Disservizi, disuguaglianze in aumento, condizioni di vita in costante e trasversale calo, ma soprattutto una mala gestione della cosa pubblica e una corruzione dilagante: queste le motivazioni che da ottobre scorso hanno gettato nello scompiglio la politica libanese.

Ad aggiungersi, essendone sia causa che conseguenza, una stagnazione economica velocemente trasformatasi in profonda crisi, tanto da spingere il paese dei cedri sull’orlo del default. Nell’ultima settimana il braccio di ferro fra autorità e banche è stato tanto aspro quanto lo sono state le proteste che hanno nuovamente scosso le città della nazione, in particolare Tripoli.

Nell’occhio del ciclone sono stati coinvolti principalmente il Primo Ministro Hassan Diab, in carica da fine gennaio, e il governatore della Banca Centrale del Libano Riad Salameh, in carica da oltre 27 anni. Pomo della discordia il pacchetto di aiuto richiesto all’FMI – il Fondo Monetario Internazionale – essenziale per la sopravvivenza e la tenuta dello Stato.

Diab sostiene che le casse statali abbiano bisogno di 10 miliardi di dollari di sostegno estero. La volontà espressa dal Premier, inoltre, sarà quella di recuperare circa 11 miliardi di dollari promessi precedentemente dalla comunità internazionale, ma che non sarebbero mai stati concessi a casa della mancata attuazione delle riforme richieste dell’ex governo. Anche Salameh si è scagliato contro l’élite che ha guidato il paese negli ultimi decenni, affermando che la Banca Centrale ha continuato a finanziare le spese dei governi, e che ora le istituzioni sia costituzionali che amministrative ne devono rendere conto, dimostrando e spiegando l’indebitamento record contratto da Beirut. 

La realtà dei fatti è che il Libano – un tempo chiamato “la Svizzera del Medio Oriente” – ha sorretto per anni la propria economia sui sistemi finanziari, sugli introiti dei ricchi turisti del Golfo e sulle rimesse inviate della diaspora di successo. I conflitti, le tensioni della regione e la crisi sanitaria ne hanno però bloccato e prosciugato i flussi.Oggi, infatti, il paese dei cedri è uno degli Stati più indebitati al mondo in termini di rapporto debito-produzione economica, ha una valuta che nei soli ultimi sette giorni ha perso metà del suo valore, e presenta un’inflazione che rischia di salire oltre il 27 per cento.

Un cocktail esplosivo che nelle prossime settimane il Presidente Michel Aoun potrebbe disinnescare forzando la sostituzione del governatore Salameh, rimarcando fiducia e legittimità al potere politico.
Nel Libano stanco, arrabbiato e sempre più alla fame – però – potrebbe non bastare.

Fonti

https://www.thenational.ae/world/mena/lebanon-central-bank-head-riad-salameh-defends-record-amid-crisis-1.1012570

https://www.aljazeera.com/ajimpact/lebanon-top-banker-fault-currency-lost-200429204435853.html

 

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Davide Agresti

Davide Agresti

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