Sono passate già due settimane dalla conclusione del workshop multilaterale sul conflitto israelo-palestinese promosso in Bahrain dall’amministrazione Trump, al fine di definire i principali aspetti economici del piano di pace che verrà presentato dal governo USA in autunno. Quali sono state le reazioni da parte dei principali attori geopolitici del mondo islamico?

L’opinione pubblica statunitense accorda tradizionalmente molta importanza agli sviluppi del conflitto israelo-palestinese, interessandovisi in media molto più di quanto non avvenga in Europa. Un Presidente che riuscisse a mettere fine una volta per tutte alla cronica instabilità dell’area levantina, garantendo così pace e sicurezza al piccolo Stato ebraico – da sempre uno stretto alleato di Washington – e affermando al tempo stesso il ruolo degli USA quali garanti dell’ordine geopolitico in una delle regioni più strategiche del mondo, otterrebbe senza dubbio numerosi consensi in patria. Questo Donald J. Trump lo sa bene e, in apparente contraddizione con la sua popolare strategia di disengagement dal Medio Oriente, ha affidato al genero Jared Kushner il compito di presentare ai diretti interessati e al mondo intero un nuovo piano di pace, basato sulla proposta “Peace to Prosperity”: con esso si cerca di spingere i palestinesi a fare importanti concessioni politiche alla controparte israeliana, offrendo loro un lauto sostegno economico.

A Manama si è infatti parlato di un volume complessivo di aiuti e investimenti superiore a 50 miliardi di dollari, volto a favorire lo sviluppo socio-economico dei territori palestinesi e dei Paesi che ne ospitano i rifugiati, permettendo la realizzazione di alcuni importanti progetti infrastrutturali, come un aeroporto per la Striscia di Gaza e un ponte sospeso che colleghi quest’ultima alla Cisgiordania, passando letteralmente “sopra” al territorio israeliano. Si arriverebbe a tale somma da capogiro non soltanto in virtù dell’impegno diretto degli Stati Uniti, ma anche grazie alla partecipazione dei loro principali alleati europei e regionali, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in primis. È dunque fondamentale sondare le reazioni, l’interessamento e la buona volontà di questi ultimi al fine di poter azzardare ipotesi sulla riuscita o meno dell’intero piano, la cui componente politica verrà svelata soltanto in autunno, in concomitanza con l’inizio della campagna elettorale per le presidenziali USA del 2020 e nella speranza che nuove elezioni in Israele consentano la formazione di una più solida maggioranza di governo, interlocutore necessario per condurre le trattative.

Arabia Saudita e alleati

La città di Manama non è stata scelta casualmente come sede del workshop dai suoi organizzatori. Si tratta della capitale del piccolo emirato del Bahrain, da sempre stretto alleato dell’Arabia Saudita, di cui secondo alcuni analisti sarebbe addirittura diventato un vero e proprio Stato-satellite dopo gli eventi del 14 marzo 2011. In tale occasione i carri armati di Riyadh dovettero intervenire per difendere l’autorità degli al-Khalifa, dinastia sunnita regnante sull’isola fin dal diciottesimo secolo, che quell’anno fu seriamente minacciata da una rivolta degli sciiti, che rappresentano il 70% della popolazione del Paese e che ricevono un deciso sostegno da parte dell’Iran. Tenere l’evento in quel luogo lancia infatti un chiaro messaggio politico: i Saud, senza assumersi direttamente la responsabilità della conferenza, esprimono in maniera sottesa la loro accettazione della proposta americana. Il regno necessita infatti di mantenere saldo l’asse geopolitico con Washington nel pieno del suo lungo scontro con Teheran e sembra che con il tempo abbia perso progressivamente interesse per la difesa della causa palestinese. Essendo però quest’ultima ancora molto sentita dall’opinione pubblica, i sovrani arabi hanno deciso mantenere una posizione piuttosto defilata, senza esprimere il loro pieno supporto per un progetto che risulta particolarmente indigesto anche alle potenti élites conservatrici che ne garantiscono il potere. Sono stati comunque necessari numerosi arresti e ritorsioni al fine di limitare le forti reazioni di dissenso che sono emerse in seno alla società civile interna e che rischiavano di screditare la politica estera dei Saud, i quali, presentandosi come leader e protettori del mondo islamico in quanto “guardiani” della città santa di La Mecca, trovano molto scomodo dover avallare la cessione a Israele di territori considerati storicamente arabi. Simili reazioni si sono avute anche da parte di altri alleati regionali degli Stati Uniti come Egitto, Giordania, Marocco ed Emirati Arabi Uniti, che hanno partecipato all’evento, criticando l’atteggiamento di rifiuto aprioristico da parte palestinese, ma senza arrivare a sostenere il progetto dell’amministrazione Trump con troppo entusiasmo. Anche in questi Paesi, infatti, le proteste delle opposizioni sono state particolarmente consistenti, e i governi di Giordania e Libano hanno ufficialmente affermato di non avere intenzione di concedere la propria cittadinanza ai rifugiati palestinesi che attualmente risiedono nel loro territorio, elemento essenziale di quello che pare essere primo piano di pace che non contempla il “diritto al ritorno” dei profughi.

Veduta del lungomare di Manama, capitale del Bahrain e sede del workshop economico sulla pace in Palestina

Iran e alleati

Com’era prevedibile la Repubblica Islamica si è opposta strenuamente alla proposta americana, in linea con la sua politica revisionista dell’ordine geopolitico regionale e con il suo tentativo di porsi come campione assoluto della causa palestinese in funzione anti-israeliana. Il “security advisor” statunitense John Bolton è arrivato perfino a sostenere che Teheran avrebbe portato avanti in questi mesi una serie di attacchi alle petroliere in transito nel Golfo Persico proprio al fine di far fallire il workshop di Manama, e più in generale Washington sembra determinata ad addossare all’Iran la responsabilità del probabile fallimento dell’intero piano di pace. Anche i vari alleati e proxy regionali degli Ayatollah hanno assunto una simile posizione di netto rifiuto e di incondizionata solidarietà alla parte palestinese: Damasco ed Hezbollah hanno condannato l’intera iniziativa come inaccettabile perché volutamente sbilanciata a favore di Israele (del quale è importante ricordare che non riconoscono neanche la legittimità), gli Houti hanno colpito più volte il territorio saudita con dei droni armati e le milizie sciite irachene hanno intensificato le loro attività di disturbo nei confronti dei militari americani ancora presenti nel Paese. In tale contesto, Libano e Iraq si sono apertamente rifiutati di partecipare alla conferenza. Queste azioni sembrano coordinarsi con gli sforzi da parte di alcune delle fazioni più radicali del panorama politico palestinese, come Hamas (حماس ) e Jihad Islamica Palestinese (حركة الجهاد الإسلامي في فلسطين), volti a innalzare il livello dello scontro militare con Israele, al fine di riportare il conflitto all’attenzione della comunità internazionale e di esasperare le condizioni di sicurezza fino a spingere lo Stato ebraico a lanciarsi in una nuova costosa guerra, che ne danneggi l’immagine internazionale legittimando così la resistenza armata palestinese.

Poster di propaganda in cui il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah invita i suoi seguaci alla lotta armata contro Israele

Qatar, Turchia e altri attori regionali

A metà tra la posizione di svogliata accondiscendenza dei sauditi e quella di radicale opposizione dell’Iran vi è una terza, probabilmente la più popolare presso l’opinione pubblica araba e islamica, portata avanti da attori interessati a presentarsi al resto del mondo come più moderati e ragionevoli dei due arcinemici che da anni si contendono la regione. Si tratta di quel fronte di partiti politici e di Paesi che ancora propende per una vera e propria “Soluzione dei Due Stati”, uno ebraico, localizzato nei territori occupati da Israele prima del 1967, ed uno palestinese, sovrano sulla Striscia di Gaza e sull’intera West Bank del Giordano, con un’equa divisione della città di Gerusalemme tra le due entità. Questa proposta implica la distruzione delle colonie israeliane costruite nel corso degli anni oltre la Green Line e il ritiro delle circa 400 000 persone che oggi vi abitano, e prevede al tempo stesso il rientro in Palestina dei milioni di profughi sparsi nei territori dei Paesi limitrofi. Si allontana dunque dalla visione dell’amministrazione Trump, che ha riconosciuto ufficialmente la sovranità israeliana sull’intera Gerusalemme e sul Golan siriano, avvicinandosi invece alle posizioni di Mosca, potenza mondiale sempre più presente in Medio Oriente. Tra i Paesi sostenitori di questa proposta spicca la Turchia, che si è opposta in maniera molto decisa al piano di pace americano con il fine non troppo velato di mietere consensi tra l’opinione pubblica mediorientale e rilanciare così il proprio soft power nella regione. Sulla stessa posizione di Ankara si è espresso il Qatar, in linea con quella che sembra essere un’alleanza strategica e politica sempre più solida, quando il ministro degli esteri del piccolo e ricchissimo emirato ha affermato che nessun piano di pace potrebbe mai funzionare senza la partecipazione attiva dei palestinesi alle trattative, in una posizione dignitosa e di parità con la controparte israeliana. Anche l’Oman e il Kuwait, per quanto meno apertamente critici nei confronti del workshop, hanno sottolineato l’importanza del coinvolgimento dei palestinesi, tanto che il primo è arrivato ad aprire un’ambasciata nella West Bank occupata come segno di solidarietà.

L’ex segretario di Stato USA John Kerry ritratto nel 2014 a Parigi in compagnia dei ministri degli esteri di Turchia e Qatar, Paesi spesso tra loro allineati in politica estera

Possiamo dunque affermare che, anche se per valutare a pieno la riuscita o meno del piano di Trump servirà attendere la pubblicazione ufficiale dei suoi contenuti politici e bisognerà anzitutto porre l’attenzione sulle reazioni dei diretti interessanti – israeliani e palestinesi -; al momento sembra che esso sia stato percepito dai principali attori regionali e dall’opinione pubblica più come una soluzione imposta dall’esterno che come una proposta di pace vera e propria, particolarmente sfavorevole alla parte palestinese e motivata da una serie di necessità geostrategiche più che dalla genuina volontà di porre fine alla crisi. Sulla base di questi presupposti sembra quindi molto improbabile che il tentativo di Washington incontri il successo, anche se, a più di 70 anni dall’inizio del conflitto, quest’ultimo sembra sempre meno in grado di suscitare interesse oltre il Giordano, e ciò gioca decisamente a favore del progetto di Trump sul lungo termine.

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