Nella giornata di sabato 14 settembre dei droni hanno colpito due siti di produzione petrolifera della compagnia saudita Aramco, precisamente quelli di Abqaiq e Khurais. Il primo si trova a 60 km a sud-ovest del quartier generale del colosso saudita a Dhahran ed entrambi rappresentano il cuore della produzione petrolifera della monarchia del Golfo ed ospitano impianti che producono circa 5 milioni di barili al giorno, che corrispondono a quasi la metà della produzione totale del regno e al 5% di quella mondiale.
Chiaramente gli attacchi, rivendicati dalle milizie filo-iraniane degli Huthi, hanno fatto cadere più della metà della produzione dell’Arabia Saudita e gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran di essere responsabili di tale episodio tramite le affermazioni del Segretario di Stato Mike Pompeo. Riyad è stata costretta a sospendere parte della propria produzione energetica e ha comunicato che la ripresa del funzionamento degli impianti colpiti potrebbe richiedere giorni se non settimane.
La reazione di Bin Salman non si è fatta attendere perché sempre nella giornata di sabato sono stati colpiti dei siti militari nel nord dello Yemen dove si addestrerebbero i miliziani ribelli degli Huthi.

Al di là delle solite considerazioni sulla guerra per procura tra Iran e Arabia Saudita nello Yemen, sulla possibile escalation nel Golfo Persico tra Washington e Teheran, emerge innanzitutto il tipo di azione militare riprodotta dagli Huthi, questa volta attraverso i droni, che riproduce quanto già visto con Hezbollah che non opera però nel teatro yemenita. I ribelli hanno violato la difesa avversaria tramite un attacco condotto a circa 1000 km di distanza e dimostrato di essere sempre più capaci di inserirsi in quella che si potrebbe considerare una specie di “guerra asimmetrica”.
Per far fronte a qualsiasi interruzione dei mercati petroliferi, gli Stati Uniti hanno fatto sapere di essere pronti a impiegare delle riserve petrolifere strategiche, corrispondenti all’incirca a 630 milioni di barili. In risposta, Riyad è stata determinata nel decidere che compenserà il taglio della produzione petrolifera attingendo alle proprie riserve strategiche che a giugno ammontavano a 188 milioni di barili. Questo giunge anche dopo il monito saudita a Paesi come Nigeria e Iraq, che fanno parte dell’OPEC, sulla riduzione della loro produzione, dato che questa aveva già sforato la quota prestabilita.
Secondo alcuni analisti, la diretta conseguenza sarà l’innalzamento del prezzo mondiale del greggio che potrebbe raggiungere i 100 dollari al barile (prezzo WTI) dai 55 attuali. Tutto ciò potrebbe essere confermato dai dati settimanali delle scorte di petrolio americano che verranno comunicate mercoledì prossimo. Se tali scorte dovessero abbassarsi rispetto alla settimana precedente (mercoledì), il prezzo del petrolio aumenterebbe. Al contrario, se le stesse aumentassero, il prezzo del greggio scenderebbe. In ogni caso, dell’aumento del prezzo del greggio Riyad sarebbe direttamente interessata e sarebbe la soglia più volte invocata. Tuttavia, le possibili ripercussioni potrebbero riguardare i Paesi asiatici che importano l’80% del petrolio saudita.
Un’altra importante riflessione riguarda il fatto che la monarchia del Golfo è intenzionata a quotare in borsa la Aramco. Questa decisione si colloca nel progetto di riforma del principe MBS che deve affrontare resistenze ed opposizioni interne.

In attesa degli sviluppi sulle soluzioni adottate dai sauditi e del possibile incremento del prezzo del greggio, l’attacco con i droni degli Huthi rischia di infiammare ulteriormente il conflitto dello Yemen e di inasprire ancor più la posizione saudita. Parallelamente, in Iran i sostenitori della linea dura potrebbero guadagnare consensi a seguito delle tensioni e limitare, perciò, le possibili aperture di Rouhani all’Occidente. Non sarebbe una novità se gli USA aumentassero la loro “maximum pressure” contro l’Iran, specialmente dal punto di vista economico e nel Golfo Persico a tutela degli interessi nazionali e di quelli degli alleati. La tensione provocata degli Huthi rischia di far saltare il dialogo tra Trump e Rouhani al vertice ONU della settimana prossima, dopo l’uscita di scena di Bolton, sostenitore di una linea più aggressiva nei confronti della Repubblica Islamica, e di creare tensioni in Medio Oriente, senza sottovalutare che martedì si torna alle urne in Israele.

* Gli USA e l’Arabia Saudita hanno accusato l’Iran di essere il diretto mandante degli attacchi sui siti petroliferi e hanno in mano delle prove che spiegherebbero che tale azione è stata condotta con armi iraniane e che non è partita dal territorio yemenita. Escluso il suolo iracheno come si era pensato nel giornata di domenica. Il Presidente iraniano Rouhani ha affermato che si è trattato di una risposta ai bombardamenti della coalizione a guida saudita nello Yemen.
Infine la tensione è aumentata a seguito dl sequestro da parte dei Pasdaran di una petroliera degli EAU nella zona di Hormuz. Trump è deciso ad aspettare ulteriori report sauditi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: