Il termine “sviluppo” è un termine polisemico. In virtù del periodo storico e degli assetti geopolitici di riferimento, esso veicola un preciso messaggio dalla forte connotazione politica. Lo stesso, in Africa ha negli anni subito l’impostazione teorica occidentale, mettendone in luce i limiti principali. Nonostante ciò le tendenze globali in atto hanno dato nuovo slancio alle trattazioni sul tema. Considerate infatti le potenzialità del continente e rilevata l’importanza della cooperazione con esso, siamo oggi costretti a un ripensamento teorico nel tentativo di trovare un accordo sulla migliore idea di sviluppo per questa terra.

Il termine sviluppo è diventato centrale in seguito alla Seconda Guerra Mondiale non tanto per la sua connotazione positiva, quanto per il suo contrario, “il sottosviluppo”. Quest’ultimo diventò centrale nel dibattito politico post-bellico in quanto funzionale alla così detta “politica del contenimento” promossa dagli Stati Uniti in funzione anti-sovietica. Secondo tale concezione gli Stati le cui economie erano state distrutte dalla guerra o versavano comunque in condizioni miserevoli necessitavano di un sostegno al fine di evitare l’espansione dell’ideologia comunista. Secondo la celebre Dottrina Truman infatti “è interesse degli USA appoggiare popoli liberi che resistono al tentativo di soggiogamento da parte di minoranze armate o di pressioni esterne”.

Questa visione manifestamente occidentalista palesò i suoi effetti in Africa durante la crisi dei vecchi imperi coloniali. Gli Stati Uniti, nonostante fossero sempre stati critici nei confronti delle politiche coloniali si trovarono invischiati nel processo di decolonizzazione andando a riempire il vuoto lasciato dalle potenze europee. Il contributo americano assunse fisiologicamente i tratti di un nuovo colonialismo favorendo in parte la legittimazione della propaganda sovietica. In virtù di ciò la macchina mediatica americana si fece promotrice di un nuovo messaggio che giustificava gli interventi in Africa come un sostegno alla miseria a cui erano ridotte le popolazioni continentali. Si ripropose sostanzialmente la retorica della “missione civilizzatrice dell’uomo bianco”, che consisteva nell’aiutare i popoli meno fortunati a raggiungere la “civiltà”, qui considerata esclusivamente in termini di crescita economica.

 

Su queste basi nacque un intenso dibattito teorico sullo sviluppo, i cui approcci principali fino alla fine degli anni Ottanta, furono quello della modernizzazione e quello della dipendenza:

  • secondo il primo le cause del sottosviluppo dovevano essere ricercate all’interno delle società sottosviluppate e vi si doveva porre rimedio tramite interventi di politica economica e sociale che modificassero i fattori causali dell’arretratezza, in primis l’insufficienza del capitale, la mancanza dell’industria e di una cultura industriale, le infrastrutture, i comportamenti, gli stili di vita e i valori “moderni”.
  • per le seconde, contrapposte alle prime, le cause del sottosviluppo erano esogene e andavano cercate nella situazione di dipendenza (economica, sociale, culturale, politica) che caratterizzava i paesi e le regioni sottosviluppate, le cui realtà erano condizionate dalla dominanza dei paesi occidentali sviluppati. (G. Bottazzi, 2016)

 

Entrambe le posizioni erano a ben vedere accomunate dalla credenza nelle possibilità taumaturgiche dello sviluppo e da una grande fiducia nelle ricette macro-economiche, nonché nello Stato come regolatore del processo di crescita.

Accanto alle principali linee di pensiero e in risposta ad esse, si svilupparono tuttavia una serie di contributi teorici che trovarono sintesi nella filosofia del così detto sviluppo locale, incentrato sulla rivalutazione dell’idea di comunità e dalla crescita autogena attraverso una sua costruzione dal basso. Il punto di rottura tra queste teorie e quelle principali era ravvisabile nella considerazione dei fattori sociali immateriali come più importanti di quelli prettamente economici. (G.Bottazzi, 2016)

Questa base teorica, non esaustiva ma sufficiente a intavolare una riflessione sul tema, permette di ragionare su quale idea di sviluppo sia auspicabile oggi nel continente africano e su quali dovrebbero essere le politiche di sostegno portate avanti dai diversi attori che in esso operano.

L’Africa è un continente molto eterogeneo. La diversità interstatale e intra-statale è il risultato della sovrapposizione di processi storici endogeni legati alla tradizione, e esogeni, figli dell’esperienza coloniale. A fare da sfondo a questo mosaico, in ragione delle colossali dimensioni del continente, dobbiamo considerare una varietà geografica e climatica notevole che frammenta lo stesso in regioni più o meno omogenee. In virtù delle sue peculiarità, l’attività principale praticata in Africa è l’agricoltura. Una percentuale che oscilla fra il 70% e l’80% della popolazione infatti lavora nei campi, motivo per cui qualsiasi riflessione sulla crescita del continente dovrebbe necessariamente essere incentrata sullo sviluppo rurale, passando per una riforma della cooperazione agricola da cui poi sarebbero indotti chiari benefici per gli altri settori.

Attualmente il dibattito su quest’ultima ricalca i modelli di sviluppo sopra descritti. Possiamo idealmente rappresentare tale impostazione come un continuum compreso fra un polo, rappresentato da istituzioni, industria e accademie, che sostanzialmente propende per l’implementazione di politiche economiche finalizzate allo sviluppo di un modello agricolo industriale/intensivo e un altro, costituito da ONG e da diversi attori che operano sul campo, che sostiene convintamente la valorizzazione degli “small farmers” tramite l’elaborazione di micro-progetti su scala locale capaci di incoraggiare lo sviluppo dal basso, per loro natura maggiormente sostenibili e inclusivi.

Secondo questi ultimi, il finanziamento di pratiche agricole su scala industriale con l’affitto di enormi porzioni di territorio per la produzione intensiva di prodotti da esportazione, snaturerebbe l’agricoltura locale e il sistema in cui è implementata. La produzione di colture di base infatti produce effetti nefasti nel territorio e nelle comunità in cui si inserisce. Da una parte riduce la biodiversità e dunque la varietà alimentare poiché si concentra esclusivamente sulle colture ad alto rendimento. Dall’altra minaccia la vita dei piccoli agricoltori, la loro cultura e il loro rapporto con la terra, che viene di fatto cancellato da sistemi di gestione tecnologici che producono un’inevitabile disconnessione fra uomo e terra.

Finanziare questi progetti significa assecondare unicamente gli aspetti economici dello sviluppo, considerando il continente come un bacino enorme di risorse per i mercati in espansione, trascurando le necessità impellenti delle popolazioni locali. D’altra parte anche un modello incentrato esclusivamente sulle pratiche tradizionali potrebbe risultare controproducente, poiché per sua natura tenderebbe all’instaurazione di un’agricoltura di sussistenza incapace di rifornire i mercati (parliamo di tendenza poiché esistono alcuni casi di successo, dove i micro-progetti delle ONG hanno costruito filiere produttive competitive sul mercato).

La contrapposizione fra le due visioni di cooperazione agricola sopra descritte sembrerebbe destinata a proseguire la sua strada su binari paralleli. Tuttavia è possibile nonché doveroso, pervenire a una sintesi delle visioni antitetiche che permetta all’Africa di superare il così detto “ultimo miglio” per lo sviluppo. Un possibile punto d’incontro fra le due proposte potrebbe essere quello della formazione e del sostegno ai piccoli agricoltori per lo sfruttamento dell’innovazione tecnologica, superando di fatto il conflitto fra i due filoni di pensiero.

E’stato infatti dimostrato a più riprese che quest’ultima, insieme agli interventi strutturali e le infrastrutture sono elementi necessari ma non sufficienti da soli a garantire lo sviluppo delle popolazioni. La ricerca sul campo ha evidenziato come i piccoli agricoltori, seppur circondati da infrastrutture e tecnologie avanzate a supporto della loro attività non siano in grado di sfruttarle autonomamente e mostrino nei confronti di esse un atteggiamento di passività.

Un’ovvia soluzione al problema, potrebbe essere quella di finanziare programmi orientati all’accrescimento del capitale umano, ovvero quell’insieme di conoscenze e competenze di cui ogni individuo si fa portatore nella sua vita. Questo obiettivo dovrebbe necessariamente essere perseguito alla scala locale nonché plasmato sul contesto culturale di riferimento. Tentare di imporre soluzioni aliene da quest’ultimo, vanificherebbe di fatto ogni sforzo indirizzato alla nascita di un efficace progetto di sviluppo.

Il potenziamento del capitale umano dovrebbe dunque essere centrale nei progetti di sviluppo del continente, se non altro perché legato a quest’ultimo da un forte rapporto di reciprocità. A tal proposito è utile ricordare le parole dell’economista Albert Hirshman che scriveva:

lo sviluppo dipende soprattutto dal riuscire a suscitare e mobilitare risorse e capacità nascosta, disperse o malamente utilizzate. Gli ostacoli al cambiamento vanno ricercati nella percezione di coloro che dallo sviluppo devono essere gli artefici e i beneficiari.

Appare dunque fondamentale cambiare il modus operandi della cooperazione fin qui adottato. Gli investimenti sull’innovazione tecnologica non producono autonomamente crescita, ma sarebbe necessaria la partecipazione dei piccoli agricoltori ai processi di sviluppo. Il loro coinvolgimento permetterebbe infatti l’associazione delle nuove tecnologie alle pratiche tradizionali, da una parte aumentandone la produttività e dunque migliorando la disponibilità di cibo, l’aumento del reddito e generando indotto per altri settori come commercio e artigianato; dall’altra manterrebbe il legame che unisce da sempre gli small farmers alla loro terra.

Uno studio dell’Università Cattolica di Milano ha delineato un modello di sviluppo basato su interventi esterni finalizzati alla creazione di “nuclei locali di sviluppo rurale”. Secondo gli studiosi tali nuclei, se basati su tecnologie appropriate e su un’adeguata formazione delle popolazioni, potrebbero creare i presupposti per l’emulazione di gran parte dei piccoli agricoltori delle zone circostanti grazie alla diffusione passiva dell’innovazione. Per fare ciò tuttavia è necessario rintracciare nel tessuto sociale delle strutture (istituzionali o meno) diffuse capillarmente sul territorio, capaci di veicolare il messaggio in modo efficace verso le popolazioni.

Partendo dal proverbio africano “quello che tu fai per me, senza di me, è contro di me” possiamo dunque riassumere quanto detto finora asserendo che per uno sviluppo reale e duraturo del continente africano, uno sviluppo orientato all’effettivo miglioramento delle condizioni delle popolazioni locali e slegato dalle logiche prettamente economiche e opportunistiche, è necessario implementare progetti inclusivi, capaci di integrare le popolazioni locali nella loro progettazione e realizzazione, ricordando che lo sviluppo non è esclusivamente crescita economica, ma il raggiungimento di un benessere effettivo e diffuso per i suoi artefici e beneficiari

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