Tra il 23 e 26 Maggio i cittadini dei 27 stati membri dell’Ue andranno alle urne per rinnovare il Parlamento Europeo, composto da 751 europarlamentari ad oggi rappresenta l’unica istituzione scelta direttamente dai cittadini attraverso elezione a suffragio universale. La prima elezione del Parlamento risale al 20 Settembre 1976, da allora ha assunto sempre più importanza tra le istituzioni europee e si è trasformato da arena di discussione ad organo di controllo. A pochi giorni dunque da una scadenza elettorale così importante e in un clima di generale sfiducia verso le istituzioni europee, sembra doveroso interrogarsi sullo stato di salute dell’Ue, cosa è stato fatto e ancora cosa dovrà essere fatto? Riuscirà l’Unione a ricompattarsi ed essere preparata per gestire le sfide future imposte dalla globalizzazione e da un mondo sempre più multipolare?

Per comprendere meglio la natura dell’Unione Europea, bisogna andare indietro nel tempo e ripercorrere le tappe fondamentali che hanno permesso di costruire ciò che possiamo chiamare l’edificio Europa. Partiamo dunque dal 1950 dalla dichiarazione Schumann:“L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Le parole pronunciate da Robert Schumann, ministro degli esteri francese fanno comprendere come già nell’idea di costruzione dell’Europa vi era la consapevolezza che l’unione dei popoli europei sarebbe avvenuta poco per volta, step by step.

Osservando il processo d’integrazione europeo ci accorgiamo che a partire dal 1951 con il trattato di Parigi da cui è nata la CECA, fino ad arrivare al 2007 con il trattato di Lisbona, la costruzione dell’edificio Europa si è mossa attraverso un sistema di Stop and go che ha visto alternare momenti di grande integrazione portata avanti da alcune istituzioni europee quali la Commissione, la Corte di Giustizia attraverso l’interpretazione e l’applicazione dei trattati e dal Parlamento Europeo, a momenti di stasi portati avanti dagli stati membri dell’Unione come per esempio la bocciatura da parte di Francia ed Olanda di una costituzione Europea.

L’avanzamento del processo di Integrazione dell’Unione è stato poi recentemente interrotto da una serie di cause principalmente esterne, prima fra tutte la crisi economica, che a partire dal 2008 è arrivata dagli Stati Uniti sul nostro continente. Gli Stati membri appartenenti alla fascia mediterranea (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Cipro) sono stati colpiti con maggiore intensità dalla crisi e hanno dovuto mettere in campo delle misure economiche impopolari, nonché lacrime e sangue per uscirne fuori. Proprio in questa fase di recessione economica gli stati membri appartenenti all’Europa Nord-Continentale tradizionalmente legati al rigore economico, guidati dalla Germania hanno imposto una politica di austerità mostrando di fatto una scarsa sensibilità ed attenzione verso i paesi del sud Europa, venendo meno al principio di solidarietà sancito dall’articolo 3 del trattato sull’unione europea (TUE), e al principio di leale cooperazione sancito all’articolo 4 (TUE). Quindi l’azione dell’Unione nel suo complesso è risultata poco efficace nell’aiuto agli stati membri in difficoltà. Ci si è accorti troppo tardi degli errori commessi, soprattutto negli aiuti elargiti alla Grecia e recentemente il Presidente della commissione Jean Claude Junker ha ammesso: “Non siamo stati sufficientemente solidali con la Grecia e con i Greci”.

Un altro fenomeno che ha contribuito a fermare il processo d’integrazione è stata la migrazione di persone provenienti dal continente Africano, colpito da grandi cambiamenti climatici ed ambientali ma anche attraversato da numerosi conflitti, anche la guerra civile scoppiata in Siria ha contribuito ad aumentare il fenomeno migratorio. L’ondata di migranti esclusivamente per questioni geografiche di vicinanza con l’Africa e con il medio-oriente è stata sostenuta ancora una volta dai paesi del sud Europa, Italia in primis seguita da Grecia e Spagna. Anche in questa occasione è venuto a mancare il principio di Solidarietà sancito dal trattato Ue, questa volta gli stati membri dell’est Europa (Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia, Ungheria) non hanno voluto sapere di applicare tale principio, ma si sono appellati al trattato di Dublino il quale sancisce che i migranti restino nel paese di primo ingresso.

Infine è arrivato come un fulmine a ciel sereno il referendum Brexit del 23 giugno 2016, con il quale il Regno Unito facendo appello all’articolo 50 del Trattato sull’unione europea ha chiesto di abbandonare l’Unione. I risultati del post brexit sono sotto gli occhi di tutti, ci sarebbe da chiedersi perché tanta difficoltà e indecisione da parte del governo e del parlamento inglese nel negoziare una fuoriuscita dall’Unione? La risposta che potrebbe essere avanzata è che facendo un rapido calcolo costi-benefici ancora oggi rimanere all’interno dell’Unione Europea rappresenta un beneficio per qualunque Stato. Ecco perché non è facile per nessun paese membro rinegoziare i numerosi trattati comunitari già stipulati.

Comunque vadano le elezioni europee, gli stati membri anche quelli più sovranisti e populisti non potranno ignorare il fatto che in un mondo sempre più globalizzato e multipolare come quello in cui viviamo, l’Unione Europea ha un maggiore senso di esistere, bisogna riprendere la strada del processo d’integrazione, ma soprattutto è ormai indispensabile avvicinare le istituzioni europee ai cittadini, ciò che in questo momento manca all’Europa è l’animo europeo. Solo attraverso più unione e più solidarietà tra i paesi membri si potrà parlare con una voce sola al resto del mondo, iniziando proprio dai partner strategici quali Stati Uniti, Cine a Russia. Nel rapporto con questi big nessuno stato europeo può pensare o sperare di far valere i propri interessi, specialmente in campo economico e commerciale. Se divisi i paesi membri dell’Ue non hanno un gran valore, ma se uniti tutti i 27 stati possono giocare un ruolo da player globale nel sistema delle relazioni internazionali, basta pensare che tutti insieme costituiscono una popolazione di 511 milioni di cittadini, molto più numerosa di Stati Uniti e Russia, rappresentano il più importante mercato di consumatori mondiale e nonostante la crisi economica, l’Unione nel suo complesso è ancora una potenza economica mondiale.

Non è lungimirante né utile continuare ad accusare le istituzioni europee per tutto ciò che non ha funzionato correttamente in questi anni, sarebbe più opportuno non dimenticare quanto fatto di buono dal 1951 ad oggi e ridisegnare un nuovo rinascimento europeo tutti insieme, uniti nella diversità.

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Gabriele La Spina

Gabriele La Spina

Laureato in Politica e relazioni internazionali, specializzato in Internazionalizzazione delle relazioni commerciali all’Università di Catania, ha poi conseguito presso l'ISPI un diploma in affari europei. Attualmente Si occupa di Unione Europea e della politica estera degli stati membri per l’istituto analisi relazioni internazionali (IARI)
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