Il presidente americano Donald J. Trump, subito dopo aver ordinato (e poi annullato all’ultimo momento) un attacco militare contro l’Iran, ha scelto di riprendere a comunicare con la controparte per mezzo di funzionari omaniti. Infatti, nel contesto di una regione ormai da molti anni profondamente divisa, dove “l’Asse della Resistenza” capeggiato da Teheran si contrappone ad un ben più vasto fronte di paesi sunniti allineati con gli Stati Uniti e posti sotto la sempre più controversa leadership dell’Arabia Saudita, Mascate ha tradizionalmente svolto un ruolo di mediazione, reso possibile dal suo comportamento spesso accomodante e defilato e dalla sua lunga tradizione di rapporti cordiali con i vicini. Riuscirà il piccolo sultanato a favorire il dialogo tra le parti, contribuendo così a evitare la temuta tragedia?

Mentre, collegandosi a internet o accendendo la televisione capita spesso di imbattersi in foto degli skylines di Doha e di Dubai, per molte persone l’Oman resta ancor oggi uno Stato sconosciuto e misterioso: questo Paese dal fascino esotico ha raramente attirato su di sé l’attenzione dei grandi media internazionali. Ciò si può spiegare solamente alla luce di due considerazioni di diversa natura.

Anzitutto, a differenza degli altri emirati che si affacciano sul Golfo Persico, Mascate non è mai riuscita a promuovere all’esterno dei suoi confini un’immagine di sé altrettanto singolare e affascinante. L’investimento della leadership omanita nell’accrescere la propria capacità di attrattiva culturale all’estero, infatti, non è minimamente paragonabile a quanto è stato fatto da Qatar, EAU, Kuwait e Bahrain: eventi sportivi dal gran premio di formula uno ai prossimi mondiali di calcio conferenze internazionali e meeting diplomatici si susseguono senza sosta nelle altre capitali della regione e costituiscono un importante strumento a disposizione dagli emiri per mostrarsi all’opinione pubblica mondiale come ricchi, tolleranti e proiettati verso il futuro. Enormi e modernissime strutture aeroportuali hanno reso l’area un hub centrale del traffico aereo internazionale e la costruzione di imponenti grattacieli ha trasformato quelli che neanche mezzo secolo fa erano villaggi di pescatori in grandi metropoli affollate di turisti. Mascate sembra avere ben poco in comune con queste città e solo recentemente è stata avviata la costruzione di alcune strutture architettoniche all’avanguardia. Alla radice di questo ritardo nello sviluppo economico rispetto agli Stati vicini sta una ragione di tipo prettamente materiale: mentre il sottosuolo degli altri Paesi della regione è estremamente ricco di idrocarburi, l’Oman possiede riserve di petrolio “soltanto” per circa 5,5 miliardi di barili, ovvero le venticinquesime al livello mondiale. Questa condizione di povertà relativa ha fatto sì che il governo omanita disponesse di mezzi economici considerevolmente inferiori rispetto ai suoi vicini e soltanto di recente, con l’aumento dei proventi derivanti dalle esportazioni di gas naturale e con la rapida espansione del settore logistico, la sua economia si sta avvicinando alle dimensioni di quelle degli Stati vicini, cosicché anche il sultanato può finalmente iniziare a impegnarsi nella costruzione di una buona reputazione internazionale.

Veduta del lungomare di Mascate, capitale dell’Oman

In secondo luogo, l’Oman si è sempre distinto per un comportamento internazionale defilato e generalmente rispettoso dell’altrui sovranità, e ciò costituisce una vera eccezione nel panorama regionale. Membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo a guida saudita, questo piccolo Paese di quattro milioni di abitanti non ha mai rinunciato a mantenere aperto un canale di dialogo con il vicino Iran, mostrandosi agli occhi della Repubblica Islamica come un interlocutore altamente affidabile nel corso del tempo (i contatti reciproci sono in parte facilitati anche dal fatto che l’Oman è l’unico Stato al mondo a maggioranza ibadita, una branca dell’islam per molti aspetti vicina alla tradizione sciita promossa a Teheran). Paradossalmente, proprio a questa virtù diplomatica si deve in parte la scarsa notorietà del Paese: mentre i suoi vicini, infatti, non perdono mai l’occasione di scontrarsi tra loro, attirando così l’attenzione dei media internazionali, Mascate conduce la sua politica estera in modo molto più prudente e dunque anche molto meno rumoroso. Ciò che però l’ha recentemente proiettata, suo malgrado, sulle prime pagine dei grandi quotidiani occidentali è stato un grave incidente avvenuto nel pieno delle sue acque territoriali lo scorso 13 giugno: due petroliere dirette in Estremo Oriente sono state colpite con degli ordigni esplosivi, proprio mentre il premier giapponese Shinzo Abe si trovava a Teheran per tentare di mediare una soluzione alla crisi in corso tra questa e Washington. Da parte loro gli Stati Uniti non hanno esitato ad accusare l’Iran di essere direttamente responsabile del sabotaggio, sostenendo la loro tesi con delle prove video in cui si vedono dei presunti Pasdaran intenti a recuperare delle mine inesplose dalla chiglia di una delle navi. Com’era prevedibile quest’ultimo ha negato ogni suo coinvolgimento, respingendo tutte le accuse e definendo l’accaduto come un tentativo da parte statunitense di far naufragare ogni possibilità di accordo. Questa pericolosa provocazione è avvenuta a un mese esatto di distanza da un altro caso simile: quattro navi commerciali erano state attaccate nelle vicine acque territoriali degli EAU, causando l’invio della portaerei americana USS Lincoln nel golfo persico a tutela delle rotte internazionali di approvvigionamento energetico. Più di recente, il 20 giugno l’Iran ha dichiarato di aver abbattuto un drone-spia statunitense, affermando di averlo colto nell’atto di violare il proprio spazio aereo, e suscitando così una dura reazione da parte del presidente americano Donald J. Trump su Twitter.

Petroliera a fuoco nel golfo dell’Oman

In un tale contesto di tensione, il sultano omanita Qaboos bin Said Al Said (قابوس بن سعيد آلسعيد) sembra intenzionato a trasformare questa spiacevole circostanza in un’occasione per rilanciare il ruolo regionale del suo Paese. Il recente coinvolgimento nel dossier iraniano di potenze di taglia ben maggiore, quali Germania e Giappone, non esclude infatti che la piccola monarchia possa giocare comunque un ruolo importante nelle trattative, come già sta facendo nell’ambito della complessa crisi tra Qatar e Arabia Saudita. L’Oman gode inoltre della stima della Russia, può contare su una stretta partnership in materia di sicurezza con gli USA e sta costruendo relazioni economiche sempre più importanti con le potenze asiatiche emergenti, Cina e India in primis, mostrando quindi di avere tutte le carte in regola per accreditarsi come player maggiore nella partita geopolitica mediorientale. Il sultanato dispone poi di un singolare asso nella manica, una risorsa strategica esclusiva del suo Paese, che nessun altro attore regionale può vantare.

Quando infatti, nel lontano 1971, la Gran Bretagna decise di ritirarsi dalla regione del Golfo Persico mettendo fine al proprio protettorato sui così detti “Trucial States”, il neonato Oman riuscì ad imporre la propria sovranità sulla cittadina di Musandam (مُـحَـافَـظَـة مُـسَـنْـدَم), situata proprio sullo strategico Stretto di Hormuz, da cui ogni giorno passa la totalità delle importazioni della regione e buona parte del petrolio e del gas liquefatto consumati nel mondo. La complessità dei negoziati avvenuti al momento dell’indipendenza è ancor oggi tangibile a causa della bizzarra divisione amministrativa del territorio situato immediatamente nei pressi dello stretto, che è caratterizzato da un complesso sistema di exclaves, ma è indubbio che allora il sultanato abbia agito con lungimiranza, compiendo una scelta politica che in seguito Mascate avrebbe potuto capitalizzare con profitto. Ciò non è stato fatto dal precedente sultano Said bin Taimur (سعيد بن تيمور), che ha regnato sull’Oman dal 1932 al 1970 nel segno di una politica fortemente isolazionista volta a mantenere inalterato l’antico sistema feudale del Paese, e che prevedeva, tra l’altro, la legalità della schiavitù. Quando questi venne rovesciato dal proprio figlio – l’attuale sultano – a seguito dei numerosi insuccessi nella gestione della ribellione di un gruppo di guerriglieri nasseriani nella regione meridionale del Dhofar, è iniziato un processo di apertura culturale e di modernizzazione economica e sociale, che è ancora in corso nel Paese e che può contribuire ad elevarne lo status internazionale.

Costa omanita nei pressi di Musandam, sullo stretto di Hormuz

Possiamo dunque concludere che se l’Oman riuscirà a gestire le numerose trasformazioni in atto in seno alla propria società e a farsi strada in un ambiente regionale tutt’altro che pacifico, senza farsi trascinare in pericolosi scontri di potere e mantenendo la sua tradizionale prudenza strategica, Mascate potrà affermarsi come attore di primo piano nell’area, contribuendo a stabilizzarla.

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