La guerra tra Roma e Cartagine fu sicuramente uno degli episodi più importanti e decisivi dell’antichità. Questo scontro influenzò notevolmente la storia dei secoli a venire: le due potenze si scontrarono quando le rispettive aree di influenza si trovarono a collidere come potenze egemoni del Mediterraneo.

Dagli Excerta de sentenciis di Polibio[1] ci è pervenuto un frammentario passaggio di un episodio particolarmente curioso, quanto tragico: le lacrime di Scipione l’Emiliano, generale romano appartenente alla famiglia degli Scipione, che commenta la distruzione operata dai Romani i danni dei Cartaginesi. Polibio annota il fatto che Scipione avrebbe preso la sua mano e avrebbe esclamato: «Si, ciò è bello, ma non so come io temo e ho il presentimento  che un altro abbia a dare per la nostra patria la stessa notizia»[2] . I romani avevano deciso la distruzione totale di Cartagine in seguito alla vittoria definitiva ottenuta nello scontro militare della seconda guerra punica. Sebbene fortemente indebolita dall’esito del conflitto, il Senato romano decise di distruggere completamente la città nordafricana. La guerra durò più di 100 anni, venne combattuta per mare e per terra e i favori della vittoria volsero nel tempo sia da una che dall’altra parte.

La prima guerra punica venne combattuta quando le due potenze si trovarono a essere contrapposte l’un l’altra nelle rispettive sfere di influenza. Nella seconda metà del II secolo a.C. Roma era ancora una Repubblica, la politica era fortemente influenzata dal Senato e, dopo aver sottomesso quasi tutta la penisola italica, volgeva le proprie mire espansionistiche a sud. La Sicilia divenne il nuovo obiettivo romano, che però per buona parte  era occupata dai Cartaginesi. Lo stato cuscinetto che si frapponeva tra le due potenze era il piccolo dominio di Siracusa, che ora si vedeva minacciata a nord dai romani e a sud da Cartagine. In seguito all’invio di guarnigioni romani a difesa della città di Messina, i fenici risposero con un contingente militare: fu il casus belli. I Romani persero la città e da quel momento un sanguinoso conflitto culminò con la vittoria di Roma delle isole Egadi (10 marzo 241 a.C.), nel quale la flotta cartaginese venne spazzata via. I romani conquistarono la Sicilia e ai Cartaginesi furono imposte dure condizioni di pace, che ne sancirono anche la progressiva diminuzione delle sfere di influenza anche su Corsica e Sardegna.

Il Tirreno quindi divenne il mare a difesa della città di Roma, con i Romani che adesso minacciavano la stessa Cartagine. [3] La prima guerra sancì il netto ridimensionamento Cartaginese in politica estera. Il conflitto con i romani rimase a lungo impresso nella mente dei nordafricani, tanto che tra alcune frange dell’area del senato più conservatrici emersero i primi malumori. In particolare, la famiglia Barca, una delle più influenti, testimoniò con vigore il proprio disappunto riguardo le dure condizioni di pace accettate a favore dei romani. Amilcare Barca [4] era a capo del governo della città e sviluppò una grande insofferenza contro i Romani: la sconfitta nella guerra bruciava ancora e rimproverava al Senato il fatto di aver accettato la sconfitta senza aver realmente perduto.  Amilcare aveva un figlio, Annibale, che crebbe con questo odio installato nelle sue memorie che fu il motore di tutta la sua vita.[5] I cartaginesi iniziarono a volgere le proprie mire espansionistiche in Spagna. Iniziarono a fondare città e avamposti commerciali nella penisola iberica, che gradualmente fu sottomessa grazie al talento militare di Annibale.

Egli fu inviato giovanissimo in Spagna e guadagnò il rispetto delle sue truppe; vide il padre morire in un’imboscata ordita da tribù iberiche ostili al dominio punico e si distinse per le sue qualità di generale retto e ambizioso. Il suo obiettivo per tuta la sua vita fu quello di muovere guerra contro Roma. Il casus belli della seconda guerra punica fu l’assedio di Sagunto(città del nord-est delle penisola iberica) ad opera dei cartaginesi. Sagunto era una città alleata di Roma, e nonostante l’invio degli emissari da parte di Roma, che intimarono di non procedere con l’assedio, Annibale conquistò la città. I romani disponevano di una macchina da guerra efficientissima: tuttavia, non conoscevano il genio militare di Annibale.

Il generale cartaginese covava un’idea ambiziosa: sottomettere Roma entrando direttamente in territorio italico, passando per le Alpi con il suo esercito per conquistare gradualmente tutti i popoli alleati di Roma, sfruttando quelli che ne covavano dei risentimenti. Ancora oggi Annibale viene ricordato come uno dei più grandi condottieri della storia, forse il migliore. Questo perché nessuno aveva mai compiuto un’impresa tanto ambiziosa: Annibale pensava che una volta entrato in territorio italico si sarebbe fatto strada fino ad arrivare alle porte di Roma; da li avrebbe poi chiesto aiuti alla madrepatria di uomini e rifornimenti.  Il progetto era quello di passare attraverso la Spagna, superare i Pirenei e le Alpi e arrivare in Italia. Andò a buon fine, sebbene molti dei suoi uomini perirono durante la valicata a causa del rigido inverno tra le montagne.

Con a capo dei suoi fedelissimi, Annibale si trovò presto i contingenti romani pronti a fermare l’invasione della penisola. Qui accadde l’impensabile: sono passate alla storia le sue grandi vittorie dal 218 al 217 a.C. del Ticino, del Trasimeno e soprattutto di Canne, vicino Barletta, in Puglia. Via via Annibale sconfisse tutti gli eserciti inviati da Roma, e il suo capolavoro strategico si ebbe soprattutto nella battaglia di Canne, quando si trovò a fronteggiare un esercito pari quasi al doppio del suo. Annibale fu il primo grande genio militare della guerra di movimento: il suo esercito non era un blocco omogeneo e statico. Al contrario, utilizzò la fanteria e la cavalleria in una maniera del tutto innovativa.  Mentre l’esercito romano puntava sulla potenza di fuoco e il rigore dei suoi legionari, Annibale era un uomo camaleontico. La battaglia di Canne fu u suo capolavoro militare perché riuscì a stringere nella morsa l’esercito romano grazie alla spinta sui lati della sua cavalleria, che in un primo momento rimase sui lati ad attendere il nemico con la fanteria che aspettava l’urto dell’attacco romano. Si narra che più di 50 mila romani perirono durante la battaglia di Canne: una situazione impensabile per Roma, che ora si vedeva addirittura minacciata di un assedio sotto le proprie mura.

Gli uomini dell’esercito cartaginese, stremati dalle lunghe battaglie, non erano in numero sufficiente per assediare la città. Così, non rimaneva altra scelta che attendere rinforzi da Cartagine. Il generale però pensò di rimanere in Italia, sperando di ottenere in tempi brevi degli aiuti dalla madrepatria. Purtroppo per lui quegli aiuti non arrivarono mai: egli rimase in Italia per ben quindici anni, dove giorno dopo giorno bramò di assediare la capitale tanto odiata e vincere la guerra. [6] Nel frattempo, però, Roma si rifece dalle sconfitte provando a conquistare le città sottomesse da Annibale e portando inoltre la guerra in Spagna. I romani via via riconquistarono le città più importanti – Taranto e Capua in primis – e uccisero Asdrubale, fratello di Annibale, in Spagna. Anche il re Filippo V di Macedonia tentò di allearsi con i cartaginesi, ma i romani  spensero sul nascere il focolaio di rivolta. Praticamente assediato sui monti della Calabria, Annibale fu richiamato da Cartagine in patria dopo ben 34 anni di assenza, dato che Roma ora bramava di attaccare direttamente la capitale.

Nel 202 a.C. a Zama Publio Cornelio Scipione inflisse la sconfitta definitiva ai nordafricani. Fu la fine della seconda guerra punica. Poco più di cinquant’anni dopo, nel 146 a.C., Publio Cornelio Scipione Emiliano (figlio di L. Emilio Paolo, poi adottato da P. Cornelio Scipione, figlio dell’Africano), assediò Cartagine e la distrusse completamente. Il ricordo delle vite umane e dello sforzo bellico sostenuto da Roma contro i cartaginesi fu un affronto troppo grande: la città doveva essere distrutta. Essa poi venne ricostruita anni dopo, e divenne la capitale della provincia nordafricana.Annibale si distinse come un grande generale: abbracciò il sogno di invadere Roma e il suo progetto stava per andare a buon fine, se solo avesse ricevuto quei rifornimenti di cui necessitava. L’impresa titanica di valicare le Alpi fu assolutamente incredibile, come le grandi sconfitte che inflisse all’esercito romano per giunta in terra italica. Se l’esito di quella guerra fosse stato differente, la storia del mondo sarebbe cambiata. Probabilmente Cartagine, seguendo le orme romane, avrebbe governato sul mondo. Probabilmente oggi parleremmo una lingua diversa dalla nostra, filo romanza; Roma sarebbe caduta sotto i fenici e anche i culti religiosi sarebbero mutati. Insomma, la guerra tra Roma e Cartagine fu sicuramente una delle più decisive e totalizzanti del mondo antico: la prima guerra “totale”, combattuta in più Stati, da genti di varia etnia, per mare e per terra.

 

[1] Polibio, Storie. Polyb. XXXVIII 21, 1-3; Diod. XXXII 24; App. Lib. 132. Analisi accurata in A.E. Astin, Scipio

Aemilianus, Oxford 1967, 282-287

[2]La menzione dei versi dell’Iliade da parte di Scipione in lacrime e il timore-presagio che un giorno un simile destino avrebbe colpito anche la propria patria sono ricordati da Giorgio Cedreno (Historiarum compendium 588 Bekker), quando, nella narrazione dell’assedio alariciano di Roma, lo storico mette in evidenza, seppur in grande sintesi, la caducità della fortuna di quella che era stata la potenza della repubblica romana. Da Elena Caliri, Ricerche di Storia Antica: commento sulle lacrime di Scipione da Polyb. XXXVIII 21, 1-3; Diod. XXXII 24; App. Lib. 132. Analisi accurata in A.E. Astin, Scipio Aemilianus, Oxford 1967, 282-287

[3] Si consulti per approfondimenti Claudio Vacanti, “Guerra per la Sicilia e guerra della Sicilia.” Il ruolo delle città siciliane nel primo conflitto romano-punico (2012). Giocomo Annibaldis, “Ennio e la prima guerra punica.” Klio 64.2 ,407, 1982.

[4] Per approfondire, si consulti L. Hans,  “L’immagine di Amilcare Barca presso i romani.” Atti del II Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici. 1991.

[5] Per approfondire, si veda Carlos Canales,  L’esercito di Annibale: Cartagine contro Roma, Andrea Press, 2005. E Gaetano Bossi, La guerra d’Annibale in Italia da Canne al Metauro, Tipografia vaticana, 1891.

[6] Franco Forte, Carthago: Annibale contro Scipione l’Africano. Edizioni Mondadori, 2009.Molto interessante nel tracciare un profilo del generale cartaginese è il testo di Paolo Rumiz, Annibale: un viaggio. Feltrinelli Editore, 2008.

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