Turchia e Russia, negli ultimi tre anni, si sono avvicinate molto. Il risentimento nei confronti dei partner occidentali, specie dopo il colpo di stato fallito dell’estate 2016, ha spinto infatti Ankara verso i propri tradizionali rivali del nord.

Su alcuni dossier, tuttavia, le distanze sono rimaste. È il caso della Siria: benché i turchi siano stati integrati da Mosca nel gruppo di Astana, gli obiettivi di fondo delle due potenze nei confronti di Assad e dell’integrità territoriale dello Stato siriano non si sono mai conciliati del tutto.

Così, l’intervento turco di due settimane fa nel nord della Siria non ha certo ricevuto il plauso del Cremlino. E non per simpatia verso i curdi (con cui i russi intrattengono rapporti pragmatici ma finora privi di particolari scintille), bensì per un’eccessiva avanzata dei turchi che ha rischiato di minare qualche equilibrio di troppo.

L’incontro bilaterale tra Putin ed Erdoğan è servito soprattutto a (ri)definire limiti e competenze degli attori in campo. Il risultato è abbastanza sbilanciato in favore della Russia, che tra le altre cose ottiene lo stop della penetrazione turca e il controllo della propria polizia militare sul ritiro dei curdi dalla cosiddetta “fascia di sicurezza”, peraltro ridimensionata.

Ma soprattutto, la Russia di Putin è riuscita, nel giro di pochi giorni, a migliorare ulteriormente la sua posizione in Siria e in generale nel Medio Oriente, oscurando il ruolo degli americani e sostituendo anzi questi ultimi nella gestione dell’unico dossier su cui avevano mantenuto la prevalenza, in Siria: quello dei curdi. Per la Russia infatti non sarà difficile, dopo quel che è successo, ritagliarsi un ruolo di mediazione (e forse addirittura di protezione) nei confronti delle milizie YPG.

Del resto, a differenza di Washington e Bruxelles (oltre che naturalmente di Ankara) il PKK a Mosca non è considerato un’organizzazione terroristica. E dunque potrà sempre tornar comodo, per i russi, l’utilizzo dei curdi in potenziale funzione anti-turca. In ogni caso, comunque, Ankara non tornerà ad abbracciare l’Occidente (al di là della formale adesione alla Nato) e continuerà a lungo a confrontarsi coi russi. Anche facendo buon viso a cattivo gioco.

The following two tabs change content below.
Pietro Figuera

Pietro Figuera

Laureato in Scienze Politiche a Catania e specializzato in Relazioni Internazionali a Bologna, è attualmente borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Russia 2018” e di “Osservatorio Russia”, collabora con Rai Storia, il Groupe d'études géopolitiques, The Post Internazionale e la rivista di geopolitica Limes. È autore del saggio “La Russia nel Mediterraneo”
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: