L’asse tra Mosca e Teheran è meno solido di quanto sembri. Le sovrapposizioni in Siria sono solo la punta dell’iceberg: in Medio Oriente la Russia cerca lo status quo, l’Iran la rivoluzione del sistema.

Due traiettorie collidenti non possono durare a lungo. In Medio Oriente, la Russia e l’Iran hanno interessi di fondo contrastanti, anche se finora hanno saputo nasconderlo agli osservatori.

Fino ad oggi infatti solo alcune voci isolate hanno parlato di attriti, e quasi solo relativamente al campo siriano. Qualcosa era trapelato quando, nell’ormai lontano 2016, Teheran aveva negato ai russi l’utilizzo di una propria base aerea – un privilegio comunque mai accordato a nessuno, dalla fine della Seconda guerra mondiale. Poi, nel contesto dei colloqui di Astana, i maggiori contrasti venuti alla luce hanno riguardato la Turchia, fino a quel momento dalla parte avversa dello schieramento in Siria.

Ma andiamo per ordine. Nell’estate del 2015, quando a Mosca si decide di intervenire a Damasco, tra i principali sponsor del salvataggio russo di Assad vi è proprio l’Iran, che tramite il suo inviato Soleimani spinge il Cremlino a intervenire in Medio Oriente per la prima volta dai tempi (funesti) dell’Afghanistan (1980-89). Il generale Soleimani, responsabile per la diffusione dell’ideologia khomeinista al di fuori della Repubblica Islamica, è l’uomo di punta della strategia iraniana, uno dei personaggi più influenti del Medio Oriente. Secondo fonti ben informate, nell’estate del 2015 il generale va da Putin con un piano già pronto per salvare Assad. Gli iraniani conoscono benissimo il campo, combattendo sul terreno a fianco delle forze lealiste dall’inizio della guerra civile. E infatti i loro suggerimenti ai russi si riveleranno preziosi.

La Russia dunque interviene in Siria su pressione di Teheran (e di Damasco naturalmente), ma lo fa anche per motivi propri. Mosca si sente accerchiata: le primavere arabe hanno già eliminato un suo alleato, Gheddafi, con cui aveva stipulato contratti per svariati miliardi. La perdita di Damasco sarebbe un ulteriore smacco, specie se fosse vero che – come i russi hanno sempre creduto – dietro i ribelli siriani e in generale tutti i movimenti rivoluzionari c’è la longa manus dell’Occidente.

 

Un soldato russo ad Homs – agosto 2019 . (Foto di Andrei BORODULIN / AFP)

Tuttavia, al di là dei principi dichiarati, per la Russia il regime di Assad non è intoccabile. A differenza di quanto si crede, prima del 2011 i contatti tra Damasco e Mosca erano stati sporadici e non avrebbero mai potuto giustificare da soli un intervento difensivo a spada tratta (altra cosa era stata l’alleanza tra l’Urss e la Siria del padre di Bashar al-Assad, Hafez – ma ne è passata di acqua sotto i ponti). Di fronte ad alcuni episodi controversi della guerra civile, il ministro degli esteri russo Lavrov si spinge persino a dichiarare che Assad non sia un vero e proprio alleato di Mosca. Tuttavia resterà al suo posto finché quest’ultima lo vorrà, ovvero finché servirà a proteggere i suoi reali interessi nella regione: il mantenimento della base aerea di Latakia e di quella navale di Tartus, fondamentali per la presenza della Russia nel Mediterraneo. Parole, queste ultime, che ovviamente né Lavrov né Putin dichiareranno mai espressamente, ma che ci aiutano a capire le vere finalità dell’intervento russo in Siria.

Anche l’Iran è interessato al Mediterraneo: la Siria riconquistata gli dà infatti la possibilità, dopo secoli, di tornare sul mare nostrum e di instaurare un’efficace area d’influenza che separi Turchia e Arabia Saudita, le due principali potenze sunnite della regione. Ma soprattutto, per Teheran il mantenimento del potere di Assad ha la priorità sul resto: a differenza di ciò che pensano i russi, la permanenza della dinastia che controlla la Siria non è negoziabile per gli ayatollah.

Il binomio Mediterraneo/Assad cela dunque al suo interno le principali insidie dell’intesa russo-iraniana, che col passare degli anni paradossalmente prenderanno sempre più piede. Paradossalmente perché, in realtà, la vittoria delle forze lealiste sul campo avrebbe dovuto cementare l’alleanza. E invece, superata la fase di emergenza per la sopravvivenza del regime, sono venuti fuori gli obiettivi divergenti.

I dissidi tra Mosca e Teheran, ad ogni modo, non riguardano solo la Siria. Dietro le azioni delle due potenze, oltre a una storia secolare di conflitti e di incomprensioni (un elemento troppo spesso sottovalutato), vi è un approccio di natura opposta nei confronti del Medio Oriente.

La Russia, che in Europa e nei confronti degli Stati Uniti tiene un atteggiamento fortemente revisionista (dovuto alla sua insoddisfazione per i rapporti di forza nel Vecchio Continente e verso la superpotenza egemone), in Medio Oriente esprime tutte le sue capacità di mediazione. Difendendo, sostanzialmente (e a tratti quasi ideologicamente) lo status quo regionale – che evidentemente le è ben più favorevole della situazione europea.

foto dei firmatari del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA)

L’Iran si comporta in modo speculare. Nei confronti dell’Occidente, mantiene un atteggiamento prudente, a tratti remissivo o comunque conservatore dei “privilegi” ottenuti. Ci si riferisce qui al JCPOA, l’accordo sul nucleare ottenuto da Rohani con la presidenza statunitense di Obama e oggi rimesso in discussione dal suo successore Trump. In Medio Oriente, Teheran è molto più spregiudicata, se non proprio incendiaria. Al di là della reale paternità degli attacchi agli impianti petroliferi in Arabia Saudita, che hanno dimezzato in pochi minuti le capacità produttive di quest’ultima, è evidente che le azioni iraniane sono volte ad acquisire maggiore influenza in un contesto regionale fortemente ostile. Anche a costo di azioni aggressive.

Che questa strategia sia concepita in senso offensivo o difensivo, poco importa ai fini dell’analisi. Quel che conta è che la sua traiettoria è del tutto configgente con quella dell’“alleato” russo. Naturalmente ciò non significa che i due Paesi andranno necessariamente allo scontro: la Russia, in particolare, è abituata a trattare con Stati sulla carta “nemici” o quantomeno fortemente avversi alle sue politiche. Si pensi soltanto alla Turchia, a Israele o alla stessa Arabia Saudita. Il rischio, per Mosca, è semmai quello di trovarsi eccessivamente isolata in una regione che non ha mai saputo intrattenere rapporti positivi duraturi con potenze esterne. Tanto più se stabilitesi in essa con una presenza militare, vista potenzialmente come una minaccia. Non è uno scenario di breve periodo, ma il Cremlino deve tenerne conto.

Dal punto di vista iraniano, l’intesa coi russi sarà sempre più ingombrante. Non solo per i rischi di sovrapposizione nel business della ricostruzione siriana e nella corsa al Mediterraneo, ma anche perché Mosca agisce da cuscinetto nei confronti del nemico israeliano, stazionato a pochi chilometri dai pasdaran iraniani. E non a caso, a differenza di Turchia e India, non appare molto interessata all’acquisto dei sistemi antimissilistici russi S-400, ultimamente andati a ruba.

Non sono dunque pochi i limiti dell’intesa russo-iraniana. Al di là dei sorrisi di facciata, essa non ha prodotto risultati meritevoli di menzione al di là della stabilizzazione militare siriana. Che non è poco, certo, ma non rappresenta nemmeno le rispettive priorità strategiche assolute delle due potenze. Ovvero un formale riconoscimento statunitense che legittimi le loro aspirazioni d’influenza. Fino ad ora, la sponda tra Mosca e Teheran su questo fronte non ha funzionato granché. In particolare sul fronte del JCPOA, la mediazione della Russia è stata timida e molto meno efficace che in altri casi – a riprova che Mosca non si sente realmente super partes nella questione (fino ad oggi, gli aiuti maggiori all’Iran per bypassare le sanzioni sono arrivati da Cina e Turchia, più che dalla Russia). L’evolversi della vicenda siriana, ancora una volta, dirà molto del futuro del rapporto tra le due potenze.

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Pietro Figuera

Pietro Figuera

Laureato in Scienze Politiche a Catania e specializzato in Relazioni Internazionali a Bologna, è attualmente borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Russia 2018” e di “Osservatorio Russia”, collabora con Rai Storia, il Groupe d'études géopolitiques, The Post Internazionale e la rivista di geopolitica Limes. È autore del saggio “La Russia nel Mediterraneo”
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