Nei mesi scorsi si è fatto un gran parlare del ventennio di Putin, anni in cui tra luci ed ombre,  il presidente delle Federazione Russa è riuscito a riaccreditare sulla scena internazionale un Paese che dopo i turbolenti anni ’90 del 900 sembrava destinato ad una rapida disgregazione sotto il peso delle innumerevoli spinte secessioniste.

Analisti e non, hanno concentrato la loro attenzione sul Putin dei venti anni appena trascorsi, sul “Putin che è stato”  come se il presidente russo avesse già completato il suo mandato, come se fosse arrivato alla fine del suo percorso politico, non intuendo che lo stesso presidente, in maniera meno diretta dell’omonimo cinese Xi e forse in veste più democratica, mirava ad una presidenza a vita della Federazione.

Ad oggi, per molti, risulta difficile non immaginare il binomio Russia-Putin e capisco le rimostranze che si potrebbero sollevare circa l’aspetto antidemocratico che possa avere una presidenza a vita in un Paese che dai tempi Pietro il Grande ha voluto assorbire i valori occidentali, ma credo che, prima di sollevare tali possibili e legittime recriminazioni, bisogna capire ed essere in grado di valutare se un determinato sistema nazione ha compiuto tutti gli step necessari da potere gestire solamente con l’ausilio di “strumenti” democratici ogni tipo di possibile problematica interna.

Va ricordato che la Federazione Russa è composta principalmente da 22 repubbliche,  160 gruppi etnici differenti in un territorio vasto 17 milioni di chilomentri quadrati circa, quasi il doppio di Stati Uniti e Cina (entrambi con 9 milioni). Da questi dati oggettivi come i precedenti,  si evince facilmente che per governare un territorio così vasto e frammentato, si può decidere  di utilizzare due metodologie differenti. La prima, quella di decentralizzare al massimo l’azione di governo, ma questo potrebbe portare a conseguenze nefaste per l’equilibrio del soggetto statale; infatti come si è spesso notato,  l’eccessiva decentralizzazione può essere foriera di istanze separatiste.

La seconda, statualità centralizzata, vede un potere centrale forte (come lo è stato quello del Cremlino nel ventennio appena trascorso) e in grado di agire tempestivamente per imporre l’autorità statale ove questa venisse messa in dubbio. Viene da sé e, sembra quasi superfluo specificarlo, che nel secondo caso bisogna sacrificare alcuni aspetti della democraticità tra cui il “rischio” (permettetemi il virgolettato) che elezioni frequenti e ricorrenti con diversi candidati, possano portare alla destabilizzazione dell’autorità presidenziale.

Fatta questa doverosa riflessione, il 15 gennaio del 2020 il presidente Putin decide di rimescolare le carte in tavola e con personale sorpresa (e anche quella di molti miei colleghi analisti e giornalisti), proprio durante il suo consueto discorso sullo Stato dell’Unione, tenutosi al Parlamento russo, ha dichiarato di voler riformare la Costituzione russa con una serie di importanti riforme per ridurre il potere della presidenza a favore di governo e Parlamento.

Le modifiche che propone sono tutte interessanti e degne di nota, specialmente quella in cui vuole assicurare per Costituzione che pensioni e salari minimi russi siano sopra la soglia di povertà, ma credo che la modifica inerente il potere di nomina di Primo Ministro e Ministri di Governo da parte del parlamento e quindi non più da parte del Presidente, sia di rilevanza straordinaria in quanto apre le porte ad una sua successione. Cosa accadrà dopo il 2024 ?

Per tutti coloro che si aspettavano un presidenza a vita adesso le domande rimangono molte. Anche se credo, ma non vorrei espormi troppo prima di dirlo con fierezza e a gran voce, che forse la Russia è giunta al completamento del suo percorso di democraticità (questa intesa come responsabilità dei singoli di fronte alla collettività) di questo ne è concorde pure Valentina Matvienko, portavoce del Consiglio della Federazione il quale ha dichiarato “Oggi il presidente, con grande audacia, ha deciso di trasferire in parlamento parte dei suoi poteri, che erano esclusivamente appannaggio del presidente. Questo è un segnale per la società che abbiamo un sistema politico stabile, e il presidente non ha paura di questo. Al contrario, crede che l’autorità e il ruolo del parlamento nel nostro paese debbano essere aumentati. Questo non è un indebolimento del potere presidenziale. Questo sta rafforzando la Russia come stato democratico attraverso il rafforzamento del parlamento “.

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Filippo Sardella, classe 1988, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, corsista di "Political Ethics" presso la YALE University , conferenziere e analista politico, specializzato in storia e politica della Russia e dell’Europa Orientale, operatore certificato in "International Humanitarian Law", attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI)
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