Il 5 maggio del 2020, la Corte Costituzionale tedesca ha statuito, in una sentenza destinata a fare la storia del diritto europeo, la volontà di esprimere un proprio giudizio in ordine alla legalità dell’azione della BCE sulla base dei principi di proporzionalità e attribuzione. Al di là della valutazione politica che il dispositivo della suprema Corte sottende, nel focus che segue si tenterà di delineare gli aspetti del diritto che sono venuti in essere nella definizione della controversia, il loro ambito di applicazione alla luce del diritto dei Trattati e le possibili risoluzioni alternative in considerazione dei precedenti giuridici e dei principi fondanti la casa giuridica europea.



Il nocciolo della questione ed i precedenti giuridici

Gli alti giudici tedeschi si sono espressi sulla opportunità del Public Sector Purchase Programme(PSPP), ossia sulla politica di quantitative easing attuata dalla BCE in merito al programma di salvataggio messo a punto in occasione del dilagare dell’emergenza coronavirus. Non è però la prima volta che la Corte tedesca si pronuncia sulle politiche monetarie della Banca Centrale: è un duello giuridico che si protrae sin dal 2015, dallo storico discorso di Mario Draghi, il “whatever it takes”, confluito nella pronuncia Weiss del 2018, in cui la Corte di Giustizia definiva il Q.E. in linea con i principi di diritto enunciati dai Trattati e coerente con il  mandato della Banca Centrale Europea. Occorre, a questo punto, smentire un primo equivoco sulla vicenda, portato avanti anche da alcune testate giornalistiche: Karlsruhe non ha dichiarato illegittimo il quantitative easing. Nel dispositivo della sentenza, infatti, si legge che i motivi di dissenso dei giudici tedeschi, non attengono tanto ai profili di legittimità della politica monetaria messa in atto, quanto alla violazione del principio di proporzionalità, rispetto al quale la BCE, avrebbe agito ultra vires-ossia in modo sproporzionato rispetto all’emergenza in atto, censurando inoltre sia la Banca  centrale  federale  (Bundesbank) nonché il Governo federale, per  non  aver  essi adottato  tutte  le  misure necessarie per impedire al Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea di adottare le decisioni incriminate. Attenzione però: il principio cui si riferisce l’alta corte tedesca non è la proporzionalità annunciata nei Trattati dell’Unione, ma il principio di proporzionalità (Verhältnismäßigkeitsgrundsatz) tedesco! (Galetta,2020)

La primauté del diritto dell’Unione Europea rispetto al diritto nazionale

Il primo profilo che viene dunque in rilievo è la sempre discussa cessione di sovranità da parte degli Stati Membri al governo dell’Unione Europea: in questo senso non si può negare come la sentenza del 5 maggio sia una riprova che l’Unione Europea è ancora, solo, una Unione monetaria, ben lontana dall’Unione politica auspicata dai padri fondatori. Ma la Germania è stata sempre restia a piegarsi alla supremazia del diritto europeo, specie nella sua visione piena e quasi incondizionata enunciata, tra gli altri, nei celeberrimi casi Costa c. Enel o Melloni. Tuttavia, da qualsiasi punto di osservazione, pare che la corte tedesca abbia commesso quantomeno un errore di diritto: in primo luogo, infatti, la supremazia del diritto europeo si osserva anche nei confronti delle Costituzioni nazionali, fatti salvi i principi fondanti delle carte fondamentali, per cui entra in gioco il contrappeso dei controlimiti (Groppi, 2007).  Inoltre, il principio di proporzionalità non è espressamente inserito all’interno del testo costituzionale tedesco, anche se è stato ampiamente discusso e corroborato dalla giurisprudenza costituzionale.

 



Le differenti considerazioni in ordine al principio di proporzionalità

Altro punto centrale meritevole di attenzione attiene alle differenti percezioni del principio di proporzionalità. Infatti, benché la dottrina giuridica europea, e la stessa Corte di Giustizia siano largamente improntate sul diritto tedesco, ciò non implica una uniformità di percezione in ordine ai principi che formano la costruzione giuridica comune. Infatti, il principio di proporzionalità proprio dell’ordinamento tedesco, deve senz’altro informare la giurisprudenza nazionale tedesca. Ma, quando Karlsruhe compie lo stesso ragionamento giuridico sul piano comunitario, si trae in errore. Il principio di proporzionalità cui l’Unione Europea ed i suoi organi devono tenere in considerazione è mediato, cioè si ricava dalle differenti tradizioni giuridiche degli Stati Membri. Con la sua pronunzia, la Corte Costituzionale tedesca vorrebbe, in sintesi, ergersi a guardiano della giurisprudenza della Corte di Giustizia.

Il conflitto tra Corti

Ciò che è inoltre interessante è come la sentenza tedesca crei un conflitto tra corti. Infatti, quando i giudici tedeschi affermano che la Corte avrebbe disatteso il mandato a lei conferito dal TUE (art.19), accusano una corte di rango superiore la cui giurisprudenza prevale su quella nazionale, in quanto volta a garantire l’omogenea applicazione del diritto all’interno dell’Unione, e dotata di competenza esclusiva sull’interpretazione dei trattati.

Conclusioni

La sentenza del 5 maggio non è, in ultima analisi, pericolosa per il PSPP, o per il quantitative easing. Ribadiamo, infatti, che l’organo giudicante tedesco ne ha confermato la validità, e che, tutt’al più, la sentenza in esame potrebbe impedire l’ingresso della Germania nel programma. La sentenza della Corte di Giustizia Europea che stabilisce la correttezza del q.e. rispetto ai trattati resta infatti vincolante all’interno dell’Unione. La pronunzia tedesca è pericolosa in quanto crea un precedente giuridico di delegittimazione del più prestigioso organo dell’Europa unita, pretendendo di rifiutare la vincolatività delle sue pronunzie. Una delegittimazione che opera non sul piano simbolico della politica ma su quello assai più pragmatico e vincolante del diritto. Probabilmente, il tutto si chiuderà con la risposta della Banca Centrale Europea ma ciò non toglie che la pronunzia segni in modo inequivocabile una frattura tra Bruxelles e Berlino. Frattura che peraltro potrebbe essere solo la punta dell’iceberg dello scontento di uno dei Paesi fondatori ed uno dei più grossi contributori al bilancio che avrebbe ripercussioni drammatiche e difficilmente ipotizzabili sul piano politico ed economico.

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Giulia Raciti

Giulia Raciti

Ciao a tutti, sono Giulia Raciti Longo, e collaboro con IARI da Giugno del 2019.Dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita a Catania, ho proseguito i miei studi a Milano, dove ho ottenutoil Master in Diplomacy presso l' ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Sono fluente in tre lingue, e ho avuto la possibilità di studiare in tutta Europa, e di lavorare con l' ONG ruandese “ African Education Network" per un anno, occupandomi di analisi delle policies e mappatura legislativa. È in questi contesto che è nata la mia passione per l' Africa, territorio complesso e spesso sottovalutato nelle relazioni internazionali. Con IARI mi occupo proprio di Africa, focalizzandomisui processi elettorali e sui fenomeni migratori, temi che mi propongo di affrontare con un approccio trasversale tra geopolitica e diritto internazionale. Sono appassionata di storia contemporanea, in particolare delle decadi tra il ’20 e il ’40 del 900.Lavorareper la redazione dello IARI, mi ha dato la possibilità di mettere le mie competenze al servizio degli altri: credo infatti fermamente che la geopolitica sia uno strumento indispensabile per capire il mondo che ci circonda ed essere cittadini globali più attenti e consapevoli.Per questo cerco sempre di creare contenuti che siano fruibili anche dai non addetti ai lavori, ma rigorosi dal punto di vista scientificoed informativo.
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