“L’Unione europea non deve finanziare il lavoro forzato”. È questo l’appello che si è fatto contro i finanziamenti provenienti dal Fondo fiduciario Europeo d’Emergenza per l’Africa che sembrerebbe siano impiegati dal governo a partito unico dell’Eritrea per pagare le società appaltatrici per le costruzioni di reti stradali ed infrastrutture rinomate per costringere i giovani eritrei ad accettare condizioni di lavoro ai limiti dello schiavismo.



Nonostante i rapporti gradualmente attenuati tra Eritrea ed Etiopia, la cui firma dell’accordo di Pace (firmato in Arabia Saudita il 16 settembre 2018) ha decretato la fine della ventennale guerra tra i due Stati ed anche l’inizio di un percorso politico di cambiamento che si può dire essere stato indubbiamente più efficace per il fratello etiope, l’Eritrea ha mantenuto un regime rigido ed ancora non poche difficoltà al suo interno. Si potrebbe persino pensare che il regime a partito unico eritreo sia uno dei più rigidi in tutta l’Africa.

Di certo la condizione interna non è migliorata negli ultimi anni: la popolazione vive in estrema povertà e fame, i giovani sono costretti ad arruolarsi in favore della dittatura militare, non c’è ancora ombra di nuove elezioni generali o di una nuova Costituzione ed il dittatore Afewerki ha guidato il paese senza applicare le garanzie contenute in quella del 1997.

Negli ultimi anni il Presidente Isaias Afewerki ha attuato ulteriori giri di vite all’economia del Paese confiscando scuole e presidi medici principalmente gestiti dalla comunità religiosa e monopolizzando le principali società di costruzione di infrastrutture del paese (la “Red Sea Trading Corporation” e la “Segen”). Quest’ultima mossa è stata abbastanza astuta: attingendo al Fondo fiduciario Europeo d’Emergenza per l’Africa, ossia un meccanismo utilizzato nell’ambito della cooperazione allo sviluppo per mettere in comune risorse di grandi dimensioni provenienti da differenti donatori, l’Unione Europea ha stanziato milioni di euro sia per il 2019 che per il 2020 da impiegare nella costruzione di strade ed altre infrastrutture nel Paese che potevano essere gestiti direttamente o indirettamente dal partito unico di Asmara.

Il problema è il lavoro forzato e la schiavitù: agendo in questo modo, l’Unione Europea è stata accusata dalla Dutch Foundation for Human Rights for Eritreans di favorire il lavoro forzato e di investire in sistemi del partito unico basati sullo schiavismo. Questa condizione emerge dai rapporti di alcune ONG come Human Rights Watch.  Infatti, l’imposizione del servizio di leva militare a tempo indeterminato costringe i giovani a lavorare per società che costruiscono infrastrutture e reti stradali in condizioni disumane e violando i diritti fondamentali dell’uomo.

Il 14 maggio l’Unione Europea è stata denunciata presso l’Alta Corte di Amsterdam affinché siano dichiarati illegali tali finanziamenti dell’UE. Negli ultimi giorni, il partito dei verdi del Parlamento europeo ha deciso di proporre alla Commissione Europea di rinviare l’erogazione dei finanziamenti per questi progetti fino al momento in cui si sarà effettivamente fatta chiarezza sulla questione.

 

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