Longevo e allo stesso instabile, inscalfibile e allo stesso tempo cagionevole.  Il potere di Bashar al-Assad sfugge a una facile definizione e, mai come prima, potrebbe sfuggire anche dalle mani del controverso Presidente siriano

Bashar al-Assad è il Presidente della Repubblica Araba di Siria da venti anni, da quando prese possesso del suo ufficio di Damasco il 24 giugno del 2000. Il padre Hafez – Presidente a sua volta per il trentennio precedente – era venuto a mancare da non più di due settimane, lasciando vuoto lo scranno più importante dello Stato.  Assad senior è stato colui che ha modellato la Siria moderna, capace di far fruttare le conoscenze acquisite ai tempi dell’accademia militare, fino ad arrivare prima al governo e poi alla presidenza della nazione. Cruciali furono l’affiliazione al partito Baath, formazione araba a vocazione socialista la cui leadership è passata anch’essa di padre in figlio, e lo stretto legame con l’Unione Sovietica in piena guerra fredda. Se l’URSS è oggi un ricordo impolverato dalla storia, il partito Baath, invece, governa tutt’ora il Consiglio del Popolo – il parlamento monocamerale siriano – ed è la componente politica più rilevante del paese. La coppia Hafez-Bashar, infatti, è riuscita strenuamente a mantenere le redini del comando nonostante la propria appartenenza religiosa li collochi all’interno di una minoranza di una minoranza.

Soprattutto Hafez – che secondo i suoi alleati sovietici avrebbe dovuto rappresentare l’anima laica dello Stato – ha ben presto promosso e sponsorizzato la sua fede alauita al fine di ricevere maggiore legittimazione all’interno della variegata società siriana.   Gli alauiti appartengono ad una corrente dell’Islam sciita, corrente minoritaria nell’ex protettorato francese ed additata come eretica sia dal blocco sunnita – l’altro ramo del mondo mussulmano – sia da molti esponesti della stessa sfera sciita. A cavallo degli anni Settanta e Ottanta, con la crescita dei movimenti legati all’islam politico, motivo di scontro tanto teologico quanto ideologico, tenere uniti i pezzi del puzzle libico non è stato esercizio semplice. Tutt’oggi, con l’escalation della bagarre regionale fra Arabia Saudita e Iran – potenze che sotto la matrice religiosa rappresentano poli opposti – la scomoda posizione di Damasco è aggravata dal variegato contesto multiconfessionale. La longeva dinastia degli Assad è quindi, al netto dei giudizi morali, un’opera di complessa ingegneria politica.

In particolar modo gli ultimi nove anni, che hanno trasformato la Siria nel teatro di una crisi umanitaria dalla portata storica, sono stati per Bashar una continua minaccia alla sua presidenza. Le nubi sopra la sua testa, però, si stanno addensando come mai prima. Se i successi militari perseguiti assieme ai partner sia locali che internazionali gli permettono oggi di controllare buona parte del territorio della nazione, la crisi economica provocata dal decennio di conflitto ha raggiunto i suoi massimi di sempre, e rischia concretamente di essere la definitiva pietra di inciampo del regime. La lira siriana è in caduto libera ed ha perso la quasi totalità del suo valore sui mercati esteri, innescando l’effetto domino di una vertiginosa crescita dell’inflazione, e dell’aumento record dei prezzi dei beni di prima necessità. Si stima che siano oltre 9 milioni i cittadini in condizione di insicurezza alimentare, l’ottanta per cento circa di chi ancora vive in Siria. La parte di popolazione che gode di una migliore situazione è, comunque, impantanata nelle sabbie mobili di un’economia nazionale che non riesce a risollevarsi: settore agricolo e comparto industriale sono allo stremo, vittime della diaspora dei giovani in fuga, in totale assenza di manodopera, con prospettive future nero pece. A pesare sulle casse di Damasco è soprattutto il deprezzamento subito dalla sua valuta nei confronti del dollaro, causa diretta della strategia di massima pressione messa in atto dagli Stati Uniti nella cornice mediorientale. Il 17 giugno scorso Washignton ha infatti reso operative numerose sanzioni a carico di enti e personalità di spicco delle gerarchie siriane, Bashar al-Assad e moglie compresi. Le restrizioni, rinominate nel loro complesso Caesar Act, sono da leggersi nello scontro regionale che il Presidente Trump ha innescato dall’inizio del suo mandato con la Repubblica Islamica dell’Iran, il vero obbiettivo nel mirino del tycoon americano che – al contempo – cerca muscolarmente di indebolirne gli alleati.

La tattica della Casa Bianca è tanto spregiudicata quanto il temperamento del suo inquilino. In primis perché potrebbe intaccare gli interessi dell’Arabia Saudita, suo fedele complice che ha da tempo ha gli occhi sul business della futura ricostruzione siriana, e anche perché potrebbe portare ancora di più Assad a cercare protezione nelle braccia di Teheran e Mosca. La capitale russa, in particolare, è stata il baricentro della salvezza di Bashar che, senza il suo provvidenziale intervento nel 2015, non sarebbe probabilmente riuscito a invertire le sorti della proteste antigovernative iniziate nel 2011, e ben presto trasformatesi in una guerra civile complessa e imprevedibile.  Putin, però, sembra sempre più remissivo a foraggiare Assad e famiglia, e le crepe interne al clan del Presidente siriano sono di settimana in settimana più profonde. Recentemente si è infatti consumata una frattura rilevante fra i fedelissimi del numero uno di Damasco. Rami Makhlouf, suo cugino materno, amico d’infanzia, e uno degli uomini più ricchi della Siria, è ritenuto il vero banchiere del regime.
È stato anche il privilegiato punto di contatto per i rapporti con la Russia, dove – fra l’altro – ha investito milioni di dollari aggirando le sanzioni internazionali, conservando un prezioso tesoro per la già citata ricostruzione post-bellica che fa gola a molti, Mosca inclusa. Da dicembre scorso in poi, però, le tensioni fra Makhlouf e Assad portano quest’ultimo a operare il sequestro dei beni delle compagnie petrolifere del cugino, costringendolo inoltre a regolarizzare la sua posizione con il fisco nazionale, di cui sarebbe debitore per oltre 300 milioni. Volontà che rispecchierebbe l’impellente necessità di risanare il disastroso bilancio dello Stato, ma che è, anche, ulteriore segnale che Bashar al-Assad senta la terra tremare sotto i piedi. I volti più familiari sono diventati per lui pedine che minacciano l’arrocco finale, e cerca in ogni modo di minarne la stabilità.

L’Iran stesso potrebbe in un futuro prossimo voltare le spalle a Damasco. La crisi economica che si sta consumando all’ombra della teocrazia degli Ayatollah mette in dubbio la capacità della Repubblica Islamica di continuare a fornire il supporto militare che ha sempre garantito. Se da un lato il fronte di battaglia preoccupa meno che in passato, la relativa sicurezza instaurata potrebbe portare all’emersione di altre faide interne alla stretta cerchia del Presidente siriano, di cui lo scontro con Rami Makhlouf è solo la punta dell’iceberg. Washington, Mosca, Teheran, parte della stessa Damasco e non ultimo Ankara, che nella Siria settentrionale e nel Kurdistan iracheno continua le sue vigorose offensive: tutti tasselli di quello che più che un mosaico, si prepara ad essere lo scacco matto a re Bashar. Si dice che Hafez al-Assad avesse preparato per la sua successione il figlio più grande Basil, ritenuto dal padre il più brillante per guidare il paese. Un tragico incidente d’auto nel 1994 porterà però via il primogenito di Hafez che, causa infarto, morirà nell’estate del 2000. A vent’anni da quel giorno il peso dei destini delle Siria è sempre stato sulle spalle di Bashar, che il padre reputava troppo debole per affidargli la stanza dei bottoni dello Stato, e che oggi, dopo quasi un decennio di battaglie, sembra avere più nemici che alleati.
La storia siriana aspetta al valico.

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