La ventata di caos che negli ultimi mesi ha scombussolato la politica interna dei più grandi Paesi dell’America Latina, quali il Cile, l’Ecuador, la Colombia, il Venezuela e la Bolivia, non ha risparmiato nemmeno il Peru.

La ventata di caos che negli ultimi mesi ha scombussolato la politica interna dei più grandi Paesi dell’America Latina, quali il Cile, l’Ecuador, la Colombia, il Venezuela e la Bolivia, non ha risparmiato nemmeno il Perù. Era la fine di settembre quando il presidente Martin Vizacarra ha deciso di sciogliere il Congresso e di andare a elezioni anticipate, in seguito all’ostruzionismo praticato dalla maggioranza del Congresso contro le decisioni presidenziali. Le nuove elezioni del Congresso, che si sono tenute il 26 gennaio scorso, sono state indette con la speranza di dare stabilità al Congresso, che tuttavia rimarrà in carica solo un anno, fino al termine della legislatura. Prima di analizzare il risultato elettorale, è bene ripercorrere la politica peruviana degli ultimi anni.

C’è da ricordare che Vizcarra è subentrato al governo solamente un anno fa, dopo che Pedro Pablo Kuczynski, il suo predecessore, è stato costretto a dimettersi per accuse di corruzione. Il Perù da quel momento è stato diviso in due: da una parte, Martin Vizcarra; dall’altra, Alberto Fujimori, principale leader dell’opposizione peruviana, di cui parleremo nel corso dell’analisi. Tuttavia, i peruviani sembrano aver preferito la politica del primo, che si propone di dare una svolta alla lotta alla corruzione, tra i primissimi problemi che il Paese deve affrontare.

La più grande indagine sulla corruzione latinoamericana è il caso Odebrecht, di cui si sono sporcate la mani quattordici paesi dell’America Latina, tra cui il Brasile, da cui tutto è partito, l’Argentina, il Venezuela, la Colombia e Panama. Nonostante l’ampia diffusione, il Perù rimane il Paese più colpito dalla corruzione, che sta paralizzando non soltanto la gestione della politica interna, ma anche l’andamento dell’economia e dei mercati.

Lo scandalo Odebrecht

Il caso Odebrecht è anche conosciuto come “Car Wash”. Quest’ultimo è il nome di una stazione di servizio brasiliana che, grazie alle inchieste condotte, è stata il palcoscenico di un business di riciclaggio di tangenti. Odebrecht, invece, è il nome di una società edile, la più grande in tutta la regione, che è stata scoperta pagare tangenti salate, fino a 29 milioni di dollari tra il 2005 e il 2014, ai governi e ai funzionari pubblici in cambio di appalti enormi nei progetti di edilizia dell’America Latina. Tra i nomi più conosciuti che sono stati coinvolti nello scandalo, troviamo Nicolas Maduro, presidente venezuelano, Luiz Inácio Lula da Silva e Dilma Roussef, due ex presidenti brasiliani.

Per quanto riguarda la politica peruviana, invece, sono tre gli ex presidenti accusati di aver fatto affari sporchi con la società edilizia Odebrecht. Parliamo di Ollanta Humala, presidente peruviano dal 2011 al 2016, che ha ricevuto dalla società 3 milioni di dollari per sostenere i costi della sua campagna elettorale; il suo predecessore Alan García, che ha affidato a Odebrecht l’appalto della linea metropolitana di Lima costruita durante il suo mandato e si è suicidato mentre la polizia tentava di arrestarlo; infine, l’ex presidente già nominato Pedro Pablo Kuczynski, a cui è susseguito l’attuale Vizcarra in seguito alle dimissioni e al suo coinvolgimento nello scandalo: ha ammesso lui stesso di aver accettato 782mila dollari per conto della sua società, la Westfield Capital. Prima delle dimissioni di Kuczynski, il Congresso ha sottoposto l’ex presidente a una mozione di impeachment, che tuttavia non ha ottenuto i voti sufficienti. In cambio dei voti sfavorevoli all’impeachment, Kuczynski ha promesso la grazia ad Alberto Fujimori, che si trovava in carcere per violazione dei diritti umani e corruzione e abuso di potere.

Le elezioni di gennaio

Le elezioni di domenica 26 gennaio hanno ridisegnato i colori dei banchi parlamentari. La famiglia Fujimori e il suo partito ha subito una brusca sconfitta rispetto alle elezioni parlamentari di quattro anni fa, quando aveva ottenuto la maggioranza assoluta. Ora, invece, Fuerza Popular , fondato dalla figlia di Alberto, Keiko Fujimori, si aggiudica solo il 6,9% dei seggi. Vince invece le elezioni il partito di destra Acciòn Popular con il 10,1%, a cui segue il partito cristiano-evangelico Frente Popular Agricola del Peru con l’8,8%, una nuova entrata nel parlamento unicamerale peruviano. Infine, seguono Podemos Peru (8,2%), Alianza Para el Progreso (8%), Partido Morado, vicino al presidente Vizcarra, con 7,7%, , la fujimorista, come già sopra-citata, Fuerza Popular (6,9), Union por el Peru (6,9%), il Frente Amplio (6.1%), Somos Peru (5.6%) e Juntos por el Peru (5,1%). I partiti al di sotto del 5% non hanno superato la soglia di sbarramento e non si sono aggiudicati seggi in parlamento.

Salta subito all’occhio la frammentazione politica del nuovo Congresso peruviano: nessun partito è riuscito a conquistare una fetta sufficiente ampia di consensi per garantire solidità all’Assemblea. La speranza, forse troppo ingenua, del presidente Martin Vizcarra di stabilizzare il parlamento e ampliare il suo consenso è andata sprecata. Dovrà scontrarsi ancora per un anno e mezzo, fino all’estate 2021, con un Congresso diviso per idee, per colore politico, per aspirazioni e per consensi popolari, litigioso sui principi e sul presidente stesso. Quest’ultimo dovrà domandarsi, d’ora in avanti, il motivo per cui la sua campagna sulla lotta alla corruzione non ha trovato sostegno sufficiente nell’elettorato, e dovrà prepararsi alle nuove sfide che si sono delineate davanti a sé in seguito a queste deludenti elezioni parlamentari.

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: