L’8 settembre 2019 si sono tenute in Russia e nella fattispecie a Mosca e San Pietroburgo, città regionali, e in altri 14 città, le elezioni per rinnovare la Duma locale; per intenderci, sono elezioni comparabili a delle nostre amministrative. Tra le regioni, invece, il risultato ha confermato quello che appariva evidente già da tempo a chi si occupa con serietà di questioni russe, il partito del Presidente Russia Unita, non è più una certezza.

I russi sono stati chiamati ad eleggere oltre ai 16 governatori regionali anche i deputati locali in 13 regioni, mentre in 22 città del Paese si sono tenute le comunali.

Ad esempio a Mosca gli elettori erano chiamati a rinnovare i 45 seggi della Duma moscovita, il Parlamento locale. Bassa l’affluenza: 21,77%, sebbene leggermente più alta rispetto al 2014. A spoglio quasi ultimato, Russia Unita è scesa da 38 a 25 seggi. Nove suoi deputati uscenti non sono stati rieletti: eclatante la sconfitta del segretario moscovita Andrej Metelskij che sedeva nella Duma locale ininterrottamente dal 2001 e del vicerettore della Scuola superiore di economia Valerij Kasamara.

In un revisionismo nostalgico ritornano i voti per il partito comunista, mai del tutto scomparso dal cuore e dalle menti dei russi; qualche giorno fa campeggiava a Mosca un cartello elettorale con il viso di Lenin sorridente, il quale chiedeva ai passanti “Compagni, adesso che avete il capitalismo, come vi sentite?”. Il partito della falce e del martello sembra andare forte tra i giovani e tra gli anziani, e i sondaggi lo danno sempre più in crescita. Probabilmente perchè i primi sono nostalgici di un mito che non hanno mai vissuto e i secondi di un’epoca dove se pur con forti privatizzazioni, non si è mai dovuto pensare così incessantemente all’incertezza che il nuovo modello economico riserva al domani.

Così i comunisti hanno più che raddoppiato i loro seggi, passando da 5 a 13 seggi, il che è significativo se consideriamo che poco meno di trentanni fa, veniva abbattuto un regime detestato da 3 cittadini su 5.

Questo risultato smentisce il qualunquismo che accompagna spesso e volentieri i commenti legati alla politica russa e nella fattispecie a Putin, commenti che sostengono esista in Russia una pseudo tirannia del Presidente che nell’immaginario collettivo occidentale si concretizza con ogni la vittoria del suo partito in ogni elezione. Ad oggi il partito di Putin a delle elezioni politiche non arriverebbe neppure al 50% dei consensi mentre il secondo e il terzo partito sono quello comunista e quello nazionalista


Quale opposizione cresce? Non gli occidentalisti/europeisti su cui i media di tutto il mondo mettono la lente di ingrandimento ma i neo-comunisti.
Sarebbe tempo di comprendere che Putin rappresenta in Russia un elemento di equilibrio e un interlocutore autorevole con il quale dialogare

The following two tabs change content below.
Avatar
Filippo Sardella, classe 1988, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, corsista di "Political Ethics" presso la YALE University , conferenziere e analista politico, specializzato in storia e politica della Russia e dell’Europa Orientale, operatore certificato in "International Humanitarian Law", attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI)
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: