La guerra civile in Guatemala, durata per più di un trentennio (1960-1996), scoppiò in seguito ad un colpo di stato per sostituire il presidente Arbenz, che aveva avviato un processo di ridistribuzione della terra. Il conflitto interno è stato molto violento e nel 1970 vi furono ulteriori scontri che videro contrapposti due gruppi, da un parte i leader della comunità indigena dei Maya, i Q’eqchi di Sepur Zarco, che combattevano per aver riconosciuti i diritti di proprietà sulla loro terra, e dall’altra le forze militari, che si opponevano alle spinte progressiste di quest’ultimi.

Il conflitto interno fu sanguinoso e brutale, soprattutto nella piccola zona rurale nella valle polochica del nord-est del Guatemala, popolata dal gruppo indigeno. L’esercito  guatemalteco infatti non si risparmiò, in termini di violenza, contro gli uomini appartenenti al gruppo dei Q’eqchi, che vennero forzatamente detenuti, uccisi mentre di molti altri si persero ogni traccia.  

Gendered-crimes contro le donne di Sepur Zarco

Nelle dinamiche interne al conflitto, tuttavia, le parti più lese furono le donne e mogli di tutti gli uomini Q’eqchi che divennero gruppo mirato di una serie di violenze sessuali, che includevano stupri diffusi, schiavitù sessuale e altri trattamenti inumani e degradanti. Attraverso la violenza sessuale esercitata sulle donne, dunque, i militari mantenevano il controllo sulla popolazione, piegando ogni possibile spinta di ribellione. La minaccia e la violenza sessuale concreta facevano parte di una serie ben definita di atti sistemi e diffusi. Queste pratiche hanno rappresentato veri e propri strumenti di guerra. Colpire le donne attraverso una campagna di gendered-crimes, significava colpire la comunità indigena nel più brutale dei modi, attaccando e de-umanizzando le depositarie della cultura e identità Q’eqchi.

I crimini commessi contro le donne Q’eqchi, dunque, costituivano crimini contro l’umanità considerando la gravità delle azioni e il fatto che tali condotte potevano, indubbiamente, essere collegate ad una campagna violenta di atti crudeli, supportata o tollerata dallo Stato.  Nel 2014, infatti, il colonnello ed ex comandante della base militare di Sepur Zarco, Francisco Reyes Giron, e l’ex commissario militare e comandante delle pattuglie civili Heriberto Valdez Asig furono arrestati e sentenziati poi, nel 2016, con una condanna rispettivamente di 120 anni, per uccisioni e crimini contro l’umanità relativi alle violenze sessuali, secondo quanto previsto dall’art. 378 del Codice penale Guatemalteco che prevede i ‘reati  contro i doveri dell’umanità,’ e 240 anni per sparizioni forzate e crimini di violenza sessuale.[1]

 

L’importanza della sentenza, tuttavia, non risiede tanto nell’aspetto quantitativo della pena, dato dal numero considerevoli di anni di ergastolo. La cospicua quantità di anni di prigione è, infatti, un fattore meramente simbolico. L’eccezionalità della pena, piuttosto, deve essere ricercata nel riconoscimento di quei crimini come crimini contro l’umanità e nella prosecuzione da parte del tribunale nazionale di quelle violenze, commesse dai militari durante un conflitto, usando la legislazione nazionale e il diritto penale internazionale. L’elemento davvero importante è, quindi, la rivendicazione della dignità delle donne che hanno subito quelle violazioni di massa.

Verso la giustizia di transizione nel caso Sepur Zarco

Il processo contro i militari e l’emissione della sentenza sono stati procedimenti condotti dai pubblici ministeri dello Stato guatemalteco che hanno segnato un importante passo nel processo di riconciliazione fra lo Stato e la società civile, quindi con il popolo indigeno.[2] Il caso Sepur Zarco ha molto da insegnare in merito al perseguimento della giustizia dopo eventi così traumatici per una comunità. Nel percorso interno di giustizia di transizione post-conflitto, un ruolo chiave è stato ricoperto dalle donne Q’eqchi, vittime di quelle atrocità.

Le vittime, infatti, rompendo il silenzio e perseguendo la giustizia hanno ripristinato i loro diritti e quelli delle loro comunità, interrompendo il ciclo di violenza contro le donne.  Di fondamentale importanza, per raggiungere questo scopo, sono stati il supporto di varie organizzazioni impegnate nella lotta per i diritti umani, come  l’Unione Nacional de Mujeres de Guatemala (Unità nazionale delle donne guatemalteche, UNAMG) e l’impegno della società civile, che ha fornito il suo sostegno alle vittime.

Le testimonianze e i racconti delle donne sono stati indispensabili strumenti per la ricostruzione dei fatti e per la raccolta delle prove ma il maggior contributo, fornito dalle donne Q’eqchi, è stato il loro personale coinvolgimento nella ricerca di verità e giustizia. Le testimonianze, infatti, per quanto dolorose, sono state funzionali al raggiungimento di una verità che potesse essere usata come mezzo per perseguire ed estendere la giustizia in Guatemala, affinché non vi siano ricadute future o perseveranze nella commissioni di abusi e violenze contro tutte le altre donne. Il processo Sepur Zarco ha, inoltre, rafforzato la solidarietà all’interno del movimento femminile, già attivo, al momento, nella lotta contro gli estremi tassi di violenza contro le donne in Guatemala.[3]

 

Dal punto di vista della giustizia riparativa, non è solo importante l’attiva partecipazione delle vittime, facendo attenzione ad evitare episodi di re-traumatizzazione e re-vittimizzazione delle stesse, quanto la concretezza dell’aspetto pratico della riparazione e del risarcimento per il danno subito. Il risarcimento stabilito per il caso non è stato limitato ad uno di tipo finanziario/economico da parte degli autori, ma sono state previste, come responsabilità dello Stato, l’attuazione di misure globali relative all’accesso alla terra, all’assistenza sanitaria, all’istruzione, alla memoria e addestramento delle forze di sicurezza. Quest’ultime possono essere considerate misure volte a predisporre un cambiamento radicale all’interno del paese, per modificare preconcetti, abitudini e pratiche che possono avere un impatto negativo sulla qualità della vita delle donne, al fine di scongiurare il ripetersi delle azioni del passato.

La sentenza di Sepur Zarco è stata confermata, tuttavia, le vittime restano ancora in attesa di assistere al completamento del processo di giustizia riparativa, perché il risarcimento non è stato ancora concretamente predisposto. Le donne Q’eqchi, però, hanno combattuto tanto e aspettato troppo per assistere al compimento della giustizia. Il contributo di queste donne è stato così intenso e straordinario da non poter essere vanificato da una riparazione viziata dalla lentezza e dall’eventuale mancanza di proporzionalità del risarcimento rispetto al danno subito.

Se davvero il Guatemala aspira a portare a termine il suo percorso di giustizia di transizione, quindi il suo coinvolgimento nella giustizia riparativa, urge che il suo impegno, verso l’aspetto forse più pratico e burocratico della giustizia, sia incisivo e concreto. I tempi sono già maturi e le prime dinamiche evolutive della giustizia di transizione nel paese sono state buone, per cui vanificare gli sforzi impiegati finora sarebbe non soltanto sciocco ma, anche, deleterio per il Guatemala stesso, che si trova, attualmente, ad un bivio dal suo decisivo cambiamento e non deve assolutamente perdere questa occasione.

Bibliografia

C.Martin, S.Sacouto, Access to Justice for Victims of Conflict-related Sexual Violence, in ‘Journal of International Criminal Justice’ Vol.18 (2020), (pp.243-270).

  1. Patterson, Reconciling Indigenous People with the Judicial Process: Examination of the Recent genocide and Sexual Slavery Trials in Guatemala and the Integration of Mayan Culture and Customs, in ‘Revue Québécoise de droit International,’ Vol. 29, No. 2, (2016), (pp. 225-252), p.227.

Note

[1] C.Martin, S.Sacouto, Access to Justice for Victims of Conflict-related Sexual Violence, in ‘Journal of International Criminal Justice’ Vol.18 (2020), (pp.243-270), p.246.

[2] E. Patterson, Reconciling Indigenous People with the Judicial Process: Examination of the Recent genocide and Sexual Slavery Trials in Guatemala and the Integration of Mayan  Culture and Customs, in ‘Revue Québécoise de droit

International,’ Vol. 29, No. 2, (2016), (pp. 225-252), p.227.

[3] Ibidem, p.238.

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