Sono trascorsi due anni da quel giugno 2017 in cui un gruppo di paesi mediorientali (e non) decisero di imporre un gravoso blocco al Qatar in modo da frenarne l’indipendenza e l’assertività in seno agli equilibri di potere che si ripercuotono nell’area. Dopo questo ampio lasso di tempo il Qatar non solo sembra aver retto agli shock economici e politici (oltre che al parziale isolamento diplomatico) ma ricalibrando la sua politica estera, economia e immagine internazionale ha sfruttato l’offensiva degli ex alleati per ritornare da protagonista nell’arena mediorientale.

Lo skyline di Doha, capitale del Qatar

Nella giornata tra il 4 e il 5 2017 diversi paesi mediorientali e non (Arabia Saudita , Emirati Arabi Uniti , Bahrain , Egitto , Maldive, Mauritania, Senegal, Gibuti, Comore, Giordania, il governo libico di Tobruk e il governo yemenita di Aden) decisero di tagliare i rapporti diplomatici [1] con Doha dando vita a un vero e proprio embargo teso a indebolire il paese e punirne l’assertività e indipendenza rispetto alle volontà e allo strapotere nella penisola arabica esercitata da Riyadh. Il blocco seguì un diktat draconiano imposto dalle autorità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) alla leadership del Qatar accusata di finanziare il terrorismo, destabilizzare la regione e in via non ufficiale di essere poco duro o persino complice con le iniziative iraniane. L’ultimatum saudita costituisce l’ultima offensiva in un quadro di forte rivalità regionale tra la potenza egemone nella penisola arabica e la riottosità del Qatar di fronte a un ridimensionamento imposto dalla geografia e dalla caratura demografica (che assolutamente non si riflette nell’attivismo diplomatico di Doha). Già nel marzo del 2014 l’Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e l’Egitto, accusando il Qatar di eccessiva influenza nelle questioni interne dei partner, ritirarono gli ambasciatori scatenando una crisi nei rapporti all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo dalle ovvie conseguenze future. La decisione del Qatar dell’aprile 2017 di pagare un sostanzioso riscatto [2]a diverse milizie paramilitari irachene (Tahrir al-Sham, Ahrar al-Sham, PMU) per facilitare la liberazione di due dozzine di ostaggi (tra cui membri della famiglia reale) senza consultarsi con il GCC nonché l’incerta crisi degli hacker possono essere inquadrati come le proverbiali scintille in questo incendio che a due anni di distanza continua a bruciare.

Tredici [3] le richieste inoltrate a Doha, tramite il Kuwait, tra cui: fine della ambiguità e inasprimento delle relazioni con l’Iran, la chiusura del canale mediatico Al Jazeera (tra i più prestigiosi network dell’area mediorientale e non solo vero e proprio strumento del soft power qatarino), interrompere i finanziamenti ad altri organi di stampa finanziati o vicino a Doha tra cui Arabi21 e Middle East Eye, smettere di finanziare le formazioni designate come entità terroristiche dagli Stati Uniti (tra cui Isis, al Qa’ida, Hezbollah e Hamas), espellere i militari turchi e chiudere la base di cui usufruiscono, rompere le relazioni amichevoli con i movimenti islamisti inerenti ai fratelli musulmani, rifiutarsi di naturalizzare cittadini dei Paesi arabi limitrofi ed espellere quelli attualmente presenti oltre che consegnare tutti i cittadini dei Paesi sospettati di attività terroristiche; allinearsi maggiormente alle decisioni prese dalle autorità centrali all’interno dei meccanismi di cooperazione tra i paesi del Golfo e della Penisola Arabica. La secca smentita qatariota di fronte alle gravi accuse da parte dei cospiratori ha ulteriormente allontanato i contendenti in questo gioco a somma zero indebolendo le possibilità di un dialogo costruttivo.

Nei calcoli della monarchia saudita, alleati e satelliti (Egitto e Bahrain in primis), il blocco avrebbe dovuto portare nel breve tempo a un collasso economico oltre che un isolamento diplomatico insostenibile per il piccolo emirato lanciando al contempo un forte segnale nei confronti dell’Iran e dei paesi con un agenda indipendente in Medio Oriente. Pesanti infatti le paventate ripercussioni economiche con blocco delle importazioni, difficoltà tecniche per le compagnie aree e infrastrutture (il Qatar è una penisola con un solo confine terrestre che condivide proprio con i sauditi), sospensione di visti e richieste amministrative, taglio degli investimenti e rapporti commerciali ecc. Impossibile non notare l’avvallo degli Stati Uniti in quanto la decisione è stata presa immediatamente dopo la visita a Riyadh del presidente Trump molto vicino alle autorità centrali del regno. Le conseguenze del blocco, tuttavia, sono state molto diverse dalle previsioni saudite in quanto non solo l’economia qatarina ha retto allo shock ma in un certo senso si è rafforzata [1] affrancandosi dalla dipendenza dai tradizionali partner commerciali, sviluppando competenze ed “expertise” in settori tecnologicamente all’avanguardia (agricoltura idroponica, desalinizzazione, riconversione energetica, infrastrutture) o diversificando le relazioni commerciali con partner globali (Cina, Europa, America Latina).

L’emiro Tamim bin Hamad al-Thani ha sfruttato il fondo d’investimento sovrano (oltre 335 miliardi di asset) o messo mano ai copiosi risparmi per coprire i costi subitanei dell’embargo e rilanciare gli investimenti in assett europei o oltre oceano. “La performance economica è migliorata nel 2018 secondo il FMI in quanto l’economia del Qatar ha assorbito con successo gli shock dal calo dei prezzi degli idrocarburi del 2014-16 e la spaccatura diplomatica del 2017. Fiore all’occhiello della strategia la costruzione di innovative serre agricole nel bel mezzo del deserto che hanno permesso al paese di aumentare di uno strabiliante 100% la produzione agricola, ridurre le importazioni sviluppando tecnologie da esportare in realtà afflitte da penuria di generi alimentari o cambiamenti climatici. Lo shock esterno ha però imposto al paese una certa flessibilità e libertà di manovra nel fronte interno che l’emirato ha ottenuto attuando un rimpasto di governo che ha coinvolto anche i vertici delle principali holding di stato come Qatar Petroleum (QP) e Qatar Investment Authority (Qia). In ultimo bisogna riportare un netto incremento del patriottismo, del sentimento di identità nazionale in una nazione relativamente giovane, in forte crescita demografica ma dove i cittadini qatarioti rappresentano solo il 12% del totale contro un 88% variegato di espatriati (dalla grande massa dei lavoratori asiatici ai ricchi manager e investitori occidentali).

Tamim bin Hamad al-Thani a colloquio con il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan

Per far fronte all’isolamento il Qatar ha dovuto rilanciare le sue priorità in politica estera[1], sposando un agenda maggiormente multilaterale, pragmaticamente globale e trovando un immediato (e concreto) sostegno da parte della Turchia che è entrata a gamba tesa nella crisi pronto ad aiutare il suo alleato di prossimità o solo ad ostacolare la volontà di dominio nell’area sunnita dell’Arabia Saudita. Ankara condivide con Doha una certa predisposizione per il supporto a movimenti legati alla galassia dei fratelli musulmani convergendo con le necessità qatariote ma ha, al contempo, dimostrato la volontà di cercare una riconciliazione rilanciando il proprio prestigio nel mondo islamico. Oltre tremila i militari turchi stanziati [2]nella base di Al Udeid in ottemperanza all’accordo di mutua cooperazione militare siglato nel dicembre 2014. La presenza delle truppe turche non solo permette ad Ankara di piazzare una pedina nel militarmente affollato golfo Persico ma è utile deterrenza da tentazioni o colpi di mano delle forze armate saudite. Paradossalmente rinforzate le relazioni con l’Iran, ulteriore smacco per Riyadh che sperava di ottenere esattamente il contrario grazie al severo boicottaggio. L’interscambio, spesso discreto, è aumentato mentre Doha ha concesso maggiore libertà di movimento ai natanti iraniani collaborando, ufficiosamente, al continuo trasbordo di armamenti e rifornimenti bellici che dall’Iran raggiunge Siria e Libano lungo il crescente sciita. Il blocco ha anche contribuito a incrementare il prestigio del Qatar nell’opinione pubblica mondiale, e specialmente mediorientale, in quanto piccolo Davide in preda ad accuse strumentali e strapotere degli attori sauditi ed emiratini.

Abdullah bin Nasser Al Thani, primo ministro del Qatar da giugno 2013ro

A due anni dal blocco emergono segnali di distensione [1] con lo sceicco (e primo ministro qatarino) Abdullah bin Nasser Al Thani che ha potuto partecipare [2] ai tre vertici di emergenza richiesti dall’Arabia Saudita nella città santa della Mecca alla fine del mese scorso oltre che incontrare il re saudita Salman bin Abdul Aziz e il principe ereditario Mohammed bin Salman. Il paese ha preso parte anche ai vertici del Consiglio della Cooperazione del Golfo, della Lega araba e dell’Organizzazione per la cooperazione islamica ma permangono le differenze e la sfiducia reciproca nei diversi campi del contendere. La recente crisi, i sabotaggi e la possibile escalation militare con l’Iran nel golfo persico/arabico (principale fonte di transito del petrolio mondiale) potrebbe rappresentare un punto di svolta nello stallo diplomatico costringendo il Qatar a una scelta che persino le machiavelliche autorità di Doha potrebbero trovare complicata ma al momento non emergono segnali di cambiamento di rotta da ambo le parti in quanto i costi di riconciliazione appaiono più alti di quelli di perpetuare lo status quo. Impossibile per il Qatar ottemperare alle richieste draconiane ricevute mentre i sauditi, già impegnati nel costoso e deludente pantano [3] yemenita, non posso permettersi un ulteriore smacco in un contesto in cui i rapporti di forza, l’assertività militare si riequilibrano costantemente a un passo dall’escalation.

[1] https://www.middleeasteye.net/news/saudi-arabia-says-reconciliation-qatar-possible-if-right-path-followed

[2] https://www.middleeasteye.net/news/qatar-pm-attend-emergency-gulf-summit-saudi-arabia-report

[3] https://www.washingtonpost.com/world/middle_east/saudi-arabia-cant-find-its-way-out-of-yemens-messy-war/2015/11/12/4d70ce26-84e1-11e5-8bd2-680fff868306_story.html?utm_term=.7364841a5a77

[1] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/qatar-il-difficile-equilibrio-di-doha-nelle-rivalita-del-golfo-22366

[2] https://www.dailysabah.com/feature/2018/06/13/turkish-military-in-qatar-bonds-of-mutual-trust

[1] https://www.dw.com/en/qatar-endures-economic-blockade-with-aplomb/a-46887883

[1] https://www.independent.co.uk/topic/qatar-crisis

[2] https://www.bbc.com/news/world-middle-east-44660369

[3] https://www.corriere.it/esteri/17_giugno_23/qatar-13-richieste-10-giorni-l-ultimatum-saudita-056f2ace-584c-11e7-abb9-de301c7bc284.shtml

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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