L’ambasciatore UE in Armenia, Piotr Switalski, ha dichiarato di voler portare i rapporti Europa – Armenia ad un livello successivo. La “Velvet Revolution” è una finestra di opportunità per la piccola nazione Caucasica. Con il supporto al premier Pashinyan, la popolazione armena ha espresso il desiderio di iniziare quell’ondata di riforme democratica, che la precedente successione di leader aveva promesso, senza mai prendere misure concrete. Le riforme economiche e sociali erano passate in secondo piano, rispetto alla retorica militare, essenzialmente legata al conflitto del Nagorno, e a saziare le reti clientelari che hanno sempre orbitato intorno al governo.

Switalski ha dichiarato di voler aumentare i finanziamenti per le riforme da 35 a 70 milioni di euro, nel contesto del Partenariato Orientale, di cui l’Armenia fa parte insieme ad altri cinque stati post – sovietici: Ucraina, Moldavia, Bielorussia, Georgia e Azerbaijan. L’obiettivo di tali stanziamenti è quello di supportare le riforme, soprattutto in merito al sistema giudiziario e alla liberalizzazione dei visti con i Paesi Europei. Non è mancato un accenno alla risoluzione del conflitto nel Nagorno, in cui l’UE rifiuta una soluzione militare e si dimostra aperta nei confronti del quadro concettuale degli accordi del gruppo di Minsk, facente capo all’OSCE. Le difficoltà che fino a questo momento hanno rallentato l’assorbimento di alcune riforme di stampo europeo è stato proprio in conflitto con l’Azerbaijan, che ha tenuto l’Armenia ostaggio della politica estera russa, irrinunciabile supporto militare. Infatti, già nel 2013, l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea è stato annullato dal governo di Yerevan, per paura di inimicarsi il potente alleato russo. Infatti, contemporaneamente ai negoziati con Bruxelles, Mosca avanzò la proposta della membership nell’Unione Economica Eurasiatica. Quest’opzione ovviamente non contemplava la parallela esistenza di accordi economici che liberalizzassero lo scambio di merci con i Paesi Europei, costringendo l’Armenia a dover scegliere e infine a declinare l’accordo con l’Unione Europea.

Non bisogna mai essere troppo ottimisti quando si parla di ondata di democrazia e pacificazione quando si ha a che fare con i decennali antagonismi che accomunano le due Repubbliche. È da più di un anno che il nuovo leader Pashinyan ha preso le redini del governo, e, nonostante il suo approccio marcatamente progressista verso una pluralità di questioni, ancora le popolazioni del Nagorno non hanno trovato un compromesso. Piuttosto, è noto che anche quest’anno ci siano stati diversi scontri al confine, e nessuna delle due parti sembra voler retrocedere dalla sua posizione. L’esercito indipendente dell’Artsakh si rifiuta di abbandonare le regioni cuscinetto circostanti il focolaio del conflitto, mentre il governo azero non riconosce la partecipazione delle autorità del Nagorno come entità autonoma ai negoziati, mandando in stallo il dialogo col gruppo di Minsk.

C’è da concludere che la situazione è comunque meno “congelata” rispetto agli anni passati, in quanto gli schieramenti non sono più così manichei, quanto più mobili: la Russia sta cercando di riconquistare la fiducia dell’Azerbaijan, ponendosi come ago della bilancia tra le due parti, mentre l’Iran si inserisce nei giochi appoggiando in toto l’Armenia e sfidando così le mire di Israele, di USA, e volendo anche Europa, nei confronti della Repubblica azera. È il momento per l’Armenia di svincolarsi dal risiko delle grandi potenze nel Caucaso, portare avanti i negoziati per quanto riguarda il Nagorno, e riaprire le porte al partenariato europeo, da cui trarre le risorse per riformare il Paese.

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