Lo scorso maggio, nel corso della riunione del Congresso Nazionale del Popolo, Pechino ha annunciato un incremento del 6,6% del proprio budget militare, fattore che è da considerarsi un simbolo non solo dei timori alla propria sicurezza nazionale ma anche della crescita, su più fronti, a cui il paese aspira.

Il 2020 è un anno di sfide e test per Pechino. La pandemia di coronavirus ha messo a dura prova l’economia cinese, la quale ha registrato nel primo quadrimestre una contrazione del PIL pari al 6.8%. Le pressioni a livello internazionale hanno poi rincarato la dose: gli Usa hanno minato in più occasioni le ambizioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale, mentre Hong Kong ha accresciuto i timori, tra i vertici del PCC, per la sicurezza nazionale.

In risposta a ciò, Pechino ha dato un segnale chiaro ed inequivocabile: durante l’ultima riunione del Congresso Nazionale del Popolo, tenutasi lo scorso maggio, i budget destinati a servizi pubblici, affari esteri, educazione e scienze e tecnologia hanno tutti subito un calo medio del 10%, mentre sono state annunciate spese considerevoli nell’ambito militare.  Le ragioni di tale incremento sono state solo parzialmente accennate. Wu Qian, portavoce del Ministero della Difesa cinese, ha infatti dichiarato che: “le minacce alla sicurezza nazionale cinese e agli interessi internazionali sono reali […] – per cui – è ragionevole che la Cina incrementi moderatamente e a ritmo costante il budget destinato alla difesa”.

Sebbene, in termini di cifre, sembri esserci ancora un ampio divario tra gli Usa, la prima potenza al mondo in termini di spesa militare (686 miliardi di dollari nel 2019) e la Cina (“solo” 181 miliardi di dollari nello stesso anno), in realtà, in termini di forze di difesa a disposizione, Pechino ha compiuto passi da gigante sin dall’insediamento di Xi ai vertici del partito. Il miglioramento e l’espansione della capacità militare del Paese rappresenta uno dei pilastri del “Sogno cinese”: Pechino spera di attuare una completa modernizzazione delle sue forze armate entro il 2035 e di diventare una potenza militare entro il 2050.

Nel 2019, è stata ultimata la costruzione della portaerei Shandong, prima imbarcazione di questo genere costruita dalla Cina, la quale va ad aggiungersi alla già presente portaerei Liaoning. Sebbene alcuni analisti militari abbiano sottolineato che la nuova nave da guerra non abbia accresciuto il potenziale militare cinese, è indubbio che la Marina cinese sia divenuta molto più credibile agli occhi dei suoi competitors quali Usa, Giappone, India ed Australia.

Ciò è stato possibile non solo grazie all’incremento nel numero delle navi da guerra (solo nel 2016 la Cina ha commissionato la costruzione di 18 navi, di contro alle 5 degli USA), ma anche grazie al miglioramento dei sottomarini a missili balistici, fondamentali per assicurare soprattutto il dominio nella regione dell’Asia-Pacifico.

Tuttavia le ambizioni di Pechino non si limitano solo a questa area: nel 2017 è stata infatti aperta la prima base militare all’estero, nello stato africano del Djibouti. Ciò si inserisce perfettamente nella strategia cinese di espandere la propria presenza militare fuori dai confini nazionali, in particolar modo in quella che sembra diventata una colonia cinese a tutti gli effetti.  L’ Africa, in tal senso, è il terreno ideale: sin dal 2018, Pechino ha cercato di accrescere le sue capacità in termini di MOOTW (Military Operations Other Than War) mediante il coinvolgimento e la partecipazione a missioni di peacekeeping, di assistenza umanitaria o di disaster relief soprattutto nel continente africano.

Nel 2018, Pechino, inoltre, ha annunciato che i caccia J-20, una tipologia di aereo da combattimento di quarta generazione, erano oramai pronti al combattimento, in grado di sfidare i famosi US F-22 ed F-33 nonché l’aviazione giapponese. Nello stesso anno, in un’ottica di miglioramento della struttura militare, sono stati rimossi 300.000 soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione allo scopo non solo di introdurre tra le fila tecnocrati esperti, ma anche di creare unità più piccole ed agili. Le forze di terra sono state anche dotate di carri amati più leggeri rispetto ai soliti mezzi, in grado di migliorare l’agilità dell’EPL e rafforzare la prontezza militare in aree particolarmente sensibili ma geograficamente ostili come ad esempio il Tibet.

Il Paese, inoltre, ha accresciuto anche le proprie forze missilistiche strategiche e l’arsenale nucleare in suo possesso: si stima che nel 2019 la Cina fosse dotata di 290 testate e che attualmente possegga il più ampio numero di missili balistici a medio raggio e da crociera, armi la cui produzione è stata vietata sia negli USA che in Russia.

Un’altra dimensione del programma di modernizzazione del sistema militare cinese riguarda lo sviluppo della sicurezza spaziale e dello spazio extraatmosferico. Il ciberspazio è, oramai, divenuto un campo essenziale che necessita di essere controllato e che svolge un ruolo cruciale per la costruzione della sicurezza nazionale, economica e per lo sviluppo della nazionale. La Strategic Support Force dell’EPL ha avviato diverse collaborazioni e programmi spaziali con l’obiettivo non solo di fornire supporto strategico per lo sviluppo sociale e nazionale ma anche di tutelare le risorse e migliorare la consapevolezza spaziale.

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