La regione del Tigri e dell’Eufrate è terreno di costanti cambiamenti.Una figura sembra però non arrivare al suo autunno. Ecco perché

La Siria è da anni un mosaico disordinato di varie potenze che provano, senza riuscirsi, a ritagliarsi spazi di autorevolezza per perseguire i propri fini.
Quella che sembrava l’onda lunga delle primavere arabe, arrivata dal Maghreb ad interessare anche i territori di Damasco con le contestazioni del marzo 2011, è capitolata in una delle guerre civili più sanguinose del nuovo millennio.
Una spirale di violenza che continua tutt’ora e che ha portato con se anche i famelici interessi degli attori internazionali che, nel vuoto di potere che si è venuto a creare, hanno inserito i propri strategici tasselli.Un disordine così caotico che oggi rende difficile anche soltanto individuarne le cause scatenanti.


Fra le principali motivazioni che hanno generato le prime manifestazioni vi era il malcontento verso il sistema di governance centrale, monopolizzato dall’ala siriana del partito Baath, e l’insofferenza verso la sua più alta carica, il Presidente Bashar al-Assad.
Nei nove lunghi anni di conflitto, mutevole quanto complesso, sono diverse le realtà che dalle alterne fortune di Assad, il cui scranno è più volte vacillato sotto i colpi delle proteste di piazza, hanno ritagliato uno spazio per le proprie rivendicazioni.


Fra i più rapidi a sfruttare le fragilità del governo sono stati i movimenti di fondamentalismo islamico che hanno trovato nella regione del Tigri e dell’Eufrate terreno fertile per il progetto di instaurazione di un nuovo califfato.
In particolare al-Nusra e Daesh, organizzazioni terroristiche dalla comune matrice salafita, rivali loro stesse sul campo di battaglia, oggi indebolite ma non sconfitte.


Ad approfittare della ritirata dei militari filogovernativi nel nord-est del paese, invece, sono state le popolazioni curde siriane.
Già nel 2012, infatti, con l’espulsione dei soldati del Presidente dai cantoni di Afrin, di Kobane e Jazira, ha ripreso vigore la resistenza delle forze YPG e YPJ, le milizie ideologicamente vicine al PKK, il partito dei lavoratori turco ritenuto da Ankara una minaccia esistenziale.


Nel 2014 queste popolazioni, in contemporanea ad uno sfiancante scontro con lo Stato Islamico, sono riuscite a scrivere una propria costituzione, il Contratto Sociale del Rojava, che racchiude in novantacinque articoli il sogno – troppe volte bistrattato dalla storia – di indipendenza ed autonomia del popolo curdo.

miliziani dello YPG in azione a Raqqa, Siria

Durante gli anni dello scontro, a guardare le spalle dei combattenti del Kurdistan siriano, vi è stata la fedele presenza dell’aviazione americana che, assieme alle truppe di terra, contava la partecipazione di circa duemila unità.
Numero fortemente ridimensionato dalla scelta del Presidente Trump che, entrando nel vivo della campagna elettorale a stelle e strisce, ha “riportato i ragazzi a casa” dimezzando il contingente in Siria.

Scelta che ha messo in seria difficoltà gli alleati curdi che, nell’ultimo mese, hanno dovuto affrontare l’offensiva turca frutto della strategia di Recep Erdoğan che, in sfregio al diritto internazionale, intende creare una safe zone nel Kurdistan siriano dove ricollocare i profughi della guerra civile scappati oltre la frontiera.
Difficile che il Pentagono permetta al tycoon newyorkese di abbandonare completamente quella porzione di teatro mediorientale, troppi gli interessi petroliferi in gioco, in particolare in chiave anti iraniana. Sicuro è, però, che il passo indietro statunitense mina l’autorevolezza di Washington che in Siria era già stata compromessa dai tentennamenti della presidenza Obama.

Nell’avvicendarsi di questi alterni protagonisti, interni e non, il ruolo di Bashar al-Assad è stato scalfito ma non annullato. Il suo controllo sul territorio, ristrettosi e dilatatosi negli anni, è oggi tornato ad essere attivo su buona parte della nazione.
La famiglia Assad, al potere dal 1971con Hafiz, storico Presidente per quasi trent’anni e padre di Bashar a cui ha lasciato le redini dello Stato alla sua morte nell’estate del 2000, appare essere l’unica entità che la guerra non riesce a piegare.
Per cercare indizi sull’elisir di lunga vita del dominio della casata di Damasco, però, è necessario spostarsi fuori dai confini nazionali, direzione Mosca.

Se in una prima fase delle ostilità il governo siriano aveva ricevuto il principale appoggio dai turbanti neri della teocrazia iraniana, affini per appartenenza alla comune fede sciita – seppur il ramo alauita degli Assad è sempre stato mal digerito da ampie fasce dello sciismo – chiave di volta per la sua sopravvivenza è stato l’intervento russo del 2015.

Intervento che gli ha permesso di riconquistare molti dei territori sotto il controllo dei ribelli. L’aiuto, però, non si è limitato solo al comparto militare, ma anzi è stato ben più consistente e fantasioso.
Recenti inchieste indagano sui collegamenti fra stretti familiari del Presidente siriano ed operazioni immobiliari nei quartieri bene della capitale della Federazione Russa.
Sotto i riflettori sono finiti gli investimenti dei membri della famiglia Makhlouf, in particolare di Rami Makhlouf e Hafez Makhlouf.
Il primo è cugino materno di Bashar al-Assad e suo amico d’infanzia, diventato fra gli uomini più ricchi del paese grazie al suo impero commerciale nel settore delle telecomunicazioni, e considerato il banchiere degli Assad.
Hafez, fratello maggiore di Rami, è stato invece alto dirigente delle forze di sicurezza di Damasco, e principale mente delle repressioni dei manifestanti durante le proteste del 2011.
Assieme hanno acquisito una ventina di appartamenti in grattacieli di lusso di Mosca, la maggior parte dei quali dopo il placet del Cremlino all’invio di soldati in Siria, per un valore di oltre quaranta milioni di dollari.

il complesso moscovita City of Capitals, dove si concentrano gli investimenti della famiglia Makhlouf

Un tesoro che si sposta oltre confine senza essere intercettato dalle sanzioni internazionali imposte dall’Occidente, pronto per essere utilizzato per finanziare le restanti battute della guerra civile e per ricostruire il paese una volta riconsolidato il potere dello Stato nelle mani degli Assad.
Un supporto che dal piano militare si sposta su quello economico e politico, e che accredita il paese di Vladimir Putin come rifugio sicuro per il governo siriano, i suoi parenti, ed i suoi investimenti.
È chiaro quindi più che mai che c’è un nuovo guardiamo in Siria che risiede a Mosca, un nuovo arbitro nell’arena mediorientale.
Chi cerca fortuna al suo interno, sa che d’ora in poi dovrà fare i conti con lui.

fonti:

http://www.msnbc.com/rachel-maddow-show/despite-us-soldiers-syria-trump-says-we-have-no-soldiers-syria

https://time.com/5705653/troops-syria-iraq

https://www.ft.com/content/fb48c0f4-009c-11ea-b7bc-f3fa4e77dd47

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Davide Agresti

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