78 anni orsono, il 7 dicembre del 1941, il Giappone sferrò un attacco improvviso, senza dichiarare guerra, al porto militare di Pearl Harbor, a sole 13 miglia da Honolulu. Il potere mondiale all’epoca era incentrato nel continente europeo, dominato da antichi e bellicosi imperi in perenne concorrenza per la supremazia, ma da quel giorno il mondo si voltò improvvisamente lontano, verso l’oriente esotico e misterioso, ma anche verso il nuovo mondo degli Stati Uniti d’America, dimenticato dal più di due secoli e nel frattempo cresciuto senza pari, culturalmente, economicamente e soprattutto, militarmente.

7 Dicembre 1941: Hitler ha dichiarato guerra alla civiltà umana e all’ordine internazionale da più di due anni; la Polonia viene aggredita e smembrata con la forza, la Francia occupata, persino la Gran Bretagna è costretta ad arroccarsi e la Russia subisce in pieno l’invasione della Wehrmacht, l’Operazione Barbarossa.

Sebbene l’Europa fosse sconvolta dalla guerra, l’opinione pubblica americana non era del tutto convinta riguardo la messa in campo dei suoi soldati. Fino a quel giorno, sia le operazioni di imperialismo che la politica di buon vicinato si erano rivolte prevalentemente verso gli stati del centro e sud America, quei luoghi indipendenti e in piena zona di influenza USA.

Del resto, perché rischiare le vite dei nostri ragazzi in Europa se il vecchio continente è già nelle mani di antichi imperi? Quanto meno, il grido di aiuto dei cugini Inglesi non era restava indifferente alla sensibilità del Presidente Americano Franklin Delano Roosevelt, che già l’11 Marzo del 1941 era riuscito a far approvare dal Congresso il Lend-Lease Act (Legge Affitti e Prestiti), un escamotage per far pervenire a Winston Churchill forniture in termini di investimenti, armamenti e mezzi da combattimento.

Quantunque in Europa la situazione paresse disperata, nella regione del Pacifico la situazione non era da meno e l’esercito Giapponese mieteva successi ormai da un lustro. La Cina era stata invasa, e tutti i territori coloniali dell’impero Francese e Britannico sottomessi, imperi che, già messi in ginocchio da Hitler, non avevano saputo opporre resistenza se non aizzando le popolazioni locali contro l’invasore giapponese, fomentandone i vari sentimenti nazionalistici.

Gli Stati Uniti aveva reagito a queste manovre imponendo un embargo totale del commercio di petrolio verso il paese del Sol Levante, incrinandone i rapporti e rischiando a più riprese una rappresaglia armata. Quel giorno, il giorno dell’attacco, l’opinione pubblica americana ricevette la spinta emotiva finale necessaria al Congresso per far approvare l’entrata in guerra.

Il Presidente Americano parlò di “Giorno dell’infamia: Gli Stati Uniti d’America sono stati improvvisamente e deliberatamente danneggiati dall’impero del Giappone, ora noi reagiremo,adottando tutte le misure necessarie per la nostra difesa.” In poco più di un’ora i 350 aerei partiti dalle portaerei giapponesi inflissero pesanti danni alla flotta del Pacifico. L’attacco provocò circa 2.400 morti americani. 1178 i feriti. 12 le navi affondate, 164 gli aerei abbattuti. Il Giappone contò 64 morti, 5 navi e 29 aerei distrutti.

24 ore dopo l’attacco, gli Stati uniti dichiaravano guerra al Giappone e meno di tre giorni dopo si erano schierati apertamente contro tutti gli stati dell’Asse, la grande macchina bellica si metteva in moto, l’immenso potenziale di crescita e di investimenti pubblici trovava il suo impiego nell’organizzare le operazioni militari e nella produzione di armamenti.

L’economia degli Stati Uniti era appena tornata ai livelli pre-crack, in particolare dallo scoppio della guerra in Europa quando le industrie iniziarono a produrre equipaggiamento bellico per alimentare la legge Affitti e Prestiti nei confronti degli Alleati e il massiccio riarmo subito antecedente e comunque conseguente all’entrata in guerra nel 1940. Il nuovo equilibrio del sistema finanziario americano venne finanziato con l’emissione di Titoli di Stato acquistati dalla banche locali utilizzando il denaro raccolto dai risparmiatori.

Le grandi imprese, con il ritorno della produzione di guerra, non avevano più bisogno di credito e le grandi banche potevano rivolgersi direttamente alle industrie di Stato per operare massicci investimenti e guadagni, un ritorno supportato a pieno dall’opinione pubblica ormai allineata con la volontà di Roosevelt di aiutare i cugini europei; alcuni combattevano per patriottismo, altri per valori democratici, alcuni per un ritorno economico, e dopo Pearl Harbor tutte queste ragioni diventarono egualmente giuste.

Il quadro delineato è importante non solo per quantificare il potenziale bellico del continente americano e la sua immensa capacità di reazione, quanto per ricordare come la zona di influenza americana fosse incentrata più nel pacifico che nell’atlantico, e quanto il casus belli fosse già importante sia nel diritto internazionale che a livello di consenso interno.

Lasciando cadere le dietrologie complottistiche sulla presunta messa in scena di tanti eventi tragici accaduti nella storia, Pearl Harbor ci ha insegnato quanto l’opinione pubblica americana tenga in considerazione le vite dei suoi concittadini e quanto il patriottismo sia radicato nelle coscienze degli americani. Così tanto che, in occasione del 78esimo anniversario dell’attacco, la commemorazione è stata scelta come bersaglio da un attentatore suicida, uccidendo due persone prima di togliersi la vita, l’eco di quella strage continua ancora oggi ad attirare l’attenzione del mondo e purtroppo, anche dei mitomani.

Oggi, la situazione nel Pacifico è ancora molto tesa, le potenze concorrenti all’egemonia Americana non sono più centrate in Europa e l’equilibrio del mondo guarda ad ovest degli USA. Nessuno dei contendenti vuole realmente una guerra, e un’azzardato intervento dissuasore, come secondo i giapponesi avrebbe dovuto essere l’attacco a Pearl Harbor, può facilmente sfuggire al controllo dei suoi perpetratori. La commemorazione di quel 7 dicembre del 1941 è quantomai necessaria e vivida per ricordare al mondo che non esiste niente di più incontrollabile di una guerra, ed anche in caso di vittoria, il costo nullifica ogni celebrazione.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: