Negli ultimi anni, le violenze perpetrate al confine con la Bosnia dalla polizia croata nei confronti dei migranti che cercano di attraversare la nuova rotta balcanica stanno aumentando vertiginosamente sotto gli occhi di tutta Europa. La reazione da parte delle istituzioni? Nessuna. Infatti, il rispetto dei diritti umani e delle regole comunitarie non sembra interessare né Zagabria né Bruxelles: con la promessa di una possibile entrata in zona Schengen della Croazia nel 2020, l’UE sta semplicemente cercando di mantenere la sicurezza dei propri confini esterni. Sacrificando i diritti umani e lasciando violare le regole da lei stessa implementate, l’UE non fa altro che creare una spirale di contraddizioni.

Dal 2015, data di inizio della cosiddetta “crisi migratoria”, le rotte dei flussi migratori verso l’Europa sono stati principalmente due: la rotta mediterranea, via mare, e la rotta balcanica, via terra. Nel 2016, con l’accordo tra l’Unione Europea e il presidente turco Recep Tayip Erdogan, con il quale furono stanziati sei miliardi di euro in due trance alla Turchia, aveva previsto che tutti i futuri immigrati irregolari in viaggio verso la Grecia, per poi poter continuare il loro tragitto lungo la rotta balcanica, avrebbero dovuto essere fermati e riportati in Turchia.

Il patto del 2016, dunque, sancì formalmente la chiusura della rotta balcanica, che già aveva riscosso delicati problemi al momento della chiusura della frontiera tra Ungheria e Serbia, tramite la costruzione di recinzioni metalliche, nel luglio del 2015. La rotta balcanica, al momento della sua chiusura, iniziava in Turchia per poi passare da Serbia o Croazia e raggiungere l’Ungheria per concludersi, infine, nei paesi europei nord-occidentali. Nel 2016, però, la rotta balcanica non è stata mai realmente chiusa, ha semplicemente preso un’altra direzione, e, invece di passare dalla Serbia all’Ungheria, la nuova rotta ha preso la direzione della Bosnia, passando per la Croazia per raggiungere infine la tanto agognata Europa di serie a: l’Europa di Schengen, un’Europa che comincia proprio al confine tra Slovenia e Croazia. Un confine già di per sé complicato dal momento in cui, sin dalla dissoluzione della Yugoslavia, esistono controversie territoriali riguardanti i due paesi.

Essendo uno Stato membro dell’Unione Europea dal 2013, la Croazia, nell’ambito delle politiche di asilo dell’UE e dello stesso Regolamento di Dublino, attualmente è considerata ufficialmente uno dei confini esterni dell’Unione Europea e, in quanto tale, si è trovata ad essere al centro del discorso migratorio ormai in atto negli ultimi anni. In quanto confine esterno, la Croazia, secondo il Regolamento di Dublino, è uno dei paesi di primo ingresso sul territorio dell’Unione e, in quanto tale, ha il dovere di esaminare le richieste di asilo. Dovere, però, che negli ultimi due anni è stato adempito poche volte. Secondo molti report di varie organizzazioni internazionali ed organizzazioni non governative, Amnesty International in prima linea, la Croazia non solo, dal 2017, non prenderebbe in esame le richieste di asilo attuando respingimenti di massa ritenuti violazione del diritto internazionale e del principio di non-refoulement (stabilito dalla Convenzione di Ginevra del 1951), ma tali respingimenti, avverrebbero anche tramite l’uso della violenza da parte della polizia di confine croata.

Tali avvenimenti, inoltre, si verificano in maniera del tutto contraddittoria rispetto le direttive dell’Unione Europea (oltre che rispetto ai valori di cui quest’ultima si dichiarerebbe promotrice). Il principio di non-refoulement, infatti, è alla base delle politiche di asilo dell’UE, alla base della “Qualification Directive” che regola il sistema di asilo in Europa, e alla base del Regolamento di Dublino che, per quanto quest’ultimo necessiti modifiche sostanziali, rimangono regole che non possono essere ignorate a proprio piacimento. E sono proprio queste regole, dettate dall’UE, che la Croazia sta ignorando ripetutamente, complice la negligenza dell’Unione stessa.

La polizia di confine croata sta infrangendo il diritto internazionale e comunitario, appoggiata dal ministero degli interni della Croazia che, ossessivamente, dichiara che tutto ciò che viene denunciato da anni dalle organizzazioni non governative locali e internazionali sono assolutamente fasulle, che la polizia croata ha sempre agito nella legalità e nel rispetto dei diritti umani. Dichiarazioni, però, ormai sfatate da testimonianze e denunce sempre più frequenti. Che il governo croato stia spudoratamente mentendo è ormai chiaro, e non solo dai goffi tentativi di redenzione della presidente croata, Kolinda Grabar-Kitarović, che dopo aver dichiarato la totale legalità delle azioni della polizia croata ha dovuto infine ammettere, incalzata da un’emittente svizzera, che “effettivamente, un po’ di forza è necessaria mentre si effettuano respingimenti”. Le bugie del governo ormai sono state rese pubbliche pure dall’Ombudswoman Croatia, l’ente nazionale statale indipendente che si occupa di monitorare il rispetto dei diritti umani e civili nel paese, dopo un’indagine presso la polizia di confine tra Croazia e Bosnia dopo la morte della piccola Madina.

Il caso Madina, infatti, è stato uno degli eventi che hanno scatenato una catena di reazioni da parte delle ONG e Organizzazioni Internazionali. Quando, infatti, una bambina afgana di cinque anni era morta investita da un treno dopo che la polizia croata aveva effettuato un ennesimo respingimento illegale ai confini con la Bosnia, l’Ombudswoman croata era giunta al confine per chiedere alla polizia di visualizzare i nastri di registrazione delle videocamere di sorveglianza di confine per controllare cosa fosse avvenuto nella notte del 21 Novembre 2017, per poi scoprire, nella registrazione, un buco di trenta minuti ,dalle otto alle otto e mezza di sera. Proprio quella mezz’ora in cui sarebbe stato effettuato il respingimento di massa illegale della famiglia della piccola Madina. Alla domanda dell’Ombudswoman sul perché mancasse quella mezz’ora di filmato dalle videosorveglianze di confine, la polizia croata ha candidamente risposto che “la corrente era andata via in quel lasso di tempo”.

Quello di Madina è stato solo uno dei casi più eclatanti dei respingimenti illegali tra Croazia e Bosnia-Herzegovina, ma inestimabili violentissimi respingimenti sono avvenuti e continuano ad avvenire sotto gli occhi indisturbati dell’Unione Europea, che, senza battere ciglio, osserva il suo nuovo piccolo paese cuscinetto sacrificare le sue regole e valori in onore della nuova priorità della fortezza Europa: la sicurezza. È proprio in funzione dell’approccio bastone-carota dell’Unione Europea, che l’UE sembra stia lanciando un messaggio chiaro alla Croazia che potrebbe essere sintetizzato come “Non importa come, impedite l’ingresso in Schengen. Se è necessario violate le nostre regole, il nostro aquis, le nostre direttive e Dublino III. Ignorante tutto quello che vi avevamo imposto di fare. Ignorateci e noi ignoreremo voi. Chiuderemo un occhio e, se riuscirete a preservare la nostra sicurezza, forse un giorno estenderemo Schengen anche a voi.” Ed è proprio Schengen la priorità assoluta dell’agenda del Primo Ministro croato Plenkovic. Entrare in zona Schengen entro il 2020 è di primaria importanza ormai per il governo croato, non solo perché significherebbe una quasi totale integrazione all’interno dell’UE e la definitiva chiusura dei confini fisici tra la Croazia e i suoi vicini europei, ma anche perché significherebbe la risoluzione di una disputa territoriale con la Slovenia, oltre che una rivincita personale su quest’ultima, che negli ultimi anni, invece, ha sempre fatto ostruzionismo ad un possibile ingresso della Croazia in zona Schengen.

Ma Schengen ha un prezzo molto elevato, ed è proprio assicurare la nuova parola d’ordine europea, la sicurezza, e non importa a nessuno se ciò va a discapito della violazione assoluta dei diritti umani e dello stesso aquis comunitarie. A pagare il prezzo di Schengen continuano ad essere i migranti e i rifugiati, picchiati, derubati e respinti illegalmente dalla polizia croata, agevolati dalla noncuranza dell’UE. Tuttavia, la Croazia sicuramente non sembra essere dispiaciuta nel dover respingere i richiedenti asilo con forza e violenza. Inoltre, le strutture di accoglienza nel paese, che rimane solo un luogo di transito per i flussi migratori, sono davvero scarse e con bassissima capacità di ricezione, e non solo nelle piccole città lungo i confini, ma anche nella capitale Zagabria, dove l’ex-Hotel Porin, adibito a centro di accoglienza, riversa in condizioni pietose. Certamente, però, la scarsità delle strutture di accoglienza non derivano dall’incapacità del paese da fare da bacino o da ristrettezze finanziarie, piuttosto sono frutto di un discorso identitario che viene portato avanti dal 1991 e che influenza fortemente le decisioni politiche del governo.

Rendere le strutture di ricezione inefficienti è una chiara scelta politica per far sì che la Croazia rimanga sempre un paese di transito e non si trasformi mai in uno di accoglienza. Una decisione che fa leva su una politica di stampo nazionalista-populista, che, reduce da una mattanza fratricida sui territori dell’ex-Yugoslavia nei primi anni Novanta, ha teso a portare avanti un processo di state-building e di costruzione dell’identità nazionale basato proprio sulla retorica nazionalista del “noi e gli altri” per differenziarsi dai Serbi o Bosgnacchi, con cui un tempo appartenevano alla stessa nazione. Un processo basato sulla differenziazione etnica, religiosa e, nei casi più estremi, adoperando addirittura una nazionalizzazione del linguaggio. Un processo basato su di una presunta purezza etnica del popolo croato. Un popolo figlio dei nuovi nazionalismi degli anni Novanta, etnicamente omogeneo e di confessione cattolica, che tale, per loro, deve rimanere. L’ambizione a Schengen e la paura di mischiare la propria “etnia” a nuove altre, sta portando la Croazia a violare diritti umani basilari, oltre che la normativa comunitaria. Purtroppo, però, questa forte ambizione ad essere considerati ai livelli degli altri membri del “club” non fa altro che portar sempre di più ad una auto-marginalizzazione della Croazia all’interno del circuito europeo, in quanto presuppone una propria inferiorità, a livello di pesi e misure, rispetto agli altri Stati Membri.

Ed è proprio il laissez-faire dell’Unione Europea nei confronti della gestione dei flussi alle sue porte ad Est che fa presupporre l’indifferenza verso i paesi europei degli ultimi due processi di allargamento, oltre che una politica comunitaria basata su due pesi e due misure di determinati stati membri rispetto ad altri. Purtroppo, però, se l’Unione Europea continuerà ad ignorare volutamente e chiudere un occhio sugli accadimenti ai suoi confini esterni ed estremi per tornaconti a proprio favore, non può non aspettarsi un collasso del sistema proveniente proprio dai suoi stati membri più emarginati, sempre più soggetti a sentimenti sovranisti ed antieuropei.

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