A sei anni dall’adozione della Costituzione tunisina, le forze politiche non sono ancora riuscite a portare a termine il progetto istituzionale. In assenza della Corte Costituzionale i progressi della Tunisia rischiano di restare impantanati, tra apparenti passi avanti e ricadute che continuano a rallentare il suo percorso verso la democrazia.

Sebbene la Tunisia sia spesso descritta come pioniere della democrazia nella costa nordafricana, restano ancora molti i passi da compiere. Il Paese deve ancora affrontare alcune grandi questioni che, nonostante gli enormi passi avanti, continuano a rallentare il progetto democratico tunisino. Tra queste, c’è il ritardo nell’istituzione della Corte Costituzionale e del Consiglio superiore della Magistratura (CSM), entrambi previsti dalla Costituzione, la cui mancanza, oltre a creare un vuoto nell’assetto istituzionale, soffoca le aspirazioni democratiche della popolazione.

Del resto, dopo la “Rivoluzione dei gelsomini”, che battezzò la stagione delle “primavere arabe”, si iniziò a parlare della Tunisia come l’unico, tra i Paesi coinvolti, ad essere in grado di soddisfare gli entusiasmi delle rivolte. Dai tumulti, seguì la fine del regime di Ben Alì, che per quasi 24 anni aveva guidato la Tunisia, e l’inizio di un processo di transizione democratica.

In realtà, in parte, potremmo giustificare il clamore intorno alle gesta tunisine. La Costituzione, adottata nel 2014, ha ottenuto un largo consenso, e dopo la sua entrata in vigore le forze in campo hanno collaborato sinergicamente per dare attuazione alle disposizioni costituzionali.

Nello stesso anno, l’Assemblea costituente ha approvato la legge organica istitutiva dell’organo provvisorio con funzioni di controllo di costituzionalità. Ad ottobre si sono tenute le elezioni per l’Assemblea dei rappresentanti del popolo seguite, a fine anno, dall’elezione del Presidente della Repubblica e dall’insediamento del nuovo Governo all’inizio del 2015.

Tuttavia, dopo queste prime operazioni, la legislatura 2014-2019 è stata caratterizzata dall’incapacità di portare avanti il progetto costituzionale. L’ostacolo principale è stato riscontrato nell’adozione delle leggi istitutive per la nomina del Consiglio superiore della Magistratura e della Corte costituzionale che, secondo l’art 148 della Costituzione, doveva avvenire rispettivamente entro 6 e 12 mesi dall’elezione del nuovo Governo.

La Costituzione sancisce il rispetto del principio di separazione dei poteri e dedica al potere giurisdizionale il Titolo V (artt.102-124), dichiarando l’indipendenza della Magistratura (art.102 Cost.) a cui spetta il compito di assicurare: l’amministrazione della giustizia; la sovranità della legge; la tutela dei diritti garantiti costituzionalmente.

In particolare, la carta costituzionale disciplina le funzioni del Consiglio superiore della Magistratura, a cui attribuisce il potere di supervisionare sulla magistratura finanziaria, amministrativa e giudiziaria. L’art 118 Cost., inoltre, disciplina la nomina dei 12 membri della Corte Costituzionale, di cui 4 saranno nominati dal Presidente della Repubblica, 4 dall’Assemblea rappresentativa parlamentare (ARP) e i restanti dal Consiglio superiore della Magistratura.

Questi elementi ci permettono, in parte, di comprendere le ragioni del ritardo nell’edificazione dell’architettura istituzionale tunisina.

Il primo aspetto è riscontrabile nel rapporto interdipendente tra il CSM e la Corte Costituzionale. Il primo organo, infatti, risulta fondamentale per la nomina del secondo. Tuttavia l’adozione della legge organica relativa al CSM ha subito diverse battute d’arresto, in particolare per alcune questioni di costituzionalità sollevate sulla legge n.2014/14 da parte di alcuni membri dell’ARP, secondo cui non erano presenti garanzie sufficienti per rispettare l’indipendenza della Magistratura. La questione è stata accolta dall’ Istanza provvisoria per il controllo di costituzionalità (IPCC), l’organo previsto dall’art. 148 della Costituzione, rendendo necessario da parte dell’ARP il riesame del progetto di legge e la redazione di nuove norme che hanno richiesto diversi mesi. Si arriverà infatti alla nomina dei membri del Consiglio solo nell’ottobre del 2016, a cui sono seguite fino al maggio 2019 diverse sessioni per garantire la transizione dell’organo da temporaneo a permanente.

Il secondo riguarda la nomina parlamentare dei membri della Corte. Da luglio ad aprile 2019 infatti, si sono tenute diverse sessioni per la nomina dei candidati della Corte costituzionale che si sono concluse tutte allo stesso modo: la difficoltà del Parlamento di raggiungere la maggioranza sui nomi proposti. A questo proposito alcuni giuristi hanno proposto di modificare l’ordine di designazione dei membri della Corte, come risulta dall’art. 10 della legge organica 3 dicembre 2015 relativa alla Corte costituzionale. Una soluzione potrebbe essere infatti quella di far intervenire in primo luogo il Presidente della Repubblica che dato il suo ruolo super partes, nella nomina dei suoi candidati, può agire senza la ricerca di compromessi e in tempi ristretti, rispettando esclusivamente le condizioni previste dalla Costituzione. Successivamente sarebbe il turno del CSM che, essendo meno politicizzato dell’ARP potrebbe procedere alla nomina con meno intoppi. A questo punto l’ARP si troverebbe di fronte ad una procedura quasi conclusa e diventerebbe più facile esercitare su di essa le giuste pressioni affinché possa assumersi le sue responsabilità.

L’incapacità di portare al termine il progetto istituzionale previsto dalla Costituzione, comporta non poche conseguenze sul piano politico-sociale.

L’istituzione della Corte costituzionale infatti risulta di fondamentale importanza per portare avanti il processo di transizione democratica.

Esistono in Tunisia numerose leggi contrastanti con la Costituzione in quanto la loro applicazione comporta una violazione palese dei diritti umani. Un esempio è l’art.128 del codice penale attraverso cui è stato possibile perseguire i pubblici ufficiali per reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni condannandoli, in totale assenza di prove, anche a due anni di reclusione. Inoltre è a rischio anche la libertà di espressione: l’articolo 67 del codice penale punisce chiunque sia considerato colpevole di aver “insultato il capo dello stato” con un massimo di tre anni di carcere. Tra le norme più discusse troviamo l’art. 230 cc che criminalizza la sodomia e i rapporti omossessuali consenzienti. Secondo un rapporto di Amnesty International, nel periodo tra il 2017 e il 2018 la polizia di Sousse ha arbitrariamente arrestato e percosso due uomini, a causa del loro orientamento sessuale. Inoltre diverse persone sono state sottoposte a visite anali forzate, atteggiamento duramente criticato nel 2019 dall’ONU che ha invitato la Tunisia a porre fine a questa pratica.

In un contesto di incertezza politica, corruzione e crescenti difficoltà economiche, il Parlamento e le forze politiche non riescono ancora a trovare, dopo sei anni, un largo consenso per completare il progetto costituzionale. Tuttavia i progressi della Tunisia in materia di diritti umani, e non solo, continueranno a restare incastrati in una condizione di stallo fino a quando non verrà colmato questo vuoto istituzionale causato dall’assenza della Corte costituzionale. La sua mancata implementazione impedisce di mettere in discussione tutte quelle leggi repressive, sopravvissute alla fine del regime di Ben Alì, che continuano a schiacciare la popolazione con il peso asfissiante della loro eredità.

Fonti

http://www.diritticomparati.it/listituzione-della-corte-costituzionale-tunisina-tra-passi-avanti-e-battute-darresto/

https://issafrica.org/ctafrica/uploads/TunisiaConstitution2014Eng.pdf

https://democracy-reporting.org/wp-content/uploads/2019/12/web_DRI-TN_rapport_suivi_mise-en-oeuvre_constitution_septembre_2019_FR_VF_2019-12-23.pdf

http://www.legislation.tn/sites/default/files/journal-officiel/2015/2015F/Jo0982015.pdf

https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-annuale-2017-2018/medio-oriente-africa-del-nord/tunisia/

 

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Giusy Monforte

Giusy Monforte

Laureata in Scienze Politiche a Catania, si specializza in Studi Internazionali all'Orientale di Napoli prestando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo aver svolto un tirocinio presso la rivista di geopolitica Eurasia, ha collaborato con la rivista di teoria e politica Pandora, con il quotidiano di approfondimento politico L'Indro e con "Russia2018". Attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Osservatorio Russia e per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali.
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