniera considerevole le velleità di Roma, che vuole tornare a giocare un ruolo da protagonista nell’area mediterranea proprio attraverso la ricerca di una soluzione di compromesso tra i governi di Tobruk e Tripoli. E’ lecito sostenere che se il nostro Paese non gode del pieno riconoscimento da parte di Washington (che tra l’altro ha espresso, in contrasto con la posizione italiana, un velato endorsement a favore di Haftar[1]) nella sua azione interlocutoria e mediatrice in Libia, qualsiasi tentativo di porsi da intermediario e “paciere” risulterà vano, poiché privo di quell’autorevolezza che solo l’alleato americano può conferirgli.

Al netto di ciò, è però opportuno sottolineare come la freddezza palesata dall’amministrazione Trump nei confronti di Palazzo Chigi sia verosimilmente dettata da ulteriori fattori di cui bisogna tenere conto. In primo luogo, è indubbio che le ambiguità mostrate dal nostro esecutivo circa la crisi venezuelana ed il riconoscimento di Guaidò abbiano non poco infastidito il presidente americano. In secondo luogo, il recente memorandum d’intesa firmato con la Cina per la realizzazione del progetto Belt&Road Initiative (BRI) ha contribuito a generare forti perplessità in seno all’amministrazione repubblicana circa la fedeltà atlantica dell’Italia[2], a fortiori se si considera l’aspra guerra commerciale posta in essere da Trump nei confronti di Pechino per limitarne la spinta espansionistica e il manifesto avvicinamento del nostro Paese alla Russia di Putin negli ultimi anni. Infine, a complicare ulteriormente le relazioni italo-americane vi è il potenziale rilancio e rafforzamento delle special-relations anglo-americane, per il quale si sono poste solide premesse durante la recente visita di Trump a Londra, allorché il presidente americano ha espresso apertis verbis la volontà di instaurare con il Regno Unito un rinnovato dialogo che possa concretizzarsi in un eventuale asse privilegiato in ambito diplomatico, ma soprattutto economico-commerciale, stante l’imminente uscita di Londra dall’UE[3]. La simpatia del mondo repubblicano per il nuovo inquilino del n.10 di Downing Street, Boris Johnson, conservatore e fortemente anti europeista, alimenta ulteriormente la possibilità che tra Washington e Londra possa instaurarsi una nuova e florida partnership[4], verosimilmente a detrimento proprio del “patto mediterraneo” e dell’Italia, la quale potrebbe nel breve-medio termine pagare le sue ambiguità e il suo spostamento ad est attraverso un declassamento del suo ruolo nel Mediterraneo a favore degli inglesi che, insieme ai francesi, puntano da tempo a soppiantare l’azione del nostro Paese in Medio Oriente e sulla sponda meridionale del Mare Nostrum.

In ultima analisi, quello che serve a Washington, ma in particolare a Trump, non sono mere dichiarazioni di facciata atte a confermare pubblicamente la storica linea atlantista dell’Italia, bensì chiare e inequivocabili manifestazioni di fedeltà da parte di Roma che possano riportare in seno alla Casa Bianca fiducia e credibilità nei nostri confronti, dalle quali deriverebbero conseguentemente credibilità e autorevolezza in ambito internazionale. Solo in tal modo, contestualmente ad una più dinamica e attiva azione diplomatica da parte italiana, il nostro Paese potrà essere riabilitato nella sua tradizionale funzione di principale bastione dell’Alleanza nel quadrante mediterraneo, ridando così nuova linfa a quel “patto mediterraneo” che tuttavia, per riportare definitivamente Roma al centro dei disegni americani e vincere la competitività di inglesi e francesi, necessita di un progetto concreto e a lungo termine per il Mare Nostrum, per il quale il nostro governo è chiamato a lavorare se vuole continuare ad avere voce in capitolo nella sua sfera geopolitica di pertinenza.

[1] https://www.ilfoglio.it/esteri/2019/04/25/news/trump-ci-sta-contro-in-libia-251398/

[2]https://quifinanza.it/soldi/litalia-sulla-via-della-seta-governo-diviso-usa-infastiditi-ue-allarmata/261671/

[3]http://www.affaritaliani.it/blog/italia-atlantica/la-visita-di-trump-a-londra-la-relazione-speciale-usa-%E2%80%93-regno-unito-610189.html

[4] https://www.bbc.com/news/uk-politics-49125925

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: