Era il 26 settembre 1986 quando nel silenzio generale, il mondo stava per cadere in un conflitto nucleare che avrebbe cambiato per sempre il destino dell’umanità. Del periodo storico inerente al bipolarismo mondiale, vengono ricordati ben altri eventi che ci hanno portato a temere per un’escalation nucleare, uno su tutti ad esempio fu la “Crisi dei missili di Cuba” a farci credere che il conflitto tra USA e URSS potesse essere imminente.

La storia di Stanislav Petrov, l’eroe sovietico che salvò il mondo, a molti rimane tuttora sconosciuta, motivo per cui ho deciso di parlarne, in modo tale anche da sfatare il mito che solo l’Occidente ha voluto evitare le catastrofi nucleari mentre chi invece stava dall’altra parte della cortina di ferro era sprezzante di ogni rischio e conseguenze per l’umanità.

Preciso che Stanislav è morto come ha vissuto, ovvero nell’anonimato della sua casa, nel 2017; in uno dei tipici palazzi di cemento armato costruito in epoca kruscioviana, quelle definite comunemente dalla gente  “krushovka”. Quel tipo di alloggio costruito tanto per dare una casa a tutti i sovietici, anche se di scarsa qualità. Una persona schiva, modesta, un uomo minuto e già segnato dalla malattia. Va ricordato che all’inizio degli anni ottanta nonostante l’URSS non incarnava più da tempo il volto più feroce della dittatura sovietica di qualche anno addietro, quello rimaneva un periodo di grandissima tensione tra le due superpotenze.

All’inizio del mese un caccia sovietico aveva abbattuto un aereo di linea sudcoreano che, per errore, era penetrato nello spazio aereo dell’URSS. Era il 1° settembre quando un velivolo non identificato, probabilmente un aereo spia degli Stati Uniti, aveva violato il territorio della madrepatria. I generali e i politici applicarono le regole. In pochi minuti il maggiore Gennadij Osipovich che aveva affiancato il jet civile con il suo Sukhoi, ricevette l’ordine di abbattere l’intruso. «Non dissi alla base che era un Boeing, perché nessuno me lo aveva chiesto» Così morirono tutte le 269 persone a bordo.

Pochi mesi prima il Presidente Reagan aveva coniato l’espressione “Impero del Male” e annunciato il programma delle “guerre stellari “e si programmava il dispiegamento dei missili Pershing in Europa. Oltre tutto in quel periodo al Cremlino c’era Yuri Andropov che si era convinto, forse anche mal informato dai suoi servizi (o volutamente mal informato come racconta una realtà alternativa para-complottista) che gli USA stavano preparando un attacco imminente contro l’URSS. Un attacco nucleare. Ancora oggi gli storici ricostruiscono quel periodo come il momento di maggiore rischio per l’umanità: forse ancora peggiore della crisi dei missili a Cuba.

Erano le 00:14 del 26 settembre 1983, quando all’analista dell’armata rossa Petrov fu richiesto di sostituire l’ufficiale di servizio al bunker Serpuchov 15, vicino a Mosca, con il compito di monitorare il sistema satellitare posto a sorveglianza dei siti missilistici statunitensi, interpretando e verificandone i dati, per informare i suoi superiori di un eventuale attacco nucleare contro l’Unione Sovietica. Nel caso si fosse presentato un attacco, la strategia dell’Unione Sovietica era quella di lanciare immediatamente un contrattacco nucleare su vasta scala contro gli Stati Uniti, secondo la dottrina della distruzione mutua assicurata.

Intorno alle 00.30 il sistema satellitare diede l’allarme segnalando un missile lanciato dalla base di Malmstrom, in Montana, in viaggio verso il territorio sovietico. Petrov, ritenendo inverosimile un attacco con un unico missile, pensò a un errore del sistema e non segnalò ai suoi superiori l’accaduto. Pochi minuti dopo il satellite segnalò altre quattro volte un report uguale, per un totale di 5 missili nucleari  in viaggio verso l’URSS.

Lanciare l’allarme, assecondando quanto riportato dal sistema, avrebbe potuto significare dar avvio alla risposta nucleare verso gli Stati Uniti da parte sovietica, ma Petrov, che conosceva bene le peculiarità del sistema satellitare sovietico OKO, considerando troppo esiguo l’attacco missilistico in corso rispetto alla dotazione statunitense, ritenne che si stesse trattando di una serie di errori. Alla fine delle analisi (con i presunti missili lanciati ancora in volo verso il suolo sovietico, ma non rilevati come presenti da altre fonti), decise di segnalare il tutto ai superiori come un malfunzionamento del sistema, anziché come un attacco nucleare dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica. La decisione si rivelò giusta.

Petrov non seguì le procedure e non diede nessun allarme, in quanto analista geopolitico e geostrategico perché reputava in base alle sue conoscenze che un attacco dal Montana sarebbe stato improbabile e anche nel caso in cui questo fosse avvenuto gli USA non avrebbero attaccato con un numero così esiguo  di missili.

Quando l’analista spiegò ai suoi superiori che non diede l’allarme poiché aveva giustamente valutato un errore del sistema, questi non lo premiarono ma anzi, ricevette un richiamo per non aver seguito la procedura standard e la sua storia venne insabbiata e segretata fino al crollo dell’Unione Sovietica.

Qualcuno potrebbe ancora chiedersi perché il gesto di Petrov rimane eroico. Semplicemente perché i tempi per rispondere ad un attacco nucleare sono strettissimi. I missili impiegano meno di mezz’ora per raggiungere la Russia dagli Usa. Alcuni minuti servono per controllare che tutti i parametri siano giusti. Poi la comunicazione telefonica a Mosca: l’informazione arriva ai vertici. Si sveglia il capo supremo (allora era il gensek, oggi sarebbe il presidente Putin) e a quel punto bisogna decidere subito. Militari, ex agenti del KGB (come Andropov, ma forse anche come Putin) non sono abituati a mettere in discussione le procedure.

Alcuni studiosi contemporanei, una minoranza, sostengono che l’avaria del sistema fu preparata e premeditata da una parte estremista, militarizzata e fanatica del PCUS che vedendo l’imminente fine dei giorni di gloria dell’URSS e la vittoria certa del capitalismo sul comunismo, vollero cercare di provocare un conflitto con gli Stati Uniti. Motivo per cui quella sera Petrov venne chiamato a sostituire un ufficiale ben più preparato di lui in ambito di sistemi missilistici, nella speranza che potesse eseguire le istruzioni impartitegli senza agire autonomamente. Questa corrente di storica spiega in questo modo il mancato riconoscimento che gli andava retribuito.

A mio avviso il mancato riconoscimento invece è da imputare alla cattiva pubblicità che avrebbe avuto l’intera Armata Rossa sotto tutti i punti di  vista. Mezzi tecnologici obsoleti e un soldato che si rifiuta di obbedire ad un ordire di un diretto superiore (quindi insubordinazione) avrebbe rivelato la scarsa flessibilità dei graduati dell’esercito sovietico.

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Filippo Sardella, classe 1988, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, corsista di "Political Ethics" presso la YALE University , conferenziere e analista politico, specializzato in storia e politica della Russia e dell’Europa Orientale, operatore certificato in "International Humanitarian Law", attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI)
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