Nicolò Machiavelli, padre della Scienza Politica moderna ed illustre teorico del realismo politico, sosteneva che la storia fosse “maestra di vita”, vale a dire che determinate situazioni o episodi già avvenuti nel passato si ripresentassero ciclicamente nel tempo, seppur coinvolgendo attori diversi.

Emblematica, a tal proposito, risulta essere la “corsa all’Artico” che vede Stati Uniti e Cina contendersi, neanche troppo velatamente, un’area geopolitica effettivamente ricca di risorse e dotata di un potenziale logistico e strategico suscettibile di fomentare la competizione, in primis commerciale, tra le prime due potenze economiche mondiali. Una “corsa” che, volendo rifarsi al pensiero machiavellico circa la ciclicità della storia, richiama alla memoria quella “corsa allo spazio” (o alla Luna) che, iniziata con il lancio in orbita del satellite sovietico Sputnik I il 4 Ottobre 1957 e conclusasi nel 1982 con l’aborto della SDI (Strategic Defense Initiative), lo “scudo spaziale” voluto da Ronald Reagan, rappresentò una parte cruciale, nonché decisiva, del conflitto ideologico, culturale e tecnologico tra Mosca e Washington negli anni della Guerra Fredda.

Tornando ad oggi, quella con Pechino è una sfida che la Casa Bianca non intende perdere e che ha origine dal “pivot to Asia” impresso dall’amministrazione Obama alla politica estera americana, la quale, in maniera lungimirante, puntava ad un maggior disimpegno dall’area mediorientale per concentrarsi sul contenimento dell’espansionismo commerciale cinese. Un nuovo “containment” dunque, di ben altra natura e nei confronti di un nuovo “nemico”. Da qui l’ambizioso piano del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) lanciato nel 2013 da Obama al fine di dar vita, con l’Unione Europea, ad un’area di libero scambio che integrasse i due mercati riducendo in maniera significativa i dazi doganali tra le due sponde dell’Atlantico e rimuovendo in molteplici settori le barriere non tariffarie. E’ verosimile che tale disegno, benché bocciato nel 2017 da Trump, puntasse a consolidare un’area commerciale privilegiata con l’UE, togliendo il tal modo quote di mercato europee a Pechino, i cui investimenti nel Vecchio Continente sarebbero stati conseguentemente scoraggiati. Un progetto velleitario, al netto della sua portata e delle eventuali controindicazioni, ma al contempo profetico, se si considera l’estenuante guerra dei dazi in essere tra USA e Cina, nonché l’aggressività e la spregiudicatezza da tempo manifestate dal governo di Pechino che, attraverso la BRI (Belt and Road Initiative), mira a soppiantare il soft power americano nel mondo e, in particolare, ad affermare la propria influenza economico-finanziaria proprio sul suolo europeo.

Lungi dall’approfondire circa cosa sia la BRI e le eventuali prospettive di un simile ambizioso progetto, dopo queste doverose premesse è necessario tornare a ciò che attiene a questa analisi, vale a dire comprendere cosa effettivamente vi sia dietro l’interesse del Presidente Trump sulla Groenlandia. E’ presto detto: la Cina, i cambiamenti climatici e gli interessi prettamente strategici americani. Ma andiamo per ordine. La Groenlandia è dal 2009 uno Stato federato e, diversamente dalla Danimarca, di cui era una colonia fino al 1953, non fa parte dell’Unione Europea. Per quanto dunque goda di una forte autonomia (possiede un Parlamento autonomo e un Primo ministro), in particolare nello sfruttamento delle proprie risorse, sulla politica estera e sulla sicurezza resta sotto la giurisdizione danese. Al netto di ciò, posto che Copenaghen ogni anno sborsa 457 milioni di euro in sussidi alla Groenlandia, che la popolazione inuit non ritiene tuttavia sufficienti per garantire un dignitoso standard di welfare state, Trump avrebbe espresso la sua volontà di sollevare il Governo danese da tale onere per avere libertà di perforazione del ricco sottosuolo groenlandese. 

Nondimeno, il Presidente americano, in seguito alla pronta e stizzita risposta del Premier danese Mette Frederiksen, il quale ha dichiarato che la Groenlandia “is not for sale” (non è in vendita)[1], aprendo tuttavia al rafforzamento della partnership strategica con Washington nell’Artico, ha in questi giorni deciso di annullare la visita nel Paese scandinavo prevista per il 2-3 Settembre[2]. Beninteso, quella del Capo della Casa Bianca è stata una mera manifestazione di interesse. L’acquisizione della Groenlandia, da lui definita “un grande affare immobiliare”, non rappresenta ad oggi una priorità[3], ma è da tempo oggetto di enorme attenzione e interesse da parte di Washington. Un progetto segreto sviluppato in piena Guerra Fredda, denominato “Project Iceworm”, mirava a costruirvi una rete di siti mobili per il lancio di missili nucleari sotto la calotta glaciale groenlandese.

Benché prese avvio con la realizzazione di Camp Century nel 1959, fu abbandonato nel 1966 a causa dell’instabilità della calotta glaciale[4]. Ma, andando ancor più indietro negli anni, è utile far notare che l’attitudine degli Stati Uniti ad acquisire attraverso elargizione di ingenti somme di denaro determinate aree di particolare interesse economico e strategico, riflette un modus agendi di fatto inaugurato dall’amministrazione repubblicana di Thomas Jefferson che, nel 1803, dalla Francia di Napoleone acquistò la Louisiana (conquistata dai francesi contro la Spagna) per 15 milioni di dollari, triplicando in tal modo il territorio dei 13 Stati indipendenti. Al secolo, va detto, l’affare fu agevolato dall’esigenza del futuro “Imperatore dei francesi” di fare cassa per finanziare le guerre in Europa e per disfarsi di un territorio che avrebbe potuto rendere complessa la gestione dell’Impero sulle due sponde dell’Atlantico. Jefferson, dal canto suo, attraverso un’acquisizione senza colpo ferire, con la quale, secondo la visione repubblicana, si ponevano le premesse per un’espansione territoriale della repubblica americana che ben presto avrebbe dovuto trasformarsi in un vero e proprio “Impero delle libertà”, creò un importante precedente che altri Presidenti americani, dopo di lui, non mancarono di sfruttare.

William H. Seward, segretario di stato statunitense e negoziatore con le autorità russe nell acquisto del territorio di Alaska.

Così, nel 1867, sotto l’amministrazione democratica di Andrew Johnson, sulla medesima scia imperialista tracciata da Jefferson e sulla base di quel “Destino manifesto” che in ottica eccezionalistica imponeva l’occupazione e la conquista dell’intero continente nord americano al fine di rendere gli USA fautori di un ambizioso esperimento della libertà, della repubblica e della democrazia, gli americani sferrarono la loro prima offensiva all’Artico. In quell’anno, il Segretario di Stato americano William H. Seward riuscì, non senza critiche provenienti da una significativa parte del Congresso, a portare a termine l’acquisto dell’Alaska (per molto tempo soprannominata “Il ghiacciaio di Seward”), ceduta dalla Russia (in crisi dopo la Guerra di Crimea) per 7,2 milioni di dollari. Si trattava di una strategia volta ad annettere in un secondo momento anche il Canada, ma che, di fatto, non portò al risultato sperato. Se non altro, con tale investimento, gli americani iniziarono ad affacciarsi all’Artico, che con Truman guadagnò ulteriore risalto. In effetti, già dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1946, il Presidente democratico Harry Truman, che aveva intuito l’importanza del quadrante artico in funzione bellica, offrì alla Danimarca circa 100 milioni di dollari per ottenere la Groenlandia. Benché l’offerta fu rispedita al mittente, vale la pena sottolineare che anche dopo la fine della Guerra Fredda Washington ha continuato a ritenere l’Artico, e in particolare la Groenlandia, una regione strategicamente funzionale ai propri interessi, di natura sia militare che economica.

Né è prova, in primo luogo, la presenza di basi militari e stazioni meteorologiche americane sull’isola, tra cui la Thule Air Base che, con i suoi sofisticati sistemi di allerta antimissile (concepiti originariamente in funzione antisovietica), e ubicata a soli 1.200 chilometri dal Circolo polare, fa della Groenlandia il bastione più avanzato della NATO, garantendo così l’influenza americana nell’area[5]. Ad oggi, la base, costruita nella prima metà degli anni cinquanta grazie ad un trattato in essere con la Danimarca, ospita il 12° Space Warning Squadron che opera attraverso un sistema di allerta anti-missili balistici in grado di individuare e tracciare missili ICBM (Missili Balistici Intercontinentali) lanciati verso il Nord America[6].

Le questioni di natura strategico-militare tuttavia, assumono un’importanza secondaria nel quadro dell’aperto confronto con Pechino avviato negli ultimi anni dell’amministrazione Obama. Il “containment” posto in essere da Washington nei confronti della potenza cinese punta infatti a ridimensionare l’iperattivismo e l’intraprendenza con cui in questi anni la Cina ha dimostrato di poter competere e addirittura superare gli Stati Uniti in termini di influenza economico-commerciale e di soft power. Uno dei centri nevralgici di questa serrata contesa sino-americana è proprio il “Grande Nord”, per svariate ragioni. E’ legittimo sostenere che il rinnovato interesse americano per l’Artico, e in particolare per la Groenlandia, sia naturale conseguenza di un concreto dinamismo da parte di Pechino in quest’area, il che ha infastidito e preoccupato non poco la Casa Bianca. La posta in gioco, in Groenlandia, sono le risorse minerarie e le rotte commerciali, fattori essenziali che le due superpotenze economiche non sono disposte a lasciare alla controparte, a fortiori se si considera l’impatto che il riscaldamento globale sta avendo sulla Groenlandia e, di riflesso, sul valore geopolitico e commerciale dell’Artico. Secondo gli scienziati, il 2019 è stato infatti uno dei peggiori anni di sempre per la Groenlandia (seconda riserva di ghiaccio più ampia del pianeta), tanto che, secondo le loro stime, entro la fine dell’anno si saranno sciolte o staccate almeno 440 miliardi di tonnellate di ghiaccio dalla calotta dell’isola[7]. Va da sé che, con lo scioglimento sempre più veloce dei ghiacci, l’Artico si sta trasformando in uno dei luoghi più strategici della Terra, rendendo al contempo la Groenlandia il punto di appoggio più vicino. Per essere più chiari, nei prossimi anni gli effetti del riscaldamento globale apriranno nuove rotte nell’oceano Artico, trasformando l’area in una sorta di “canale di Suez del Grande Nord”: un centro nevralgico per i trasporti e i commerci tra Asia, Europa e continente Americano. Non sorprende dunque che il colosso asiatico abbia già da tempo iniziato ad interessarsi alla Groenlandia, proponendo lo scorso anno forti investimenti per costruire aeroporti e stabilimenti minerari sull’isola nell’ambito di un progetto ribattezzato “Polar Silk Road” (“la via della seta artica”), a completamento della più famosa “Belt and Road Initiative”, volto a collegare la Cina all’Europa attraverso l’oceano Artico.

Sia i danesi, che hanno rigettato le proposte di investimento cinese sotto pressioni esercitate da Washington, che soprattutto gli americani, avevano visto l’offerta cinese (da parte del colosso delle costruzioni, la Chinese Communication Construction Company) per la costruzione degli aeroporti groenlandesi come una esplicita e potenzialmente sgradita penetrazione nella loro area geopolitica di pertinenza. La Casa Bianca, in particolare, temeva che potesse ripresentarsi uno scenario già visto in Africa, ovvero che qualora il Governo groenlandese, povero e dipendente dagli aiuti, avesse mancato di ripagare un prestito cinese, Pechino avrebbe anche potuto assumere il controllo di infrastrutture strategiche in un’isola in cui gli Stati Uniti controllano l’importante base aerea di Thule. Preoccupazioni legittime se si considera che già nel 2016 il Governo cinese provò ad acquistare una base navale abbandonata in Groenlandia, senza però ottenere il benestare da parte di Copenaghen.

Ad ogni modo, va fatto notare che la Cina è già riuscita a mettere mano su importanti giacimenti minerari presenti sull’isola artica, ottenendo la concessione della miniera di Kvanefjeld, vicino a Narsaq, uno dei più grandi giacimenti di uranio e “terre rare” al mondo, e della miniera di zinco di Citronefjord, nell’estremo nord dell’isola[8]. Sono proprio le “terre rare” a rappresentare una delle ragioni principali per cui la Groenlandia è al centro degli interessi del Presidente Trump. Si tratta infatti di minerali preziosi, di cui la Cina è già il primo estrattore e produttore al mondo (solo nel 2018 il colosso asiatico ha prodotto circa il 71% delle “terre rare” estratte nel mondo), fondamentali per l’industria militare, aerospaziale, ma soprattutto elettronica e hi-tech, settori decisivi sui quali si gioca buona parte della competizione economico-commerciale tra Washington e Pechino. E’ dunque verosimile che in Groenlandia gli USA puntino a sottrarre a Pechino il controllo esclusivo, e dunque il monopolio, di questi importanti minerali, un vero e proprio tesoro che sta rendendo la Cina una potenza incontrastata nel campo dell’economia digitale e, di riflesso, in ambito geopolitico[9].  

Oltre a queste “terre rare”, all’uranio e allo zinco (e ad uno dei mari più pescosi al mondo), in Groenlandia sono presenti anche cospicui giacimenti di petrolio, carbone, piombo, diamanti e gas naturale. A fronte di questi elementi, è possibile sostenere che lo scioglimento dei ghiacci non farà che agevolare da una parte la nascita di nuovi impianti minerari e soprattutto petroliferi (si stima che nell’Artico si trovino circa il 13% di giacimenti di petrolio e il 30% di gas ancora inesplorati del pianeta)[10], dall’altra, come già accennato, l’emergere di nuove rotte marittime polari, mantenendo aperti anche d’inverno quei “passaggi a nord-ovest” che ingolosiscono Pechino, che quest’anno ha inaugurato un nuovo e grande rompi ghiaccio, lo Snow Dragon 2. Non sorprende pertanto che la Cina nutra grandi ambizioni nei confronti dell’Artico, ancor più se si dà credito al fatto che nel 2018 Pechino si definiva ufficialmente “a near arctic power”, se si considera che oltre al monopolio delle “terre rare” ha già messo le mani sulla maggior parte delle miniere mondiali di litio, metallo strategico per le batterie della mobilità del futuro, strappandole proprio al controllo di società statunitensi, e se si presta la dovuta attenzione al fatto che le quote delle compagnie cinesi operanti in Groenlandia sarebbero cresciute sensibilmente negli ultimi tre anni.

In ultima analisi, è lecito affermare che la sfida lanciata dalla Cina agli USA per guadagnarsi lo status di prima superpotenza economica e commerciale al mondo è nel vivo, e lo dimostra in maniera esplicita la “corsa all’Artico” per “arrivare per primi” su materie prime e rotte commerciali preziose suscettibili di determinare una prima importante, se non decisiva, vittoria di uno dei due contendenti sull’altro in un’area geopolitica che i cambiamenti climatici stanno rendendo veramente centrale. L’interesse di Trump per la Groenlandia, una terra gelida, coperta per l’80% da ghiacci, senza infrastrutture e con appena 55.000 abitanti, si spiega dunque nel contesto del pervicace “containment” americano nei confronti dell’aggressivo dragone rosso, nel quadro di quella che si prospetta una lunga battaglia per la conquista del “Grande Nord”.


[1] https://www.theguardian.com/us-news/2019/aug/20/trump-greenland-denmark-mette-frederiksen

[2] https://www.ilsole24ore.com/art/trump-annulla-visita-danimarca-il-no-vendita-groenlandia-AChtmZf

[3] https://www.ilsole24ore.com/art/trump-annulla-visita-danimarca-il-no-vendita-groenlandia-AChtmZf

[4] https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/20/trump-vuole-la-groenlandia-dovrebbe-stare-attento-al-rovescio-della-medaglia/5396055/

[5] https://militarybases.com/overseas/greenland/thule/

[6] https://www.peterson.af.mil/Units/821st-Air-Base-Group/

[7] https://www.apnews.com/cf4dbebfb82c40e3a650bdcf26f68a68

[8] https://www.agi.it/estero/trump_groenlandia-6035287/news/2019-08-17/

[9] https://cesi-italia.org/articoli/200/groenlandia-la-nuova-via-verso-le-terre-rare

[10] https://www.bbc.com/news/newsbeat-49422832

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