La Visione di Pace del presidente Trump è stata presentata dalla Casa Bianca come unica soluzione possibile per una pace duratura tra israeliani e palestinesi, proponendo quattro punti di sviluppo valutati dalla comunità internazionale come fortemente inadeguati al contesto di realizzazione. In essi viene di fatto ammessa l’inconciliabilità degli Accordi di Oslo e delle pretese palestinesi -in particolare quelle relative al conflitto del 1967- con l’attuale situazione politica e geografica, offrendo soluzioni che non solo rischierebbero di minare ulteriormente il delicato scacchiere geopolitico della regione, ma andrebbero a sfidare apertamente il diritto internazionale nella misura in cui, unilateralmente, si è deciso di attribuire legittimità a situazioni di infrazione internazionale. Il piano del secolo quindi, rappresenta una sfida del diritto sovranazionale che oggi è chiamato a testare i propri princìpi e la propria operatività.



Cosa prevede il Piano del Secolo

Il piano di annessione delle colonie israeliane in Cisgiordania ha origini remote, così come l’ eternal struggle for Jerusalem precede la stessa data del 14 maggio 1948, giorno della nascita dello Stato di Israele, commemorazione della al-Nakba per il palestinesi. Il piano di creazione di Eretz Israel, la grande Israele, così come da manifesto politico di Theodor Herzl[1], prevedeva tassativamente l’immigrazione dall’Europa alla Palestina storica, la creazione meticolosa di numerosi kibbutz agricoli, il lavoro della terra arida come riferimento biblico e strumento giuridico di possesso e proprietà[2], la creazione di movimenti sindacali ultranazionalisti e paramilitari come l’Haganah[3] a difesa dei confini che venivano a crearsi in violazione delle disposizioni della Società delle Nazioni. Questa realtà storica, consolidatasi nel tempo, pare aver trovato fondamento nella recente “Visione di Pace” del presidente Donald Trump.

Peace to Prosperity: A Vision to Improve the Lives of the Palestinian and Israeli People” questo il titolo del piano di pace della Casa Bianca che illustra “la visione del Presidente Trump per un trattato di pace ragionevole tra Israele e palestinesi”, definendosi “l’unica visione realistica per un problema che ha danneggiato la regione pertroppo tempo”. Essa prevede un “patto di prosperità, sicurezza e dignità per tutte le parti coinvolte” le quali, sedovessero accettare, “gioverebbero di un potenziale illimitato dal punto di vista economico e geografico”. Il pianodi pace lascia trasparire l’idea che gli Accordi di Oslo e la relativa soluzione binazionale rappresentino ormai una strada non più percorribile affermando in altre parole la vittoria di Israele nel conflitto, ed il relativo ruolo di predominanza nella stipulazione delle quattro condizioni chiave:

  1. Riconoscimento di Gerusalemme come capitale unica e indivisibile dello stato ebraico, concedendo una capitale palestinese “simbolica” ad Abu Dis, nella periferia della città santa, collocata a metà tra il muro di separazione ed il campo profughi di Shu’fat.
  2. Negazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi, cd “palestinesi del ‘48”, una delle questioni più spinose del conflitto israelo-palestinese: si afferma che -realisticamente parlando- è impensabile un pieno indennizzo deipalestinesi espulsi nel 1948 ed un ritorno dei profughi nelle aree ormai considerate parte dello Stato israeliano eviene pertanto offerto un sistema di compensazioni come misura retributiva a patto che si abbandoni la pretesa del
  3. Annessione della Valle del Giordano e di circa il 30% della porzione di terra della Cisgiordania, cd “West Bank”: il piano congela la situazione esistente riconoscendo i confini creati dagli insediamenti israeliani in areapalestinese e prevedendo un trasferimento -proibito dal diritto internazionale- della popolazione araba dal nord al sud del paese, nel deserto verso Gaza, con l’intento di realizzare un presidio industriale ad alta tecnologia capace di far fronte alla crisi economica ed umanitaria della Striscia. Viene inoltre previsto un blocco dell’avanzata delle colonie di quattro anni.
  4. Creazione di uno stato palestinese completamente smilitarizzato realizzabile in quattro anni: viene inoltre previsto un collegamento sotterraneo ad alta velocità tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania che attraverserà il territorio israeliano, esclusivamente a condizione che il movimento Hamas -che detiene il potere nella Striscia- deponga le armi; è previsto inoltre un abbandono graduale dei soldati israeliani nei territori arabi, i quali potranno comunque intervenire ogni qualvolta lo si riterrà necessario fintanto che il futuro stato di Palestina non riesca a garantire autonomamente la sicurezza interna e dei propri

La visione di pace di Trump, dunque, appare più come proclama politico che reale soluzione diplomatica della controversia, sacrificando sull’altare della sicurezza e della difesa il principio di autodeterminazione dei popoli. Essa inoltre conferma la linea politica dei vari governi conservatori israeliani che nel tempo si sono succeduti, attribuendo legittimità alle numerose violazioni internazionali dell’opera di annessione dei territori arabi, occupatitramite antiche leggi di origine britannica le quali, per far fronte ai numerosi attacchi terroristici ai danni dei civili, vengono tutt’ora impiegate come strumenti repressivi e misure di sicurezza antiterroristica, prevedendo l’immediata confisca, demolizione e riassegnazione dei beni mobili e immobili di proprietà palestinese; tra le varie Defense (Emegency) Regulations ereditate dal periodo mandatario, assumono particolare rilievo: Absentees Property Law, 5710 (1950); Land Acquisition (Validation of Acts and Compensation) Law, 5713 (1953); IsraelDefense Force Order No. 58 – Order on Abandoned Properties (Private Property); Israel Defence Force Order No. 59 – Order Concerning State Property (Judea and Samaria), ed in particolare la Law for Amending and Extending the Validity of Emergency Regulations (Judea and Samaria – Jurisdiction in Offenses and Legal Aid), (2007).

 

 

La disputa internazionale su insediamenti coloniali e status di Gerusalemme

L’occupazione israeliana, dopo il conflitto del 1967, è unica per due aspetti: in primo luogo essa si è protratta perpiù di tre decadi, riuscendo ad ottenere sempre maggiore controllo territoriale, Israele infatti non ha mai riconosciuto l’applicazione de jure della Quarta Convenzione di Ginevra dal momento che, secondo l’art. 2 della versione del 1949, le convenzioni si applicano solamente “to occupation of the territory of high contracting party” ed Israele non ha mai riconosciuto la potestà di Palestina, Giordania ed Egitto su West Bank e Gaza, poiché questo avrebbe implicato il riconoscimento di una sovranità amministrativa formale[4] . In secondo luogo, essa èl’unica operazione militare nella quale una delle potenze in campo ha indirettamente confermato il proprio status di occupante stabilendo un governo militare “separato” nelle zone poste sotto il suo controllo[5].

Per normativa internazionale lo status di potenza occupante comporta ben precisi oneri di mantenimento, assistenza e coordinamento umanitario nei confronti della popolazione civile dei territori occupati, così come previsto dalla sezione III artt. 47, 48, 50, 53, 55, 59 della IV Convenzione di Ginevra del ‘49 per la protezione delle persone civili in tempo di guerra; e se da una parte l’art. 53 vieta “alla potenza occupante di distruggere beni mobili o immobili appartenenti individualmente o collettivamente a persone private, allo Stato o a enti pubblici”,dall’altra l’art. 49 prevede espressamente che “i trasferimenti fondati, in massa o individuali, come pure le deportazioni di persone protette, fuori del territorio occupato e a destinazione del territorio della Potenzaoccupante o di quello di qualsiasi altro Stato, occupato o no, sono vietati, qualunque ne sia il motivo”. Appare evidente dunque che la realizzazione di insediamenti coloniali -che trae legittimazione, lo ricordiamo, in virtù diben precise misure d’emergenza basate sulla confisca, demolizione e riassegnazione di beni immobili- costituisce una evidente violazione del diritto internazionale trattandosi di trasferimento di civili israeliani nei territori arabi occupati.

Le Nazioni Unite non hanno poi mancato di sottolineare la natura internazionale della città di Gerusalemme: non solo con la ben nota Risoluzione 181, il piano adottato nel 1947 dall’Assemblea generale per la spartizione della Palestina mandataria in due Stati (uno ebraico, comprendente il 56% del territorio, l’altro arabo, sulla parterestante, mantenendo Gerusalemme come corpus separatum sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite) ma anche tramite un’intensa attività che ha portato all’emanazione di numerose risoluzioni, di cui occorre menzionarela 242 (adottata dal Consiglio di Sicurezza in richiesta del ritiro delle forze israeliane dai territori occupati nel corso del conflitto del 1967, tra i quali Gerusalemme) , la 478 (in opposizione alla cd “legge fondamentale” approvata nel 1980 dal parlamento israeliano che proclamava unilateralmente Gerusalemme come capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele) e la più recente Risoluzione UNESCO del 2017 la quale, rinviando alla Convenzione di Ginevra e ribadendo il diritto all’autodeterminazione dei popoli ed il diritto alla libertà religiosa e culturale della popolazione occupata, nega la sovranità di Israele su Gerusalemme, riconoscendo la suaespansione come violazione del diritto internazionale ed attribuendo alla città valore di patrimonio unico e inscindibile per tutte le tre religioni monoteiste ivi presenti.

Come visto, però, Israele ha da sempre rifiutato la definizione di occupazione, sostenendo che in tali aree non si possa applicare la Quarta Convenzione, negando dunque una qualsiasi forma di colpevolezza; lo stato ebraico ha sempre rispedito al mittente tutte le critiche circa le eventuali responsabilità da infrazione del diritto internazionale ed internazionale umanitario, ribadendo con forza il suo diritto ad esistere e il diritto alla difesa interna ed esterna, e reclamando la sovranità secolare che lo lega alla città di Gerusalemme in virtù delle radici millenarie del popolo ebraico. Eppure, nel 2015 il governo palestinese ha depositato presso l’Ufficio delProcuratore della Corte Penale Internazionale una richiesta di azione penale per una sentenza di giurisdizione territoriale della Corte in Palestina, circa presunti crimini commessi dalle forze israeliane nei territori occupati, inclusa Gerusalemme Est: l’Ufficio del Procuratore della CPI conduce esami preliminari indipendenti e imparziali,indagini e procedimenti giudiziari sui crimini di genocidio, crimini contro l’umanità, di guerra e di aggressione; dal 2003, l’Ufficio conduce indagini in molteplici contesti all’interno della giurisdizione della CPI, in particolare inUganda, nella Repubblica democratica del Congo, nel Darfur, in Sudan, nella Repubblica centrafricana, in Kenya, in Libia e in Costa d’Avorio, Mali, Georgia, Burundi e Repubblica Popolare del Bangladesh; sta inoltre conducendo esami preliminari relativi alle situazioni di Colombia, Guinea, Iraq/Regno Unito, Filippine, Nigeria, Ucraina e Venezuela.

Il Procuratore Fatou Bensouda, in seguito ad un esame preliminare al fine di stabilire se fossero soddisfatti i criteri dello Statuto di Roma – il Trattato istitutivo della Corte penale internazionale che al Capitolo V definisce le procedure per l’inizio di un’indagine giudiziaria, gli ambiti di giurisdizione della Corte e di azione del Procuratore capo ed evidenzia che l’Ufficio del Procuratore può iniziare le indagini proprio motu, su segnalazione di uno stato parte o dietro segnalazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – ha annunciato nel Dicembre 2019 che “sono stati soddisfatti tutti i criteri statutari previsti per l’apertura di un’indagine” essendoci indizi di “crimini diguerra commessi in Cisgiordania, Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza” prevedendo come potenziali “casi ulteriori di violenza derivanti da tale situazione” e concludendo che “non vi sono motivi sostanziali per ritenere che un’indagine non sia utile agli interessi della giustizia”.

Le ragioni politiche e conseguenze del piano Trump/Netanyahu

Si può dunque affermare che il piano del secolo cristallizza una dinamica di infrazione nella quale gli unici stati a favore risultano essere proprio Stati Uniti ed Israele, tralasciando completamente la volontà e le rivendicazioni del popolo palestinese il quale, per mezzo del suo presidente Abu Mazen, ha stracciato tutti gli accordi di cooperazione e sicurezza con lo stato ebraico. Una risposta decisamente drastica ma comprensibile viste le evidenti carenze strutturali che questo piano cela tra le sue righe.

La visione della Casa Bianca sarebbe forse più comprensibile se contestualizzata all’interno di dinamiche di potere che poco hanno a che fare con la stabilità mediorientale: il 23 Novembre 2016, con 14 voti a favore su 15, il Consiglio di Sicurezza ha adottato la Risoluzione 2334, la quale richiede che Israele interrompa immediatamente e completamente le attività di espansione tramite insediamenti coloniali in Cisgiordania e afferma che il Consiglio non riconoscerà alcuna modifica dei confini del 1967, compresi quelli riguardanti Gerusalemme. Essa rappresenta una delle risoluzioni più radicali nei confronti dell’espansionismo israeliano interritorio palestinese, e forse la più discussa poiché per la prima volta gli Stati Uniti, con l’allora presidente BarackObama, si sono astenuti e non hanno fatto uso del loro potere di veto per impedire il provvedimento, apparendo come una sfida da parte del presidente uscente allo sfidante di punta Donald Trump.

All’ira di Tel Aviv, che vide nella promulgazione della Risoluzione una chiara volontà di abbandono della causa israeliana da parte degli Stati Uniti, fece eco la promessa di colui che pochi mesi dopo sarebbe diventato il nuovo presidente americano: “le cose cambieranno dal 20 Gennaio”; e così infatti è stato, promuovendo un accordo che nei fatti ha ribaltato la precedente posizione americana a favore della soluzione binazionale.

Si pensi, inoltre, all’impatto politico tra USA, Israele ed Unione Europea: in una nota diffusa il 23 Aprile scorso, l’AltoRappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la sicurezza comune Joseph Borrel ha espressamente rigettatola visione di pace americana poiché “in chiara opposizione con i vincoli internazionali”, aggiungendo inoltre che “i27 membri del blocco non riconoscono la sovranità israeliana sui territori occupati al di fuori dei confini del 1967”; ma anche in questo caso non è tardata ad arrivare la smentita politica dell’Ungheria di Orban il quale, cavalcando l’onda antieuropeista, non ha fatto segreto dell’amicizia con il leader d’oltreoceano definendo il piano del secolo come unico “approccio equo e bilanciato”.

Ad oggi entrambi gli establishment governativi americano ed israeliano stanno vivendo un periodo di forte dissenso interno che, per il momento, sembra aver rallentato il dibattito sui territori palestinesi. Ma come affermava Michel Foucault il “territorio è una nozione legale e politica piuttosto che geografica6”, ed il caso israelo-palestinese ne è la prova. In questo delicato passaggio a cavallo tra relazioni politiche e principi di equità, assume particolare rilevanza il ruolo del piano di pace alla lente del diritto: riconoscendo situazioni giuridiche che il resto della comunità internazionale ha de facto condannato come violazioni del diritto degli stati, Trump ha riedificato sotto diversaprospettiva il termine “precedente”, uno dei princìpi cardine del diritto consuetudinario.

Infatti, nella visione del presidente americano, il fatto che Israele non abbia mai trovato seria opposizione alle sue precedenti politiche espansive è sintomo di legalità e ciò, sempre nella sua visione, ne conferirebbe automatica sovranità. La crisi che deriverebbe dal “Patto del Secolo”, dunque, rappresenta ben più di un tentativo di risoluzione delle controversie, andando a testare con forza i limiti e l’operatività stessa dell’intero sistema di diritto internazionale che oggi viene chiamato a dimostrare l’efficacia dei propri princìpi.

Note

1 Dall’originale di T. Herzl “Der Judenstaat”, 1896; 1° ed. Italiana “Lo Stato ebraico: tentativo di soluzione moderna alla questione ebraica”, 1955.

2 S. CANO DEMA, “La colonización agraria en Israel”, Instituto Valenciano de Economia,Valéncia , 1958, p. 5.

3 ההגנה “La Difesa”, battaglioni armati designati alla difesa dei primi insediamenti coloniali agricoli e relativi cittadini ebrei; si scinderà più avanti nella sua ala più radicale e terrorista “Irgun”, לאומי צבאי ארגון , “Organizzazione Militare Nazionale”.

4 E. BENVENISTI, “The International Law of Occupation”, Princeton University Press, Princeton, 2004, p.5.

5 Ibidem. p. 49

 

 

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