A fronte di nuovi disordini nel territorio, il Mali ed il Sahel tornano a fare discutere, per il loro ruolo centrale su temi chiave quali terrorismo jihadista e tratta di esseri umani. Quale ruolo hanno i principali attori internazionali nella Regione, e quali sono le prospettive a medio e breve termine?

Da una settimana circa, a seguito dell’aumento delle violenze nella regione centrale del Paese, il Mali torna a far parlare di sé, rimettendo in discussione il paradigma della centralità del Sahel rispetto ad una efficace prevenzione della nascita di nuovi focolai jihadisti in un’area dal quale potrebbero facilmente diffondersi anche in Europa.

Dopo la firma del “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali”, datato 15 maggio 2015, sembrava essere arrivati ad un punto di svolta per uno dei conflitti maggiormente radicati nel territorio, punto di debolezza per tutta la regione. Tuttavia, le posizioni delle parti restano profondamente distinte: da un lato il movimento pro-governativo “Gaita”, sebbene non coinvolto negli accordi, non ha mai cessato gli attacchi contro i gruppi ribelli, e di contro anche il fronte opposto presenta una intricata frammentazione tra CMA, principale coalizione dei guerrieri Tuareg, e gli ulteriori gruppi indipendentisti del nord (CPA e CMFR su tutti). Dalla settimana scorsa, il riaccendersi delle tensioni all’interno del Paese ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale. Msbinguè Ngom, capo delegazione della missione congiunta per lo sviluppo sostenibile dell’Africa Centro-Occidentale, ha visitato in particolare la regione centrale di Mopti, riaffermando il sostegno delle nazioni Unite al governo maliano, affinché le tensioni vengano risolte in modo pacifico.[1]

La durata delle missioni umanitarie nella regione, sia con riferimento all’ONU che all’Unione Europea, è stata infatti prorogata fino al 2021[2]. Nonostante queste premesse, la situazione nel Sahel sembra spesso sottovalutata dai principali attori internazionali. L’Italia, ad esempio, non sembra al momento avere in agenda ulteriori strategie di rafforzamento della sicurezza nel territorio, oltre quelle già in essere. Scelta quantomeno poco accorta, per due ordini di ragioni: il Mali, da qualche anno, risulta centrale via di transito dei flussi migratori, flussi che poi attraversano la Nigeria per approdare in Libia e da lì tentare la rotta Mediterranea. Non a caso, dopo l’operazione “Deserto Rosso”, cui hanno contribuito per la massima parte francesi, tedeschi ed americani, e cui il nostro Paese si è unita solo in un secondo momento[3] per non restare escluso da un’area geopolitica di interesse, l’unione Europea ha lanciato anche l’operazione EUTM-Mali, avente lo scopo di addestrare le forze armate maliane, per rafforzare la sorveglianza sui confini e prevenire il traffico di esseri umani.[4]

Dall’altro, non sviluppando una politica estera incisiva nel Sahel, il nostro Paese rischia di trovarsi in secondo piano rispetto ad almeno un altro partner europeo: la Francia. Da sempre primario attore nella regione, la Francia, sebbene abbia subito un duro colpo dopo la decisione dei Paesi dell’area CFA di abbandonare il franco francese, è ancora egemone indiscusso dell’influenza militare e politica nel territorio.[5] Proprio la Francia, infatti, è a capo di tutte le principali missioni europee nella regione, e nutre importantissimi interessi strategici nel Sahel, in particolare per quanto riguarda il settore energetico. Il Mali assume invece particolare importanza rispetto alle concrete possibilità di infiltrazioni di gruppi militari terroristici, distaccatisi da Al-Quaeda o dall’ISIS. Dalla nascita dello Stato Islamico del Grande Sahara, il fronte islamista ed estremista si è costantemente fortificato ed in Mali trova terreno fertile grazie alle tensioni civili già presenti nello Stato, in particolare tra i gruppi Dogon e Fulani[6] .

Di recente anche gli Stati Uniti sono intervenuti, ribadendo la necessità di un fronte comune contro il terrorismo. D’altronde, ormai dall’inizio del 2018, a fronte di un parziale disimpegno dei principali partners europei nella regione, gli Stati Uniti sembrano voler rafforzare la loro presenza sul territorio. Questo mutamento degli equilibri può essere da un lato spiegato con le mutate necessità e la particolare congiuntura economico politico dell’Europa, più interessata a osservare le dinamiche che al momento accadono al suo interno, sia dal fatto che l’operazione MINUSMA si è dimostrata una delle più letali per le forze armate coinvolte, registrando più di 200 morti e qualche migliaio di feriti, nonché una delle maggiormente costose, in un momento nel quale le forze europee hanno meno fondi a disposizione da destinare alle missioni internazionali. A rivaleggiare con il primato francese nella regione sembra permanere solo Washington quindi, che invece al momento sono interessati a rafforzare la propria influenza nel territorio attraverso i meccanismi di cooperazione al rafforzamento dello sviluppo della pace e del contro-terrorismo, non foss’altro che per sottrarre sfere di influenza alla “longa manu” cinese.

In sintesi, è fondamentale tenere sotto controllo e tentare di stabilizzare il più possibile la cintura del Sahel. Dai territori con esso confinanti, infatti, e sfruttando le rotte migratorie già in essere, sarebbe facile l’infiltrarsi di gruppi di milizie anche in Europa, di fatto esportando il conflitto in territorio nostrano.

L’Italia, di concerto con i suoi alleati europei, dovrebbe rivedere le priorità in seno alla regione, mettendo a punto nuovi approcci in grado di fornire una migliore stabilità al Mali e ai territori del G5, per fornire soluzioni efficaci e quantomeno di medio periodo per il contrasto alla minaccia terroristica e alla tratta di esseri umani.

[1] https://wcaro.unfpa.org/en/news/joint-mission-mali-un-regional-directors-group-and-regional-partners%E2%80%99-wraps

[2] https://eeas.europa.eu/sites/eeas/files/eu_csdp_missions_and_operations_may2019_web.pdf

[3] http://www.difesaonline.it/geopolitica/analisi/operazione-deserto-rosso-con-i-francesi-niger-contro-terrorismo-e-traffico-di

[4] http://eutmmali.eu/en/

[5] https://www.affarinternazionali.it/2018/10/sahel-francia-passato-futuro/

[6] https://www.aljazeera.com/programmes/talktojazeera/2019/07/envoy-mali-sahel-crisis-spread-europe-190701130015844.html

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Giulia Raciti

Giulia Raciti

Ciao a tutti, sono Giulia Raciti Longo, e collaboro con IARI da Giugno del 2019.Dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita a Catania, ho proseguito i miei studi a Milano, dove ho ottenutoil Master in Diplomacy presso l' ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Sono fluente in tre lingue, e ho avuto la possibilità di studiare in tutta Europa, e di lavorare con l' ONG ruandese “ African Education Network" per un anno, occupandomi di analisi delle policies e mappatura legislativa. È in questi contesto che è nata la mia passione per l' Africa, territorio complesso e spesso sottovalutato nelle relazioni internazionali. Con IARI mi occupo proprio di Africa, focalizzandomisui processi elettorali e sui fenomeni migratori, temi che mi propongo di affrontare con un approccio trasversale tra geopolitica e diritto internazionale. Sono appassionata di storia contemporanea, in particolare delle decadi tra il ’20 e il ’40 del 900.Lavorareper la redazione dello IARI, mi ha dato la possibilità di mettere le mie competenze al servizio degli altri: credo infatti fermamente che la geopolitica sia uno strumento indispensabile per capire il mondo che ci circonda ed essere cittadini globali più attenti e consapevoli.Per questo cerco sempre di creare contenuti che siano fruibili anche dai non addetti ai lavori, ma rigorosi dal punto di vista scientificoed informativo.
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