Amedeo I di Spagna già definì gli spagnoli come un popolo ingovernabile e decise di rinunciare al trono di Spagna nel 1873, lo stesso giorno in cui nacque la prima repubblica spagnola.

In quel momento come adesso la situazione politica in Spagna era ingestibile. La Spagna democratica è sempre stata governata dal bipartitismo. Questo sistema, però, ha smesso di funzionare dal 2016 con l’entrata di nuove forze politiche (Podemos e Ciudadanos). E da quel momento come profetizzò l’ex premier spagnolo Felipe Gonzalez: “Stiamo andando verso un Parlamento italiano, ma senza italiani che lo gestiscono”. La ripetizione delle elezioni in Spagna ha lasciato uno scenario politico molto più frammentato di quello del 28 aprile.

I cittadini che non sono rimasti in casa, visto che la partecipazione è diminuita in confronto con le scorse elezioni, hanno deciso di dare il loro voto ai partiti nazionalisti in molti casi, facendo così ricadere il peso del governo della Spagna sul sostegno di queste forze politiche, che non sono soltanto i partiti indipendentisti catalani, ma anche partiti come Teruel Existe.

Una nuova formazione politica nata per lottare contro uno dei fenomeni più importanti nel panorama sociopolitico spagnolo, la despoblación. Ma il vero vincitore di queste ultime elezioni è stato Vox, una forza politica di ultradestra, che in pochi mesi è riuscita a crescere da 24 deputati a 52. Prima delle elezioni dello scorso aprile, la Spagna era insieme al Portogallo una eccezione nel panorama europeo per la mancanza di un partito politico di estrema-destra nel loro parlamento. Invece, con questi ultimi comizi, la Spagna si avvicina così alla media europea.

La campagna elettorale si è centrata sul conflitto catalano. In particolare dopo che la sentenza del processo ha condannato i leaders indipendentisti a 13 anni di carcere. Insieme a ciò la riesumazione del dittatore, Francisco Franco, ha fatto affiorare anche il nazionalismo spagnolo più reazionario,incarnato nella figura del dittatore, oltre a quello catalano.

Questa difesa delle identità politiche in Spagna fece sì che la domanda più ripetuta durante i dibattiti fosse: ‘’Quante nazioni ci sono all’interno della Spagna?”. Domanda che restò senza risposta da parte dal premier, Pedro Sanchez, dopo che si venne a sapere che il partito socialista aveva tolto dal loro programma elettorale la definizione della Spagna come uno Stato plurinazionale. Un ideale programmatico tradizionalmente incluso nel programma del partito socialista.Ma visto i risultati delle elezioni, questa volta, Sanchez, che ha vinto le elezioni con 120 deputati,dovrà prendere una posizione sul modello territoriale della Spagna.

Per il momento l’accordo,firmato con Podemos, 48h dopo il voto, prevede un tavolo di dialogo con la Catalogna. Ma l’avvio della legislatura dipenderà dal sostegno maggioritario dei diversi gruppi nazionalisti, dato che le forze politiche di destra hanno mostrato ormai la loro posizione contraria ad un governo, formato con Podemos Ciudadanos, il partito guidato da Albert Rivera, ha fallito in queste elezioni ottenendo il loro peggior risultato nella sua breve storia, passando da avere 57 deputati a 10 in pochi mesi.

Questo risultato ha provocato le dimissioni del suo leader, Rivera, a cui si critica la sbagliata strategia diaver pensato che avrebbe potuto diventato il capo dell’opposizione, sostituendo Pablo Casado ed ilsuo Partito Popolare. Dunque la possibilità di un accordo tra la socialdemocrazia e i liberali è venuta meno, dato che i numeri del nuovo parlamento non danno la maggioranza a questa coalizione. L’unica maniera per ottenere finalmente un governo ed evitare, in questo modo, una nuova tornata elettorale è soltanto una, poiché il partito popolare ha deciso di tenere il suo no ad un’alleanza con il PSOE. Questa decisione si fonda, da parte del PP, sulla rapida ascesa di Vox in queste ultime elezioni.

Perciò, Pedro Sanchez, ha compiuto la sua promessa elettorale di “sbloccare il paese 48h dopo il voto”; senza che nessuno sapesse all’interno di PSOE e Podemos che entrambi i leader di questi partiti fecero un accordo di investitura. Accordo che fu impossibile in aprile, visto che entrambi partiti non riuscirono a trovare l’intesa e fecero diventare la loro negoziazione una specie di telenovela agli occhi dell’opinione pubblica spagnola. Quell’accordo mai firmato ad aprile sembra che questa volta andrà avanti contando col sostegno di ERC, partito indipendentista di sinistra, che si trova al Governo della Catalogna con Junts per Sì (l’antica Convergenciàe Uniò). Questo dovrà decidere se cambiare la loro strategia e sostenere Pedro Sanchez, come fece nella mozione di sfiducia contro Rajoy, e richiedere un tavolo di dialogo con il governo centrale, oppure se continuare a richiedere duramente al governo di ammettere che c’è un conflitto tra la Spagna e la Catalogna, impossibilitando la formazione di un nuovo esecutivo.

Tutto ciò, con uno sguardo posto alle possibili elezioni in Catalogna, poiché Qim Torra, il presidente della Generalitat di Catalogna, potrebbe essere condannato per disobbedienza per non aver tolto uno striscione, che difendeva l’esistenza di prigionieri politici in Spagna, nella sede del governodella regione, facendo così cadere il governo con ERC.

La situazione in Catalogna, unita alle richieste del resto delle regioni che non vedono funzionare il sistema del 78, ha fatto in modo che il Congreso de los Diputadossia diventata quasi una camera territoriale, sostituendosi in questo modo al Senato. Questo è stato possibile grazie alla legge elettorale spagnola. La cosiddetta Legge D’Hondtche concede più rappresentanza alle zone della Spagna spopolata in rapporto alle grandi metropoli. L’eterno ritorno del bipartitismo che si proclama dal 2016 sembra che, anche questa volta, non avverrà. Gli spagnoli invece hanno deciso di governarsi con un parlamento sempre più frammentato, ma dove entrano più sentimenti e modi di concepire le diverse Spagne

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