Mosca è tornata attiva a livello globale con un partner internazionale di primo livello: la Cina. Tutto è iniziato con le esercitazioni “Vostok 2018”, avvenute in Siberia e nell’estremo oriente russo nel settembre 2018 dove per la prima volta per giunsero truppe arrivate dalla Cina, poi è arrivato lo storico accordo di fornitura di gas firmato da Mosca e Pechino da 400 miliardi di dollari e dopo  le esercitazioni navali tra Russia, Cina e Sudafrica; in conclusione a fine 2019 la marina militare russa ha svolto esercitazioni militari  congiunte con l’Iran e la Cina nelle acque internazionali del Golfo di Oman . Le tensioni USA-Iran potrebbero essere volte a bloccare l’attivismo russo nella regione?

A fine 2019 si è svolta la  “Naval Drill”  (letteralmente trapano navale)   un’esercitazione molto importante da un punto di vista strategico-diplomatico perché  è stata la la prima in assoluto dove Iran, Cina e Russia hanno effettuato manovre militari congiunte. Sembrerebbe che tale esercitazione si sia dimostrata quasi profetica, eseguita dal 27 al 30 dicembre,essa ha anticipato di pochi giorni le tensioni USA-Iran.

Ma è tutto frutto del caso o si voleva evitare che l’influenza russa crescesse nel Mediterraneo? E poi, perchè effettuare le esercitazioni militari proprio nel Golfo di Oman? La spiegazione è quanto mai semplice.

Il canale di Hormuz, punto nevralgico nel Golfo di Oman,  è largo solo 21 miglia nel suo punto più stretto ed è l’unico modo per spostare il petrolio dal Golfo Persico verso gli oceani del mondo. Chi controlla lo stretto, controlla il commercio del petrolio nel suo punto più nevralgico; in caso di possibili crisi e tensioni militari future, avere sotto controllo lo stretto potrebbe risultare strategicamente rilevante.

Ad esempio, se lo Stretto dovesse essere chiuso a causa della minaccia di attacchi, questo rappresenterebbe un duro colpo per l’economia mondiale perché creerebbe  oscillazioni pericolose al prezzo del petrolio.
Lo Stretto di Hormuz, che collega il Golfo di Oman e il Golfo Persico, “è il punto di strozzamento più importante del mondo“, ha dichiarato la US Energy Information Administration.
Lo Stretto è persino più ridotto di quanto suggerisca la sua larghezza di 21 miglia. I canali di navigazione in grado di gestire enormi supertanker sono larghi solo due miglia in entrata e in uscita dal Golfo, costringendo le navi a passare attraverso le acque territoriali dell’Iran e dell’Oman.
E la quantità di petrolio che attraversa il canale è sbalorditiva, circa l’80% del greggio  é destinato ai mercati asiatici. L’economia globale del mondo non potrebbe funzionare senza quella fornitura di petrolio che la lubrifica.

Specificato questo, il Golfo di Oman è stato nel corso dell’estate del 2019 al centro di tensioni geopolitiche non di poco conto; ricordiamo il caso delle due petroliere evacuate in seguito ad “attacchi” ancora ignoti. Le due petroliere, la norvegese Front Altair di proprietà della società Frontline, battente bandiera delle isole Marshall, che secondo l’agenzia Irna trasportava un carico di etanolo dal Qatar a Taiwan e la Kokuka Courageous della società giapponese Kokuka Sangyo, battente bandiera di Panama, che trasportava metanolo da Singapore all’Arabia Saudita, furono vittime di attacchi ad opera di soggetti ancora ignoti; secondo alcuni furono addirittura volontariamente silurate. Qualcuno, in quell’occasione azzardò l’ipotesi di una provocazione studiata a tavolino per potere innescare nel Golfo Persico il casus belli e così dare inizio ad un’operazione militare  per domare  “l’arroganza iraniana” .

L’incidente  per qualcuno sembrava il pretesto ideale per intervenire militarmente nell’area e prenderne (in)direttamente il controllo ed iniziare così un conflitto non convenzionare nella regione, un pò come avvenne per l’incidente del Tonchino. A dare adito all’ipotesi complottista per giustificare un possibile intervento, fu proprio Mike Pompeo con le dichiarazioni rilasciate pochissimi giorni dopo l’episodio; infatti, nonostante le cause dell’incidente non fossero ancora chiare, il Segretario di Stato Usa disse  “Sono loro i responsabili (l’Iran) per colpire gli alleati degli Stati Uniti. Gli spudorati attacchi nel Golfo di Oman fanno parte di una campagna dell’Iran per aumentare le tensioni e creare sempre più instabilità nella regione. La risposta sarà economica e diplomatica

 

A tali affermazioni il portavoce del presidente russo Dmitri Peskov replicò “Nessuno ha informazioni sulle cause di questi incidenti e cosa ci sia dietro e quindi non si possono trarre conclusioni avventate”

Nel valzer delle dichiarazioni, l’Iran per il tramite della  propria missione all’Onu ha comunicato che  “respinge categoricamente le affermazioni degli Usa, e quindi qualsiasi  responsabilità di Teheran per gli ultimi attacchi alle petroliere. E condanna nei termini più forti tali affermazioni. La guerra economica degli Stati Uniti e il terrorismo contro il popolo iraniano, nonché la loro massiccia presenza militare nella regione sono stati e continuano ad essere le principali fonti di insicurezza e instabilità nel Golfo Persico”.

Le tensioni nel golfo di Oman col passare delle settimane, si fecero sempre più forti toccando il loro massimo livello nel luglio successivo,  quando i  guardiani della Rivoluzione iraniana sequestrarono  una petroliera britannica nello stretto di Hormuz- l’imbarcazione  Stena Impero, diretta a nord, verso l’Iran.

 

 

Per tornare ai giorni d’oggi: perchè la Russia sta effettuando congiuntamente con il regime di Teheran e la Cina operazioni militari proprio in quel territorio?

A fornire la risposta a questa domanda è il secondo contrammiraglio iraniano  Gholamreza Tahani, il quale afferma che “Le esercitazioni congiunte servono anche come segnale per il mondo che le relazioni tra Teheran, Mosca e Pechino hanno raggiunto un livello significativo“. Alle dichiarazioni del militare iraniano si aggiungono quelle di  Wu Qian, portavoce della Difesa di Pechino “Le esercitazioni in atto non sono necessariamente collegate alla situazione regionale; hanno lo scopo di approfondire gli scambi e la cooperazione tra le marine dei tre paesi, mostrare la forte volontà e capacità delle tre parti di mantenere congiuntamente la pace mondiale e la sicurezza marittima, costruendo attivamente una comunità marittima con un futuro condiviso”.

Le esercitazioni congiunte probabilmente sono state  percepite come provocatorie da Washington, tanto che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva proposto di inviare una missione navale guidata dagli Stati Uniti nel Golfo dell’Oman per proteggere gli interessi economici nella regione; inoltre,  un giorno prima dell’inizio delle esercitazioni militari, ovvero il 26 dicembre 2019, lo stesso Presidente statunitense per accendere i riflettori su Russia e Iran aveva twittato “Russia, Siria e Iran stanno uccidendo, o stanno per uccidere, migliaia di civili innocenti nella provincia di Idlib. Non fatelo! La Turchia sta lavorando sodo per fermare questa carneficina”. 

Giunti a questo punto, un’altra domanda potrebbe sorgere spontanea: l’escalation USA-Iran, dopo i fatti siriani, potrebbe essere stata provocata per frenare l’attivismo russo nella regione (posto che la Russia ne esce attualmente vincitrice)?

Potrebbe essere una chiave di lettura, ma  sta di fatto che lo scenario si è alquanto complicato. La muta risposta di Pechino all’uccisione da parte degli Stati Uniti del principale comandante iraniano Qassem Soleimani suggerisce che la Cina non è ancora pronta a unirsi alla Russia per assumere un ruolo più diretto nei radicati conflitti del Medio Oriente.

Mentre il ministro degli Esteri Wang Yi ha affermato che la Cina era “fortemente preoccupata” dall’azione e l’ha definita inaccettabile”, non ha usato parole come “condannare” o “denunciare” come le sue controparti iraniana e russa, Javad Zarif e Sergei Lavrov., le dichiarazioni del resto sono state coerenti con i recenti sforzi della Cina di evitare impegni in una regione in cui potrebbe scontrarsi con gli Stati Uniti e i suoi alleati. Finora Pechino ha fatto ben poco per contrastare gli sforzi del presidente Donald Trump di aumentare la pressione su Teheran, oltre a difendere l’accordo nucleare iraniano e criticare le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti.

E la Russia?

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato venerdì al Segretario di Stato Mike Pompeo che gli Stati Uniti hanno intrapreso una mossa di “potere illegale” e hanno chiesto il dialogo con l’Iran.

Lavrov sembrava molto turbato dal fatto che la Russia non fosse stata informata in anticipo delle azioni. Ha detto che le azioni di uno stato membro delle Nazioni Unite per eliminare i funzionari di un altro stato membro delle Nazioni Unite sul territorio di un terzo stato sovrano “Violano palesemente i principi del diritto internazionale e meritano condanna”.

Il Ministro Russo ha affermato inoltre che questo passo degli Stati Uniti è “irto di gravi conseguenze per la pace e la stabilità regionali”.

La portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha dichiarato che Washington sta cercando di ricostruire il Medio Oriente a proprio piacimento, una dichiarazione simile venne fatta pure nei giorni di preludio alle guerre mosse  in Iraq nel 2003 sotto la politica di “attacco preventivo” di George W. Bush. Anche se l’ipotesi di un conflitto russo-americano esalta gli amatori della guerra fredda,  onestamente non credo  che questo non possa accadere nel breve termine, al massimo Mosca approfitterà della situazione iraniana per poter provare a confermarsi dopo i successi diplomatici siriani

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Filippo Sardella, classe 1988, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, corsista di "Political Ethics" presso la YALE University , conferenziere e analista politico, specializzato in storia e politica della Russia e dell’Europa Orientale, operatore certificato in "International Humanitarian Law", attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI)
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