A Idlib e dintorni continuano gli scontri tra l’esercito siriano, supportato dalla Russia, i jihadisti di Haya’t Tahrir al-Sham (HTS) e alcuni gruppi dell’opposizione armata siriana cooptati dalla Turchia. Negli ultimi giorni la Russia era riuscita a strappare un cessate il fuoco nella provincia di Idlib per evitare una seria escalation tra il fronte turco e quello siriano, dopo che i lealisti avevano colpito alcuni punti di osservazione turchi nel nord-ovest del Paese, causando la morte di tre soldati turchi e il danneggiamento delle strutture. Il regime siriano non intende perdere tempo per riconquistare Idlib che resta l’ultimo territorio dominato da jihadisti e insorti ma i suoi sforzi si scontrano con la resistenza di HTS e il coordinamento sempre più solido tra Turchia e opposizione armata. Ankara punta sui ribelli siriani per avere sotto il proprio controllo Idlib e le aree circostanti, evitando il rischio di vedere numerosi profughi siriani premere ai propri confini e anche per scongiurare la possibilità che i Curdi dell’YPG (Unità di Protezione Popolare) possano avvicinarsi dal nord-est all’area nord-occidentale, costituendo una potenziale minaccia per la propria sicurezza.

In questi giorni si sono verificati scontri anche a est di Aleppo, nella città di al-Bab, tra due gruppi ribelli legati alla Turchia: Al-Hamza Division e Sultan Murad Brigade. Essi controllano tale città e alcuni territori di Aleppo dal 2016, dopo aver eliminato l’Isis. Questi gruppi armati consentono alla Turchia di rafforzarsi in un’area non molto lontana da Idlib e di incrementare la propria presenza per quello che sarà il futuro della Siria nord-occidentale.

La sospensione del cessate il fuoco dei giorni precedenti è la prova evidente che la Turchia vuole stabilirsi come player geopolitico principale nel nord-ovest siriano, anche a costo di scontrarsi direttamente con il regime siriano. Ancora una volta la Russia è chiamata a mediare tra Erdogan e Assad, in una partita che dimostra di essere alquanto difficile da risolvere. Sul fronte orientale della Siria è strategica la visita di venerdì scorso del Ministro saudita per gli Affari del Medio Oriente T. Sabhan nei pressi del giacimento petrolifero di al-Omar, controllato dalle Forze Democratiche Siriane (FDS), nella provincia orientale di Deir-Ezzor. Egli ha dialogato con alcuni clan tribali della regione, in presenza di alcuni rappresentanti del Dipartimento di Stato statunitense, su questioni riguardanti la stabilità e la sicurezza nell’area. Dal colloquio è emerso quanto le tribù arabe facciano affidamento sui Sauditi per far ripartire il settore delle infrastrutture e quello dei servizi. Entrambi sono stati fiaccati dall’Isis nel corso di questi anni. Inoltre, le tribù locali hanno espresso il loro sostegno alle FDS, sostenendo la necessità di un loro riconoscimento politico per la lotta a Daesh nel conflitto siriano. Al-Sabhan, per alcune fonti diverse da ‘Sdf press’, si sarebbe recato nell’area orientale dell’Eufrate per lenire le recenti tensioni tra Curdi e tribù locali a seguito di un’operazione anti-Isis condotta dai primi in cui hanno trovato la morte alcuni membri delle seconde.

In ogni caso, la visita della petromonarchia saudita sottolinea la volontà di avere un primo piano nella ricostruzione di settori strategici nell’Eufrate orientale, via d’accesso all’Iraq, prima che sia l’Iran a farlo; la Repubblica islamica si concentra con le sue milizie a ovest del fiume. In aggiunta, il regno saudita utilizza la presenza dei Curdi nell’est siriano per limitare le manovre della sua potenza rivale che è anche interessata a rafforzare la propria influenza politico-diplomatica nel vicino Iraq. Ma non è tutto, perché puntare sull’alleanza con i Curdi e le tribù locali consente alla monarchia del Golfo di ridurre anche l’eventuale interesse nell’area della Turchia, che punta a irrobustire il suo ruolo in Iraq. Facile intuire che, dopo Idlib, la prossima area di confronto strategico tra i vari attori coinvolti nel conflitto siriano saranno i territori a est dell’Eufrate, ricchi di petrolio e gas e porta d’accesso all’Iraq.

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