La possibilità che la Cina venga portata di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia per aver mal gestito la crisi da COVID-19, seppur una strada percorribile, è nei fatti difficilmente attuabile. Vediamo nel dettaglio i nodi della vicenda

 



Nel guardare al mondo post coronavirus, la prospettiva di citare la Cina di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) per aver gestito in maniera inefficiente e tardiva l’emergenza tuttora in corso, sconvolgendo la vita economica, politica e sociale di moltissimi paesi, sembrerebbe essere, apparentemente, la risposta preferibilmente più ovvia per accertare le sue responsabilità e rendere giustizia. Tuttavia, sorgono delle problematiche di diritto internazionale che andremo ad analizzare nel dettaglio.

Tra le molteplici accuse rivolte, la Cina è principalmente ritenuta responsabile di aver violato  gli Articoli 6 e 7 del Regolamento Sanitario Internazionale, (RSI) vale a dire lo strumento giuridico vincolante adottato nel 2005 e avente l’obiettivo di rafforzare la sicurezza sanitaria a livello mondiale. Nello specifico, i suddetti articoli prevedono l’obbligo per gli Stati parte di comunicare, entro 24 ore, all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – intesa come l’organismo di indirizzo e coordinamento della governance globale della salute – eventi che possono rappresentare un’”emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale”. Questo obbligo informativo si estende anche quando l’origine o la fonte dell’evento siano sconosciuti ma vi siano prove che esso possa rappresentare un serio rischio per la salute pubblica internazionale.

Nell’ambito dei meccanismi di risoluzione delle controversie previsti dal RSI, nessuna disposizione circa la possibilità di ricorrere alla CIG è però inclusa. Per questo motivo, occorre fare riferimento all’art 75 dello Statuto dell’OMS che prevede che qualsiasi controversia relativa all’interpretazione o applicazione del presente Statuto possa essere riferita alla CIG. Considerando che nel testo del Trattato istitutivo dell’Agenzia non vi è alcuna norma, dal contenuto simile a quelle contenute nel RSI, che avrebbe potuto aprire la strada verso un ricorso alla CIG, la responsabilità della Cina di fronte alla CIG potrebbe essere fatta valere, eventualmente e indirettamente, sulla base degli articoli 21 e 62 della Carta dell’OMS.

Prima di analizzare i nodi tecnici di un eventuale ricorso contro la Cina di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia, un rapido cenno al ruolo e al funzionamento della Corte è doveroso. Istituita nel 1945 e considerata l’erede della Corte Permanente di Giustizia Internazionale, essa è il principale organo giurisdizionale delle Nazioni Unite, con sede all’Aia nei Paesi Bassi. In base agli articoli 38 e 65 del suo Trattato istitutivo, il quale è annesso allo Statuto delle Nazioni Unite, la CIG svolge due funzioni fondamentali: contenziosa e consultiva. Per quanto riguarda la funzione contenziosa, essa ha il compito di dirimere le controversie tra gli Stati in materia di diritto internazionale tramite sentenze che sono vincolanti tra le parti, definitive e inappellabili. In merito alla funzione consultiva, invece, essa può offrire pareri giuridicamente non vincolanti agli organi delle Nazioni Unite e alle sue Agenzie Specializzate. 

 

A questo punto, dopo aver evidenziato brevemente il quadro giuridico della Corte Internazionale di Giustizia, se ammettessimo che la stessa Corte fosse competente in materia in base all’articolo 36 del suo Statuto, e che vi fosse uno stato che non solo volesse citare in giudizio la Cina, ma avesse anche dimostrato la violazione di obblighi internazionali da parte di quest’ultima, la possibilità di avviare un procedimento di fronte al tribunale internazionale resterebbe comunque molto difficile da attuare nella pratica. In primo luogo, l’art 38.5 delle Rules of Court prevede che affinché la CIG possa esprimersi è necessario che il paese accusato dia il proprio consenso. Facendo leva sul principio della sovranità statale, ciò significa che la Corte non potrà essere investita della sua funzione giurisdizionale se la Cina negasse il suo consenso. Inoltre, se la vicenda riuscisse ad approdare alla CIG in base al fatto che la Cina avrebbe acconsentito all’avvio di un processo a suo carico, si porrebbe un ulteriore problema. Ipotizzando che la Corte Internazionale di Giustizia decidesse che la Cina abbia commesso gravi negligenze ed omissioni, ma Pechino si rifiutasse di dare attuazione alla sentenza di condanna, l’art. 94 dello Statuto delle Nazioni Unite permetterebbe al Consiglio di Sicurezza (CdS) di intervenire e adottare le misure necessarie per dare attuazione alla sentenza. Tuttavia, vale la pena ricordare che la Cina, essendo uno dei cinque Membri permanenti del CdS, può esercitare il suo diritto di veto e pertanto bloccare qualsiasi azione intrapresa dal CdS.

Rispondere positivamente alla domanda se la Cina pagherà mai di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia per aver tenuto nascosto la diffusione del virus e aver tardato la comunicazione di informazioni preziose con l’OMS, violando pertanto obblighi procedurali internazionali, è un’impresa piuttosto ardua. Il fatto che uno stato possa rifiutarsi di comparire di fronte ad un tribunale internazionale mostra come l’elemento del consenso, che generalmente è considerato un elemento di forza ed espressione della soggettività internazionale, sia invece in questa vicenda un elemento di debolezza. Oltre a tale aspetto, se alla CIG fosse mai data l’opportunità di pronunciarsi nel merito della questione e condannare il paese per le inadempienze e i danni causati, l’ipotetico intervento del CdS metterebbe in evidenza l’inadeguatezza dell’intero sistema e la reale necessità di riformare il suo principale organo.

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