a cura di: Emanuele Gibilaro, analista della politica estera statunitense, delle questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e degli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.

interviewed: Mario Del PeroProfessore di storia della politica internazionale all’Università di SciencesPo, Parigi. Specializzato in storia della guerra fredda e politica estera USA, è Senior Associate Research Fellow per ISPI, dirige un blog su ItalianiEuropei e commenta regolarmente la politica statunitense e internazionale per le radio pubbliche italiane, svizzere e per SkyNews.

 Dalla tregua dei dazi allo scoppio della pandemia: qual è lo stato dell’arte delle relazioni USA-Cina? Quali prospettive per un negoziato sulle questioni commerciali e sulla riforma del WTO? E ancora: l’Europa tra Washington e Pechino; la posizione di Biden sulle tensioni sino-americane; perché, come avverte il prof. Del Pero, è pericoloso chiamarla “nuova Guerra Fredda”.

 

Gibilaro: Prima dello scoppio della pandemia, le relazioni Usa-Cina stavano vivendo una progressiva distensione. La firma della cosiddetta “fase uno sull’accordo commerciale” (che era più una tregua strategica, e conveniente a entrambe le parti, per scongiurare l’escalation nella guerra dei dazi) faceva pensare all’avvio di un negoziato formale. Questi mesi di tensioni e accuse incrociate hanno vanificato i modesti progressi raggiunti?

Prof. Del Pero: Credo li abbiano danneggiati, sì, anche se non in modo irreversibile, perché in fondo i termini dell’accordo, almeno fino a maggio-giugno, sembravano essere rispettati. La pandemia e quel che ne è conseguito da un lato ha contribuito ad alzare il tono della polemica di Trump contro la Cina, dall’altro ha congelato un po’ la situazione. Che nel caso si sbloccherà solo una volta usciti da questa crisi (e terminato il ciclo elettorale statunitense). L’impressione è che sotto traccia il dialogo continui, siano attivi “pompieri” da ambo le parti e i meccanismi negoziali creati in questi anni siano ancora operativi. Di certo il clima politico non li facilita e aiuta.

Gibilaro: Lei ritiene “erroneo e pericoloso” chiamare il confronto Usa-Cina come “nuova Guerra Fredda”. Sul The Guardian ha ammonito su una certa “visione ciclica della storia, che offusca piuttosto che chiarire”. Tra le tre principali ragioni che spiegano l’inconsistenza di questo parallelismo ha chiamato in causa l’Eurocentrismo, tratto caratterizzante della Guerra Fredda, ma non delle tensioni USA-Cina. Eppure, per il Dipartimento di Stato orientare le preferenze degli Stati europei verso la Cina è questione diplomaticamente rilevante. A che punto siamo? Le pressioni statunitensi stanno avendo successo?

Prof. Del Pero: Da un lato l’Europa ha attivato di suo, e ben prima di queste tensioni ultime tra Cina e Usa, meccanismi più rigorosi di controllo degli investimenti cinesi e di azione contro pratiche commerciali scorrette da parte di Pechino. Su quello come su altro, ha alzato la guardia in modo indipendente, insomma. Dall’altro prevale l’idea – soprattutto a Berlino – che la sfida della Cina e di una sua integrazione nell’ordine mondiale corrente si affronta in forma collaborativa e multilaterale, utilizzando (e, possibilmente, rafforzando) i meccanismi ancora parziali e insufficienti di governance globale, a partire ovviamente dal WTO. Su questo la differenza con Trump è marcata e viene anzi acuita dalle politiche di quest’ultimo. Dopodiché – per tornare all’analogia della Guerra Fredda – il mio punto è che l’Europa era il terreno di contesa nodale e primario della sfida Usa-Urss laddove oggi è solo uno dei tanti, e non certo il più importante, di quella tra Cina e Usa che ha, come ho cercato di spiegare, caratteristiche assai diverse e si svolge in un contesto storico che non è assolutamente paragonabile

Gibilaro: La competizione Usa-Cina è pragmatica, non ideologica. E il peccato originale risiede nel negoziato con cui la Cina fece il suo ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Furono i plenipotenziari dell’amministrazione Clinton a prendere parte ai negoziati. Dopo più di vent’anni, potrebbe essere un altro esponente Democratico a rinegoziare le regole che governano il commercio globale. Qualora dovesse prevalere su Trump, Joe Biden non rinuncerà alla “sfida del futuro” con la Cina per l’economia globale. La propaganda di Trump ha insistito su un “Biden debole sulla Cina”; ma, leggendo l’articolo di Biden “Why America Must Lead Again” su Foreign Affairs, si fa strada l’idea che potrebbe approcciarsi alla Cina in modo persino più risoluto ed aggressivo rispetto all’amministrazione Trump. Cosa ne pensa?

Prof. Del Pero: Penso due cose. La prima è che tendiamo a sottovalutare il fatto che anche la Cina ha dovuto fare concessioni non marginali per entrare nel WTO e sottostare alle sue regole. La seconda è che quella decisione stava dentro un ottimismo globalista che è stato in una certa misura travolto dalla crisi del 2008 e da quello che ne è conseguito. Un ottimismo fondato su una serie di promesse – la liberalizzazione della Cina, la graduale estensione di una rete globale di regole che avrebbero reso più difficile delocalizzazioni produttive, la possibilità di beneficiare di consumi crescenti a inflazione costante – realizzate solo in parte ovvero capace di occultare, almeno fino al 2008, i trade-offs pesanti che ne conseguivano per gli Usa: de-industrializzazione, scomparsa di lavori industriali solidi, sicuri e ben retribuiti, compensazione di consumi a debito sempre meno sostenibili. Branko Milanovic e altri studiosi della diseguaglianza ci mostrano bene come il successo della globalizzazione nel ridurre drasticamente la povertà globale – nel fare da levatrice di una nuova middle-class mondiale – abbia avuto come effetti collaterali pesanti l’indebolimento della middle-class dei paesi più avanzati (e degli Usa in particolare) e l’emergere di questo nuovo gruppo di “global plutocrats” alla Bezos & co… Abbia cioè creato la condizione ideale per il trumpismo e per questa ostilità alla Cina che spesso tracima in vera e propria sinofobia. Cina che ha le sue belle responsabilità, ci mancherebbe, ma se gli Usa il flusso monumentale d’investimenti e crediti a tassi bassissimi di cui hanno beneficiato invece di sperperarlo in speculazioni finanziarie o bolle immobiliari li avessero usati per finanziare progetti di riqualificazione professionale dei tanti americani colpiti da queste dinamiche, forse il quadro sarebbe diverso. Perché il dato rilevante (e molto preoccupante), oggi, è appunto quanto diffusa e politicamente trasversale sia l’ostilità alla Cina negli Usa.

 

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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