Il 29 Marzo, i due presidenti Pashinyan e Alyiev, rispettivamente di Armenia e Azerbaijan, si sono incontrati a Vienna per discutere del conflitto nel Nagorno Karabakh. All’incontro hanno partecipato anche i rappresentanti dell’OSCE, il quale in questi anni ha rivestito un ruolo chiave nel processo di negoziazioni. Il gruppo di Minsk, formato da Russia, Francia e Stati Uniti, in seno all’OSCE è stato costituito nel 1992 con l’obiettivo di stabilizzare il conflitto, anche se fino a questi giorni le misure elaborate dai tre Stati a capo del gruppo si sono rivelate inefficaci.

In questo incontro Pashinyan e Aliyev hanno sottolineato l’importanza di costruire una base di stabilità. Le aspettative non sono mai state così alte dopo l’escalation delle tensioni nel 1988. Per adesso Alyiev è in una posizione di forza, poiché la richiesta di Pashinyan di far sedere i rappresentanti del Nagorno al tavolo dei negoziati non è stata soddisfatta.

Il recente cambio di leadership in Armenia dopo l’ultima rivoluzione colorata nello spazio post – sovietico, ha costituito un passo verso uno “scongelamento” nelle trattative. Ciononostante, il raggiungimento di un accordo di pace, oltre a non esser dato per scontato, necessita di un lungo processo di trattative per superare i secolari antagonismi. Infatti, mentre Pashynian spinge per negoziare direttamente con i rappresentanti della Repubblica del Nagorno Karabakh, l’Azerbaijan è restio a conoscere un potere autonomo alla regione caucasica. In aggiunta, non sono mancate azioni militari in senso provocatorio in violazione del cessate – il – fuoco.

A destra Nikol Pashinyan Primo ministro armeno; a sinistra Ilham Aliyev attuale presidente dell’Azerbaigian dal 31 ottobre 2003

Solo lo scorso 11 marzo, l’Azerbaijan ha lanciato delle manovre militari sul larga scala nel contesto di un esercitazione militare nella regione del Nagorno. Il ministro della Difesa azero ha annunciato che sono stati mobilitati fino a 10 000 truppe, 500 carri armati e 300 sistemi di missili. [1] Il 20 marzo, il ministro della difesa armeno ha dichiarato che un soldato è stato ferito dalle forze azere ed il 26 marzo ci sono stati nuovi scontri In cui il cessate il fuoco è stato violato per l’ennesima volta.

Quello della giornata del 29 marzo non è la prima occasione in cui i due presidenti hanno avuto modo di confrontarsi sulla questione. Il primo ad inaugurare la serie di incontri è avvenuto nella capitale Tagika Dushanbe, nel contesto del summit del CIS, tra il 27 e 28 settembre, occasione in cui per la prima volta sono iniziate delle negoziazioni dirette da quando il nuovo leader armeno ha preso il potere lo scorso maggio. Ancora una settimana prima del summit, i rispettivi ministri di Armenia e Azerbaijan, Zohrab Mnatsakanyan e Elmar Mammadyarov, si sono incontrati a New York insieme ad alcuni rappresentanti del Gruppo di Minsk. Già da quei primissimi incontri, le due parti hanno aderito sulle misure per diminuire gli incidenti lungo il confine, aprire un canale diretto di comunicazione tra le due parti e inaugurare una serie di negoziazioni diplomatiche per realizzare un contesto di pace.

Il successivo incontro bilaterale è stato ottenuto il 6 dicembre a San Pietroburgo, ancora una volta in occasione di un summit tra i governi del CIS, ma senza giungere a significativi miglioramenti.

Nel gennaio del 2019 è avvenuto il terzo incontro informale, nel contest sta volta del World Economic Forum di Davos, un’organizzazione internazionale indipendente atta ad incentivare la cooperazione in vari campi dalla politica al business. In quell’occasione Nikol Pashinyan non ha mancato di incolpare l’Azerbaijan di non essersi dimostrato pronto per raggiungere un compromesso poiché contrario alla partecipazione della Repubblica del Nagorno alle trattative. Da parte sua, Alyiev ha accusato la controparte di star impedendo il dialogo chiedendo all’Azerbaijan di accettare tale condizione.

Il presidente Pashynian nelle settimane successive all’incontro di Davos non ha retrocesso dalla sua posizione. Il 12 marzo per la prima volta il Preisdente dell’autoproclamata Repubblica, Bako Sahakian, e Pashynian si sono incontrati in sede del consiglio di Sicurezza a Stepanakert, capitale del Nagorno – Karabakh. La necessità di introdurre il Nagorno nel gruppo europeo di Minsk è stata ribadita anche in quel caso. “E’ semplicemente logico che il Nagorno sia incluso nel processo di negoziazione” ha ribadito Pashinyan in quell’occasione. Il Presidente ha poi dichiarato la sua aderenza ai principi elaborati negli anni precedenti dal gruppo di Minsk, i cosiddetti Principi di Madrid, attorno ai quali ruoteranno ancora le negoziazioni: il ritorno del controllo dei territori sotto il governo dell’Azerbaijan ma allo stesso la creazione di un corridoio che colleghi l’Armenia al Nagorno e la possibilità per i rifugiati e gli sfollati di tornare alle proprie case nel loro luogo di residenza. Al di là della semplice dichiarazione dei principi, affinché vengano implementati e non rimangano solo disposizioni sulla carta come già successo in precedenza, il leader armeno ha considerato essenziale un chiarimento sull’interpretazione effettiva degli stessi principi da parte del governo azero, per evitare disposizioni arbitrarie che ne possano alterare il significato.

Le radici del conflitto

Il Febbraio 2018 ha segnato il 30esimo anniversario dall’inizio del conflitto nel Nagorno – Karabakh. Dal 1988 sono iniziate le dimostrazioni nella regione Montuosa, che hanno coinvolto presto anche la capitale Yerevan. Il 1988 sembrava un anno favorevole in seguito all’inaugurazione della perestroika da parte dell’allora Presidente russo Gorbachev. Il principio dell’auto – determinazione dei popoli, introdotto per la prima volta nel 1917 da Lenin nella Costituzione russa, veniva riportato in auge e gridato con forza dalle masse. Erano gli anni in cui i confini dell’unione Sovietica stavano scricchiolando sotto la ventata di nazionalismi.

Nel 1991, con la dissoluzione dell’URSS, sarebbero nati 12 nuovi stati autoproclamatisi indipendenti. Sotto questo punto di vista, l’Armenia rappresenta un’eccezione. La necessità di dichiarare l’indipendenza non è stata fine a sé stessa, ma funzionale alla risoluzione del conflitto del Nagorno. Infatti, se inizialmente Yerevan aveva fatto affidamento sull’apertura politica di Gorbachev, era stata poi disillusa dall’ambigua politica che Mosca aveva dimostrato negli anni successivi, ponendosi come mediatore tra le parti. D’altro canto, Mosca aveva il suo interesse nel non concedere troppo verso ulteriori frammentazioni su base nazionalistica, per evitare un contagio a catena lungo altre zone instabili dove i desideri di indipendentismo su base etnica erano sedimentati e pronti ad esplodere.

Evidenziato in giallo la zona del Nagorno – Karabakh

Il conflitto nel Nagorno si poggia su bias molto profonde da ambo le parti, che sono sempre state piuttosto restie a fare reciproche concessioni territoriali. Ma qual è l’importanza che riveste la regione montagnosa per entrambi gli Stati?

L’oblast’ autonomo del Nagorno Karabakh (NKAO) – questa la denominazione completa – è un’enclave che è collocata geograficamente nei confini azeri ed è sotto la giurisdizione dell’Azerbaijan, nonostante più del 75% dei suoi 150 000 abitanti sia Armena. Infatti, gli Armeni hanno abitato la regione del Karabakh – la parte inferiore – fin dall’età romana. Il Nagorno – la parte settentrionale e quindi propriamente montuosa, dalla parola stessa – era abitato da nativi albanesi, e nell’età Medioevale queste popolazioni si sono unite a quelle preesistenti nel Karabakh. I Turchi sono giunti per la prima volta nella regione intorno al 1500, anno di espansione massima dell’Impero Ottomano. Questo momento rappresenta una pietra miliare nella retorica dello stato azero per rafforzare l’immaginario collettivo della storia della nazione e reclamare il dominio sul territorio.

Già al 1918 risalgono le radici delle prime ostilità. Con la dissoluzione dell’Impero zarista, nella regione del Caucaso si sono formati gli stati nazione che però avrebbero avuto breve durata, fino alla proclamazione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, in cui il controllo centrale veniva trasferito nuovamente a Mosca. In quel biennio di indipendenza, è chiaro come le rivendicazioni fossero spontaneamente riemerse. Tuttavia, non c’è memoria di un contesto di scontri violenti all’epoca, anche grazie alle forze britanniche stanziate in Caucaso che hanno evitato che le ostilità degenerassero nel sangue e nella violenza, situazione che avrebbe potuto minare agli interessi economici degli inglesi nella regione.

Il Trattato di Sevres del 1921, con cui l’Azerbaijan venne ad esistere per la prima volta come stato indipendente, segnò il passaggio definitivo del Nagorno all’Azerbaijan. Fu una decisione propugnata dallo stesso Stalin per tenere a bada l’eventuale nascita di revanscismi da parte della Turchia.

Negli anni a venire gli Armeni si sono appellati all’articolo 70 della Costituzione Sovietica, quello contenente il principio di auto – determinazione dei popoli. L’Azerbaijan da parte sua faceva riferimento all’articolo 78 della medesima Costituzione, che contemplava l’integrità dei confini interni. La disputa sul piano di principio e ideologica degenerò in violenza a partire dal 1988.

Il conflitto assunse i contorni di una situazione di guerriglia quando, in quel febbraio del 1988, in una manifestazione nella regione due azeri persero la vita durante gli scontri.

La ritorsione – di dimensione smisurate – non si fece attendere e spietati pogrom nella capitale azera Baku assottigliarono la minoranza Armena, che passò da 200 000 a 15 000 abitanti.

Nel luglio dello stesso anno il Nagorno votò unilateralmente per una secessione dall’Azerbaijan, ma la decisione non fu riconosciuta dal Presidio Sovietico. Piuttosto Mosca, che aveva paura di perdere il controllo su quella zona periferica, riconobbe l’autonomia del Nagorno ma sotto un’amministrazione speciale che rispondeva direttamente al Soviet.

Sebbene questo fosse stato un passo in avanti, l’Armenia non era soddisfatta dello status quo, ed è in quel contesto di disillusione nei confronti di Mosca che Yerevan dichiarò unilateralmente l’indipendenza, eleggendo il primo presidente Ter – Petrosyan. Lo stesso Petrosyan aveva fatto della riappropriazione del Nagorno un cavallo di battaglia durante la sua ascesa politica, inaugurando una tendenza che verrà seguita da tutti i successivi capi di stato. Ovviamente, una volta al potere Petrosyan assunse dei toni molto più moderati e scese a patti con le controparti per poter governare stabilmente. Questo esacerbò le ostilità, in quanto il gruppo terrorista del Nagorno, i Dashnaks, dichiararono unilateralmente l’indipendenza e formarono un corridoio che collegava il NKAO all’Armenia.[2]

Dal 1994 il Nagorno è rimasto sotto il controllo delle forze etniche Armene. Fino a quell’anno a partire dall’apertura del conflitto nell’ 88, si contano perdite per circa 30 000, a cui si devono aggiungere le centinaia di migliaia di dispersi. Nello stesso anno, un cessate il fuoco sulla regione è stato stabilito in un contesto di dialoghi e negoziazioni internazionali con stati esterni che hanno fatto da mediatori, anche se è stato per la maggior parte di volte violato da entrambe le parti.

Il framework preso in considerazione fin ora è quello degli accordi di Madrid del 2007, che però non ha portato risultati soddisfacenti. Gli accordi sono il frutto di un accordo tra Francia, Stati Uniti e Russia nel contesto dell’OSCE. Gli stessi si basano su garantire il diritto degli sfollati di tornare a casa, garantire maggiore sicurezza e cercare di raggiungere una risoluzione sullo stato del Nagorno. La situazione è rimasta in stallo fino alla recente rivoluzione colorata in Armenia, che ha visto salire il leader democratico all’opposizione Pashinyan. L’elites al potere precedente, che hanno messo la causa delle elezioni e del potere prima della risoluzione effettiva sul Nagorno, hanno utilizzato il revanscismo come leva per incassare i voti popolari ma una volta al potere non hanno mai attuato gli sforzi che ci si aspettava.

Quale futuro per il Nagorno

I principi di Madrid continueranno a rappresentare la linea da seguire anche nelle future negoziazioni, proprio perché uniscono le visioni dei vari attori, compresi i co – presidenti del Gruppo di Minsk.

Tanto per cominciare è da tenere in forte considerazione il parere di Mosca, ago della bilancia nel conflitto. Per Mosca il Caucaso riveste un ruolo della massima importanza, sia perché crocevia energetico verso l’Europa, sia per tenere sotto controllo le vie informali ai confini con la Russia in cui si possono sviluppare attività illegali, dal terrorismo al traffico di armi e droga. Da non sottovalutare anche come il conflitto in Georgia del 2008 abbia inciso profondamente nei rapporti di Mosca nei rapporti sia con Yerevan che con Baku, nel tentativo di mantenere la presenza russa nella polveriera caucasica nonostante il restringimento dei canali diplomatici con Tbilisi. Armenia e Azerbaijan hanno altrettanto interesse a mantenere una cooperazione con il gigante russo. La Russia ha una posizione di quasi monopolio nell’approvvigionamento energetico in Armenia, per non parlare del fatto che essa è anche la meta principale della diaspora armena. L’Azerbaijan, che si appresta a diventare un notevole sfidante della Russia nel rifornimento di energia ai mercati europei, è spinto a cercare una collaborazione con Mosca se non vuole essere ostacolato nei progetti futuri (Mosca esercita un diritto di veto ai sensi della Convenzione sul Mar Caspio, potenziale ostacolo per Baku).

Per tutta questa serie di motivi, Mosca ha interesse a far rimanere la situazione “congelata”, ma senza un conflitto. La soluzione ideale è garantire il rispetto del cessate il fuoco e creare le basi per un contesto di pace. La Russia non vuole un vincitore, sia per questione economiche (poter continuare ad esportare armi in entrambi gli stati seppur in un’ottica di deterrenza) che strategiche. In rispetto alle seconde, per la Russia è fondamentale implementare il suo progetto pan – Eurasiatico sotto la guida di Mosca. In questo caso, un accordo sul Nagorno sarebbe ideale per mantenere viva la funzione dell’organizzazione militare regione del CSTO e far rientrare nuovamente l’Azerbaijan, il quale si è tirato fuori dalla membership nel 1999. Inoltre, un appoggio unilaterale verso l’Armenia creerebbe ulteriori fratture tra gli stati membri, in quanto Bielorussia e Kazakhstan sono alleati storici dell’Azerbaijan. I progetti regionali pan euroasiatici sono fondamentali per Mosca per mantenere un bilanciamento delle forze nello spazio post – sovietico ed evitare il rafforzamento di un singolo stato nella regione.

I principi di Madrid sono una base comune da tenere in considerazione, poiché mettono d’accordo la Russia – partner fondamentale per costruire una stabilità nel lungo periodo – e i partner occidentali del gruppo di Minsk. Nonostante ciò, negli ultimi anni hanno perso attrattiva e potrebbero comunque non trovare l’approvazione dei cittadini, in particolare in Armenia. L’Armenian National Committee of America, una lobby armeno – Americana, ha lanciato una dura campagna contro quelli che sono stati definiti “solamente un pezzo di carta”.

I leader dovrebbero trovare un meccanismo, una strategia win – win che induca le parti a rispettare l’accordo. Le società di entrambe le nazioni devono capire che delle reciproche concessioni sono l’unica possibilità per far cessare le ritorsioni reciproche e costruire un contesto di pace. Il regime di Alyiev non sembra pronto in questo senso ad accettare che il Nagorno sieda al tavolo dei negoziati come entità politica autonoma e questa sembra essere proprio una pedina fondamentale nel dialogo tra i due stati.

L’Azerbaijan continua ad essere l’attore meno democratico, il che non è un fattore irrilevante nella risoluzione del conflitto. La società civile azera è praticamente inesistente, strettamente controllata ed ostacolata dalle autorità, che non vogliono che il potere della famiglia Aliyev, informalmente ereditario e ramificato in ogni settore, venga messa in discussione. È importante tenere a mente in questo contesto che la retorica nazionalista anti – armena e di securitizzazione del conflitto sono un’ottima scusa per investire introiti nel rafforzamento degli apparati militari e di polizia, strumento essenziale per mantenere il controllo sulla società civile azera. Per questo motivo, nonostante una parte della società azera è a favore delle concessioni pur di raggiungere un contesto di pace, questo conterà ben poco nella decisione del Presidente, che continua a governare indisturbato dalle pressioni sociali.

Un meccanismo di incentive e disincentivi verso l’Azerbaijan, anche al di fuori del singolo contesto del Nagorno, dovrebbe essere attuata sia da Mosca che dai partner occidentali per incoraggiare un cambiamento nella presa di posizione del governo azero. Solo così la fiducia della società non solo armena ma internazionale verso il rispetto degli accordi potrà essere raggiunta, e dunque una stabilità con solide basi.

Note

[1] La notizia non è stata reperibile dal luogo in cui scrive l’autore, ovvero Azerbaijan, per via delle politiche di censura in vigore nello stato. Radio Free Europe è una delle numerose agenzie che è stata bandita in quanto indipendente.

[2] Rutland, P. (1994). Democracy and nationalism in Armenia. Europe-Asia Studies, 839-861.

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