Nonostante le controversie sui reciproci confini marittimi e sullo spazio aereo nel Mar Egeo siano delle costanti nella relazione tra i due Paesi, negli scorsi giorni le provocazioni turche si sono intensificate, specialmente in merito ai diritti minerari nel Mediterraneo orientale.

A sostegno di quanto affermato, basti menzionare che lo scorso 30 maggio il governo turco ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale una mappa volta a delineare le aree sulle quali la Turkish Petroleum Corporation (TPAO) ha presentato domanda per ottenere una licenza di esplorazione di gas e petrolio. Il sopraccitato prospetto rivela ventiquattro ‘blocchi’- blocks – che il Governo di Ankara ha voluto delimitare a partire dalle sue coste fino al punto in cui i suoi confini marittimi incontrano la Libia, sulla base dell’accordo firmato a novembre tra Turchia e il Governo di Accordo Nazionale (GNA) della Libia, riconosciuto a livello internazionale. In particolare, il trattato con il Paese nordafricano, in vigore dallo scorso dicembre, ha istituito una nuova zona economica turco-libica, alimentando in questo modo le rivendicazioni di Ankara sulle aree ricche di gas situate del Mediterraneo orientale. La reazione di Atene al progetto turco è stata ovviamente negativa, considerando che almeno sette blocchi si trovano nelle sei miglia nautiche dalle coste di Rodi, Kasos, Creta orientale e Karpathos, de facto sovrapponendosi alla piattaforma continentale greca. Risulta dunque chiaro, dal modo in cui l’iniziativa per la Turkish Petroleum Corporation (TPAO) sia stata concepita, come il Presidente turco voglia sfidare la sovranità della Grecia nel Mar Egeo, ribadendo la sua posizione secondo cui le isole greche non possono rivendicare una piattaforma continentale.

Non è dunque un caso che la dichiarazione del Ministro della Difesa Panagiotopoulos sia arrivata solamente poche ore dopo la conferenza stampa tenuta da Recep Tayyip Erdoğan ad Ankara con Fayez Al Sarraj, Primo Ministro del GNA libico, durante la quale i due Paesi hanno concordato che procederanno con le esplorazioni petrolifere e le trivellazioni nello spazio marittimo nel Mediterraneo orientale. Per Atene, infatti, il recente incontro tra il Presidente turco e il Presidente del consiglio di Unità Nazionale libica e la mappa presentata sulla Gazzetta Ufficiale turca rappresentano le ennesime rivendicazioni illegali di Ankara.Di fronte a queste azioni provocatorie, la Grecia sembra mobilitarsi, come dimostrano le recenti esercitazioni militari. Solamente lo scorso 6 Giugno, il Generale Konstantinos Floros, Capo di Stato Maggiore della Difesa Nazionale ellenica, ha coordinato e partecipato ad un addestramento operativo delle forze armate greche nell’area di Nea Peramos.

Alle esercitazioni militari greche e alle parole del Ministro Panagiotopoulos, non si è fatta attendere la risposta turca. Il 10 Giugno, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha tenuto a sottolineare in un’intervista come non convenisse ai greci auspicare un conflitto armato vis à vis contro Ankara per via di dispute marittime nel Mediterraneo orientale. Alla luce delle crescenti tensioni, il professore di diritto internazionale, Angelos Syrigos, ha ribadito, come aveva già sostenuto nel dicembre scorso, che un conflitto armato potrebbe scoppiare qualora Atene percepisse la sua sovranità territoriale violata. Sebbene la storia ci ricordi come i due membri della NATO rischiarono un conflitto aperto per l’esplorazione di idrocarburi nell’Egeo nel 1987, risulta difficile oggi immaginare l’eventualità di un nuovo conflitto tra i due Paesi.

L’unica cosa certa che si evince da questi ultimi avvenimenti è che la posta in gioco nel Mediterraneo Orientale sia molto alta.  

Negli ultimi anni, questo Mare è stato infatti al centro di significative scoperte di gas e da allora, diversi Stati si sono battuti per un maggiore controllo della regione ricca di minerali. Se da un lato, Egitto, Grecia, Israele, Cipro e Italia hanno firmato nel dicembre 2017 un memorandum d’intesa per la costruzione del gasdotto East-Med, attualmente in fase di progettazione; dall’altro anche Washington, così distante dalla regione, ricopre un ruolo attivo nello scacchiere del Mar Egeo per indurre gli Stati europei a ridurre la loro dipendenza energetica da Mosca. A ben vedere, dunque, Atene ha il sostegno, diretto e non, di molti attori in questo Mare.

Basti menzionare la dichiarazione ufficiale del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) datata al 4 dicembre scorso. Vi si legge: “L’Unione europea è pienamente solidale con la Grecia e Cipro per quanto riguarda le recenti azioni della Turchia nel Mediterraneo orientale, compreso il Mar Egeo”. Lo stesso giorno, anche Israele ha rilasciato una comunicazione sui social media ribadendo il suo pieno sostegno alla Grecia e la sua più ferma opposizione a qualsiasi tentativo di violare i suoi diritti. Nonostante questo, Ankara non sembra intenzionata a limitare o rallentare i suoi piani. Sebbene la Grecia non sia stata colta di sorpresa dalle mosse di Erdoğan, la velocità con cui Ankara si appresta a procedere desta molta preoccupazione, soprattutto alla luce della recente presa di Tripoli da parte del Governo di Accordo Nazionale. Rimane da vedere se la Grecia mobiliterà le sue forze militari per rivendicare i diritti esclusivi che le spettano secondo la Convenzione di Montego Bay con la stessa velocità con cui la Turchia li viola. In conclusione, nei prossimi mesi nel Mediterraneo Orientale si decideranno le sorti di molti equilibri energetici, mentre il Mar Egeo rischierà di diventare il centro di nuove tensioni militari qualora le intenzioni di Erdoğan di portare avanti i propri programmi di esplorazione energetica nella regione si dovessero scontrare con la necessità greca di difendere la sovranità territoriale.

Bibliografia:

 

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