Mentre il coronavirus continua a devastare il mondo, è emerso un dibattito secondario sulle implicazioni a lungo termine della pandemia, e in modo particolare sulla leadership globale del futuro. Chiaramente, gran parte del dibattito si incentra sulla Cina e gli Stati Uniti, e su quale Paese emergerà meglio come guida sullo scenario internazionale. E’ importante sottolineare che, attualmente, nessuno dei due Paesi merita di essere preso in considerazione come esempio: entrambi, infatti, hanno deluso il proprio popolo e il resto del mondo.

Durante tutta la pandemia, la leadership autoritaria della Cina ha operato senza trasparenza e senza chiarezza nella comunicazione. Pechino probabilmente non ha raccontato tutta la verità sulla malattia, sui suoi tempi e sulla sua contagiosità, e ciò ne ha facilitato la diffusione sia in Cina che nel mondo. Nessuno al di fuori della Cina, e forse anche all’interno del paese, crede al numero di casi o di morti che Pechino ha denunciato al mondo. La recente decisione del governo di imporre una revisione centralizzata delle pubblicazioni di ricerca COVID-19 degli scienziati cinesi non fa che sottolineare il timore di una verità non ancora emersa. [1]

Tuttavia, neanche gli Stati Uniti hanno risposto alla pandemia in maniera esemplare. Il presidente Trump ha sprecato settimane utili a ignorare deliberatamente sia la gravità del virus che la necessità di fornire una strategia per rispondere alla minaccia. La burocrazia sanitaria americana è apparsa estremamente lenta e impreparata. Anche sul piano globale gli Stati Uniti sono stati complessivamente fallimentari. L’insistenza del presidente nell’etichettare il coronavirus come un “virus cinese”, non giova all’amministrazione né tantomeno al paese, ma soprattutto l’attacco che Trump ha sferrato contro L’Organizzazione Mondiale della Sanità sospendendo i finanziamenti statunitensi all’organizzazione nel bel mezzo di una pandemia dimostra scarsa lungimiranza, leadership e lucidità. Inoltre, il presidente americano continua a sostenere la sua opinione riguardo il fatto che il virus sia stato creato in laboratorio a Wuhan, costringendo l’OMS ed anche l’intelligence americana a smentire.    

Donald Trump, durante le presidenziali del 2016, ha spesso dichiarato che, ancor prima di mettere l’America al primo posto, egli avrebbe reso la politica estera americana “imprevedibile”. In generale, l’approccio di Trump alla Cina risponde a questa esigenza, nonostante la sua politica nei confronti dei cinesi sia spesso stata paragonabile a delle montagne russe, specialmente nell’ultimo anno. Per esempio, il presidente americano ha avviato un’aggressiva guerra commerciale contro Pechino, ma allo stesso tempo ha parlato di profonda ammirazione e amicizia con il presidente cinese Xi Jinping. Ora, Trump torna ad attaccare Pechino, sulla questione del coronavirus, etichettandolo come “virus cinese” ed esortando la Cina a pagare i risarcimenti per la pandemia. [2]

Cosa succederà quindi alla leadership globale americana?
Certamente, una grande vittima del coronavirus sarà la forza dell’economia americana. I dati pubblicati recentemente indicano che l’economia statunitense è precipitata del 4,8% nel primo trimestre, e ci si aspetta molto peggio per i dati del secondo trimestre, quando il blocco negli Stati Uniti si è irrigidito, per non menzionare i 30 milioni di americani che hanno perso il loro posto di lavoro a causa del virus. Questo colpo all’economia americana sarebbe già abbastanza grave per Trump e per le sue prospettive di rielezione, ma il presidente ha notevolmente peggiorato la situazione, in primo luogo, ignorando la gravità della minaccia, poi promuovendo cure miracolose non verificate, litigando con i governatori e, in generale, evitando di assumersi qualsiasi responsabilità concreta. Nei suoi frenetici tentativi di evitare la responsabilità politica della risposta “inadeguata” degli Stati Uniti al coronavirus, si è fatto scudo della frase “E’ colpa della Cina” e si appoggerà ad essa ancora di più nei prossimi mesi, con l’avvicinarsi delle elezioni.

È chiaro che il virus ha avuto origine in Cina, e che l’insabbiamento ha stimolato la diffusione globale della pandemia. Tuttavia, piuttosto che mostrare alcun pentimento, la Cina ha invece cercato di sfruttare la difficile situazione a suo vantaggio, lanciandosi in una spinta diplomatica umanitaria per aiutare a conquistare qualche alleato. E in realtà, per un po’ ha sembrato funzionare, specialmente quando si contrapponeva alla completa assenza degli Stati Uniti dalla leadership globale in un momento di grave crisi globale. [3]

La Cina ha contrastato l’ondata di critiche per lo scoppio dell’epidemia con la sua vasta campagna di aiuti a diverse nazioni. La “health silk road” cinese potrebbe diventare infatti una vera e propria strategia geopolitica, che permetterebbe al paese di proporsi come la superpotenza emergente in grado di gestire una crisi globale, dove altre grandi potenze, tra cui gli Stati Uniti, hanno fallito. Tale diplomazia degli aiuti, tuttavia, potrebbe non portare al genere di leadership che la Cina auspica.E’ troppo presto per dire se la Cina riuscirà a proporsi come guida globale contro la crisi che incombe, è certo però che i cinesi si stanno muovendo a un ritmo che rivela non solo le loro ambizioni, ma anche il timore che l’opportunità concessagli da questo momento storico possa svanire con la stessa rapidità con cui si è presentata.

Fonti

https://time.com/5830990/happens-next-us-china-rivalry/

https://foreignpolicy.com/2020/05/01/trump-xi-china-coronavirus-trade-deal/

https://www.cfr.org/blog/hydra-vs-headless-horseman-china-and-united-states?utm_content=041620&utm_source=li&utm_medium=social_owned

 

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