L’arrivo del Covid-19 in Italia e in tutta Europa ha messo in crisi il sistema economico e industriale di ogni paese. Tutti abbiamo assistito ad un mutamento dei comportamenti dei consumatori, costretti per via del lockdown ad acquistare ogni genere di prodotti attraverso piattaforme e-commerce.

La vendita online è aumentata a scapito della tradizionale vendita al dettaglio, a farla da padroni in questo periodo sono stati colossi quali Amazon in primis, ma anche tutte le app del food come Glovo e Just eat. E’ quasi certo che questo nuovo modo di acquistare aumenterà e si consoliderà nei prossimi mesi ed anni, per dirla in modo semplice, la pandemia globale ci sta traghettando verso una nuova rivoluzione tecnologica, dagli effetti ancora sconosciuti.

Questa transizione tecnologica sarà positiva o negativa? Molto dipenderà dalla capacità di ogni paese di trarre vantaggio da una situazione in potenza sfavorevole. Che ruolo gioca in questa partita l’Unione Europea e i singoli Stati Europei? Certamente un ruolo decisivo per la difesa e rilancio della produzione industriale e dei livelli occupazionali.

Proprio nei mesi di lockdown i settori più colpiti sono stati quello alberghiero-turistico, della moda, della ristorazione, dell’aviazione civile e il settore dell’Automotive. Quest’ultimo ha registrato un calo pari a 86% della produzione e vendita. Bisogna considerare che l’Europa vanta i maggiori gruppi di case automobilistiche mondiali, concentrate soprattutto in Francia, Germania, Italia e nel Regno Unito.

In tutta Europa si è discusso molto sulla eventualità di salvare le aziende attraverso cospicui aiuti di Stato, per esempio le compagnie aeree che hanno subito perdite significative, a tal proposito anche la Commissione Europea è intervenuta ponendo delle deroghe agli articoli 107-108 del trattato TFUE in materia di aiuti di Stato, e sulla concorrenza (Art. da 101 a 106). In Italia si è acceso il dibattito sul dossier Alitalia che ormai continua da decenni, portando di fatto ad una nazionalizzazione della compagnia. Ma ha fatto molto discutere nei giorni precedenti anche il prestito di circa 6,3 miliardi di euro chiesto da FCA automobiles al governo italiano, per salvaguardare i dipendenti e gli stabilimenti italiani.

Piuttosto che domandarsi quale sia la sede legale di una multinazionale, e se risulti corretto concedere i prestiti, la domanda da porsi per ogni azienda sarebbe: rappresenta l’azienda in questione un settore strategico per il sistema Italia?

A seguito del corona virus, bisognerebbe ragionare con nuovi schemi e non con quelli già conosciuti, questa pandemia è riuscita a scardinare molti dei mantra del libero mercato e di concorrenza Ue, probabilmente i manuali andrebbero rivisti e forse almeno in questo periodo così incredibile, andrebbero messi da parte.Se pensiamo che molti Stati Europei senza gli aiuti dell’Ue (ancora in fase di elaborazione) rischiano di andare in default, è altrettanto evidente che le grandi, medie e soprattutto piccole aziende non possono farcela da sole.

Un grande intervento da parte dello Stato risulta indispensabile per mantenere l’Italia ben salda ai paesi industrializzati e per rilanciare tutte le filiere del made in Italy. Occorrerebbe dare vita a un piano industriale italiano 5.0 di nuova generazione, subordinando gli aiuti di Stato a obiettivi da raggiungere per le aziende che ne fanno richiesta, come ad esempio investire in tecnologia, investimenti sul territorio nazionale e raggiungimento della piena occupazione industriale.

Dalla crisi del 2008 l’Italia e i paesi del sud Europa ne sono usciti a pezzi, una cosa che bisogna scongiurare è che si ripeta la stessa storia anche adesso, forse proprio l’Italia dovrebbe attuare più di tutti gli altri paesi, il principio del “What ever it takes” coniato da Mario Draghi, fare qualunque cosa per aiutare le aziende italiane a rialzarsi e posizionarsi nel nuovo mercato e commercio globale nel migliore dei modi.

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Gabriele La Spina

Gabriele La Spina

Gabriele La Spina, attualmente Capo Redattore e analista geopolitico per gli Affari Europei in IARI. Nato a Catania nel 1991, ha conseguito la laurea triennale in Politica e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Catania, ha proseguitogli studi a Milano, conseguendo il Diploma in Affari Europei presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). Infine ha continuato con la laurea magistrale in Internazionalizzazione delle Relazioni Commerciali sempre presso l’Ateneo di Catania.
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