Nell’attuale clima di rinnovate tensioni inter-coreane, culminate nella demolizione dell’ufficio di collegamento tra Nord e Sud nella città di Kaesong, Pyongyang sostiene di aver deciso che il troppo stroppia e gli ultimi episodi di propaganda anti-DPRK sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ogni giorno appaiono sui giornali nordcoreani numerosi articoli o commenti che mostrano come per la Corea del Nord ormai sia stato passato il punto di non ritorno: le più recenti dichiarazioni di Kim Yo-jong, sorella di Kim Jong-un, la dichiarazione dei capi dell’esercito che si dicono pronti ad agire e ad inviare le truppe in alcune zone precedentemente demilitarizzate, il breve commento intitolato emblematicamente “It’s too late”. Queste dichiarazioni non lasciano spazio a dubbi sulla determinazione del Paese di non farsi trattare come una semplice pedina; vuole dimostrare di avere tutte le carte in mano e di sapere come giocarle.

 In questo contesto si va ad inserire il problema della divisione dei costi per il mantenimento dei 28.500 componenti delle U.S. Forces Korea stazionate in Corea del Sud. La firma del nuovo accordo sulla divisione dei costi gioca un ruolo di vitale importanza per gli Stati Uniti, che vedono nella presenza in Corea del Sud ancora un baluardo importante per monitorare cosa succede, non solo oltre il 38° parallelo, ma anche sulle sponde opposte del Mar Giallo. La fissazione di Trump per la Corea del Nord, che doveva essere la sua grande vittoria in campo internazionale e che sembra essere finita in un nulla di fatto, se non in “bellissime lettere” scambiate tra i due leader, si è andata a scontrare contro un ostacolo che sembra ormai essere diventato un muro invalicabile. Non solo, ma per rincarare la dose, il Ministro degli Affari Esteri della DPRK, Ri Son Gwon, ha annunciato, nel giorno dell’anniversario del primo incontro tra Kim e Trump, che il suo paese non avrebbe mai più offerto opportunità al Presidente americano di “farsi bello agli occhi del mondo”: niente più promesse a vuoto.

Il problema pluriennale della negoziazione dello Special Measures Agreement (SMA), accordo sulla divisione dei costi militari americani in Corea con scadenza annuale, va quindi ad inserirsi in un contesto altamente instabile e volatile. Durante la presidenza Trump si è vista una spinta maggiore per una divisione “più equa” delle spese militari tra USA e Corea del Sud. Nelle ultime settimane sono pervenute però informazioni a volte contrastanti: da un lato il presidente Trump aveva detto che la Corea avrebbe accettato di pagare una somma “sostanziale” per lo stazionamento delle truppe americane; dall’altro, non sono pervenute altre conferme di tale proposta dai diretti interessati. Washington ha quindi chiesto a Seul di pagare $1,3 miliardi per lo stanziamento delle U.S. Forces Korea, circa il doppio rispetto  all’accordo dell’anno precedente. Nonostante gli Stati Uniti abbiano ridotto ampiamente la richiesta iniziale di $5 miliardi, Seul si è comunque trovata davanti un conto che non è disposta a pagare. La contro offerta è stata un aumento del 13% rispetto agli $870 milioni concordati nel SMA del 2019, offerta che Trump ha prontamente scartato. Se dalla fine del 2019, quando è scaduto il vecchio SMA, non si è riusciti a giungere ad un accordo sulla divisione dei costi militari, ora i due governi sembrano ottimisti sul fatto che possa essere raggiunto in tempi brevi. Uno spiraglio di luce, infatti, è stato dato dal fatto che Washington abbia approvato la proposta di Seul di pagare i salari dei dipendenti delle U.S. Forces Korea di nazionalità coreana, così da poter far tornare al lavoro i 4.000 sudcoreani che ad inizio aprile erano stati mandati in congedo non pagato. Come alla fine aveva già proposto la Corea del Sud a febbraio, si è arrivati quindi a separare la questione dei salari dei cittadini sudcoreani dalla necessità di trovare un accordo su come riformare il sistema della divisione dei costi nel suo complesso, accordo che rimane una priorità per i due rispettivi Ministeri della Difesa.

Vista la difficoltà nel trovare un accordo dopo ormai 6 mesi dalla scadenza di quello vecchio, si potrebbe quindi pensare ad un indebolimento dell’alleanza, cosa che i rappresentanti di entrambi i governi non si stancano mai di smentire. Coloro che avrebbero sperato o trarrebbero vantaggio da un’erosione di tale alleanza strategica, tra cui Cina, Russia e Corea del Nord, rimangono in allerta e vigili. Quello che però emerge è nuovamente l’intransigenza americana, emersa più volte nei negoziati con i due paesi della penisola, che ha mostrato tutta la sua potenza fallimentare al summit di Hanoi del 2018 con Kim Jong-un. Inoltre, dopo anni di relazioni inter-coreane semi-stabili, che sembravano l’unico bagliore di speranza per poter portare avanti la linea diplomatica per la denuclearizzazione, prima gli Stati Uniti e poi la Corea del Sud sembrano essere stati lasciati da soli al tavolo dei negoziati da una Corea del Nord stanca di non essere presa seriamente.

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