In tutti questi anni un cambio di regime non è mai avvenuto, per mancanza di una vera società civile ma anche di una forte opposizione. Insomma, un ruolo importante è stato giocato dall’indifferenza della gran parte della popolazione. Nonostante questo, le dimissioni dell’ex Presidente hanno rappresentato uno shock per la nazione.

Negli ultimi mesi, qualcosa sembra essersi risvegliato nella popolazione in seguito al vacuum di potere per le tutt’altro che aspettate dimissioni del Presidente. Con una certa frequenza, la popolazione sta organizzando delle proteste nelle strade delle principali città della capitale per chiedere un passaggio di regime democratico, finalmente, per la prima volta nella storia della Repubblica.

Per adesso la carica di Presidente ad interim è esercitata da Kassym-Zhomart Tokayev, ex ministro degli esteri della nazione e che spiccava nella cerchia di fedelissimi di Nazarbayev. Dunque, mentre la figlia maggiore dell’ex Presidente è al momento a capo del senato – in sostituzione di Tokayev – lo stesso è il candidato di cui si da quasi per certa la vittoria. Pertanto, gli altri candidate rimangono ombreggiati da quello che sembra un continuum del precedente e decennale governo, con tutta l’intenzione di mantenere lo status quo.

Presidente ad interim Kassym-Jomart Tokaye

La stabilità del governo verrà garantita ma a discapito del prezzo della democrazia.

Con l’avvicinarsi delle elezioni, previste per il 9 di giugno, a partire da metà aprile sono state organizzate delle proteste che si stanno presentando come l’occasione per far conoscere al mondo (almeno alla parte interessata) un lato allarmante della repressa società kazaka. Infatti, le autorità e la polizia hanno dato il via ad una serie di arresti degli attivisti che non ha fatto altro che dare nuova benzina ai movimenti appena sorti.

Il tutto è iniziato per domandare lo svolgimento di libere elezioni in accordo con gli standard internazionali. La maratona del 21 aprile ad Almaty, ex capitale del Kazakhstan, è stata indetta proprio con tale proposito, giorno in cui gli slogan #forfairelection e #Ihaveavoice hanno dominato il corteo. “Shal ket!” urlavano in quel giorno le masse, che nella lingua kazakha vuol dire “via il vecchio!”, un riferimento alla volontà di tagliare qualsiasi filo di potere con cui Nazarbayev potrebbe continuare a controllare un governo fantoccio da dietro le quinte, e non potevano essere più chiari di così. In testa alla folla, gli attivisti promotori della maratona: Asya Tulesova e Beibaris Tolymbekov. Il giorno stesso i due sono stati arrestati e condannati a 15 giorni di prigionia. Non solo, ma lo stesso giorno Radio Free Europe in Kazakhstan ha firmato episodi di violenza esercitata dalla polizia contro i manifestanti, la quale ha ricorso persino all’uso di manganelli. Inoltre, ci sono stati una serie di arresti preventivi, vale a dire ancor prima che iniziassero le proteste, per limitare il successo dell’iniziativa.

Il secondo episodio saliente che ha fatto registrare un crescendo di intransigenza, è stato quello di Roman Zakharov, che ha voluto compiere un gesto di solidarietà nei confronti degli attivisti arrestati la settimana prima, una reazione a catena degli eventi.

Zakharov, in occasione delle proteste in Almaty, ha mostrato un cartello con la scritta “la sola fonte del potere dello stato è il popolo”, una riga contenuta nell’attuale Costituzione del paese adottata nel 1995. Per questa iniziativa è stato arrestato con l’accusa di “vandalismo”.

Durante le più recenti proteste sono stati arrestati ben 80 cittadini, con la scusa che sono state organizzate da Mukhtar Ablyazov, un ex banchiere e fuggitivo che è stato condannato dall’ex Presidente per essersi appropriato illecitamente di miliardi di dollari ed è stato dismesso. Per questo motivo non è stata data l’autorizzazione alla manifestazione, ma è anche vero che, a detta dei cittadini, l’autorizzazione non viene data quasi mai o al massimo viene concessa ma a patto che i manifestanti si riuniscano in zone remote e periferiche della città, dove infatti sarebbero meno visibili e la partecipazione calerebbe a picco.

Almaty, capitale del Kazakhstan fino al 1997 e sfondo delle proteste di questi giorniv

Almaty, capitale del Kazakhstan fino al 1997 e sfondo delle proteste di questi giorni

Il primo maggio, per il breve lasso di tempo in cui la folla si è potuta riunire per protestare, i cittadini hanno chiesto che il governo ad interim di Tokayev revochi la legge che dà allo stato il potere di impedire raggruppamenti politici e la soppressione delle manifestazioni. A tale richiesta si sono aggiunte quelle dell’immediato rilascio degli attivisti arrestati. La folla ha poi minacciato di boicottare le elezioni.

Nel mentre l’opposizione politica si sta organizzando per far partecipare i suoi esponenti in queste elezioni, ma la stessa sta trovando molti impedimenti. Se i candidati hanno presentato i fogli per la registrazione, risultano essere ancora delle entità non politiche. Il favorito tra i rami dell’opposizione sembra essere Amirzhan Kosanov del Movimento Destino della Nazione, noto per la sua aperta critica al governo. Infatti lo stesso ha un’istruzione di alto livello e ha operato anche nel servizio civile della nazione. Non ha precedenti di alcun tipo e ha superato il test di lingua kazakha, prerequisito essenziale per candidarsi alle elezioni. Lo stesso test non è stato superato da un altro candidato, sebbene egli si presenti con un eccellente CV in quanto rettore dell’università di Almaty e parla già tedesco e inglese senza alcuna difficoltà. Il suo nome è Zhamatai Aliyev, del partito “Demografia della Popolazione”. Nulla di strano se non fosse che la fatidica prova linguistica è stata superata dal candidato in testa Tokayev, che non sembra avere una padronanza ottima della lingua kazakha, come ha fatto notare l’agenzia di EurAsia Daily, riportando un’intervista del candidato su un giornale.

Sebbene Kosanov sembra avere il lasciapassare per essere a tutti gli effetti un candidato, altri sono gli ostacoli che l’opposizione può incontrare, in quanto le autorità potrebbero sempre invalidare alcuni voti o esercitare le pratiche illegali di bullet stuffying e carusel voting durante le votazioni, in un copione già visto in altri paesi nello spazio post sovietico.

Ci sono una serie di elementi nuovi dalle dimissioni del presidente Nazarbayev, che fanno presagire un’ondata di cambiamento epocale nella leadership del più grande stato dell’Asia Centrale. Dall’altra, come è stato già detto, il susseguirsi di vicende non è altro che il ripetersi di una narrazione già vista nelle nuove repubbliche indipendenti dall’Europa orientale all’Asia, passando per il Caucaso.

Rivolte ci sono state anche nella Bielorussia di Lukashenko (ricordiamo la rivoluzione dei jeans) in risposta alla serie di referendum fatti dal Presidente per rafforzare il suo potere assoluto. Qualcuno qui potrebbe obiettare col fatto che si tratta comunque di un cambio di figura al potere. Suo malgrado, il Caucaso ci offre un altro esempio lampante in cui la transazione di potere è avvenuta senza nessun intoppo da padre in figlio, nonostante le elezioni si siano svolte (non stiamo qui discutendo del come). Stiamo parlando dell’Azerbaijan del 2003, in cui l’ex memrbo del KGB Heydar Aliyev annuncia dimissioni improvvise dopo 10 anni e il potere viene passato al figlio Ilham, tutt’ora in carica.

Ci sono numerosi elementi di continuità tra queste due realtà elencate e quella del Kazakhstan. Un’opposizione debole perché sconfitta, che non è capace di eleggere un proprio leader, un po’ perché questi vengono puntualmente arrestati sotto i più fantasiosi e falsi processi, un po’ perché l’opposizione ha la cattiva abitudine di boicottare le elezioni e non presentarsi, in un segno di protesta che in realtà è un atto di quietismo e non fa altro che rafforzare il governo. Un altro elemento di continuità è il rapporto simbiotico tra il potere e le forze militari, strumento essenziale per sopprimere l’opposizione. E infine, crème de la crème, un sistema giuridico non dipendente, fondamentale per montare su processi falsi e sbarazzarsi di attivisti, giornalisti, leader dell’opposizione e avvocati giudicati scomodi.

Da una parte abbiamo la possibilità del ripetersi del copione, con conseguente riconferma di un regime promotore di leggi draconiane che sopprime in ogni modo la società civile. La società però agisce un po’ come acqua che scorre (riprendendo un saggio proverbio giapponese), che se le viene tappata ogni via d’uscita, scava la strada da sé ed esce fuori in maniera ancora più violenta. Questo vale in particolare per quei regimi autoritari che si trovano ad avere a che fare con la forza dell’Islam, una calamita per una società che viene lasciata al margine ma una calamità per chi si trova a governare.

Dall’altra abbiamo la possibilità di un cambio dello status quo, proprio grazie al successo della società civile. E se la teoria del contagio di Beissinger ci insegna qualcosa, è che il successo è tremendamente contagioso e il copione, stavolta al contrario, si può ripetere in realtà prossime e simili.

Non ci resta che rimanere a guardare.

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