Il ruolo dell’Iran nella politica estera pakistana è sovente sottovalutato nonostante la sua centralità nelle diverse tematiche a carattere regionale: politiche, economiche, religiose e militari.

L’attenzione sulla politica estera pakistana, a causa dei recenti sviluppi geopolitici, si concentra quasi esclusivamente sulle relazioni con India, Arabia Saudita, Afghanistan e, più recentemente, Cina, ignorando l’importante ruolo dell’Iran. Nonostante i forti legami culturali e religiosi esistenti, e un confine di ben 909 chilometri, le relazioni tra Pakistan e Iran sono spesso considerate periferiche rispetto a quelle con gli altri Paesi appena menzionati.
Storicamente, dal 1947 ad oggi, esse hanno subito una significativa trasformazione. Nei primi anni, grazie al comune schieramento a fianco degli Stati Uniti e dell’intero Blocco Occidentale, esisteva una significativa cooperazione in materia culturale, economica e di sicurezza tra i due Paesi.
Nel 1947, l’Iran fu il primo Paese a riconoscerne l’indipendenza del Pakistan dalla Gran Bretagna, e nel 1950 lo shahMohammad Reza Pahlavi fu il primo capo di Stato straniero a visitare il Paese. Per il Pakistan, l’Iran rappresentò un alleato naturale e un modello di Stato secolare, centralizzato e orientato all’Occidente.  La vicinanza crebbe nel 1955 grazie all’adesione di entrambi i Paesi alla Central Treaty Organisation (CENTO)[1]sponsorizzata dagli Stati Uniti, che rafforzò la cooperazione in materia di sicurezza, e attraverso la creazione della Regional Cooperation for Development (RCD) nel 1964 tra Iran, Pakistan e Turchia.[2]

Tale convergenza si materializzò soprattutto nel supporto iraniano al Pakistan nella mediazione negli anni ’60 durante la tensione con l’Afghanistan scaturita da problematiche di confine, e dal sostegno materiale e diplomatico durante la guerra con l’India nel 1965.  Tuttavia, le relazioni bilaterali sono state influenzate notevolmente dalla rivoluzione khomeinista del 1979 e dal coinvolgimento del Pakistan nella coalizione antisovietica durante la guerra tra Afghanistan e URSS (1979-89). Questi due eventi hanno contribuito a far emergere, agli occhi di Teheran, la percezione di un Pakistan portavoce degli interessi statunitensi nella regione. Sebbene inizialmente entrambi avessero fornito aiuto ai mujahedeen antisovietici, e quindi parte della stessa “coalizione”, l’evolversi delle dinamiche belliche e politiche in Afghanistan determinarono un cambiamento nei rapporti bilaterali.  In seguito, il sostegno di Islamabad al governo talebano di Kabul dal 1996 al 2001, ha permesso un avvicinamento tra Iran e India, provocando una polarizzazione di Teheran e Islamabad su due fronti opposti.

 Da un lato il Pakistan e il suo sostegno ai talebani di etnia pashtun, dall’altro l’Iran in supporto al “Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan”, conosciuto anche come “Alleanza del Nord”, composto in gran parte da gruppi non pashtun quali tagiki, uzbeki, turkmeni e azeri. I legami tra i due Paesi però, sebbene provati all’indomani della Rivoluzione Islamica da innegabili divergenze ideologiche, religiose e politiche esistenti, non cessarono del tutto. Anzi, durante gli anni ’90 ci fu una certa collaborazione nella difesa. Ad esempio, il Pakistan contribuì a fornire all’Iran la tecnologia nucleare.  A partire dal 2001, l’intervento degli Stati Uniti in Afghanistan, cosiddetta “Guerra al terrorismo”, è stato all’origine di nuove tensioni tra Iran e Pakistan. Il partenariato geostrategico tra Pakistan e Stati Uniti ha avuto una ricaduta sulla cooperazione con l’Iran, per il quale l’idea di un Pakistan portavoce degli interessi statunitensi nella regione non è mai venuta meno.

Le posizioni diametralmente opposte di Iran e Pakistan si sono proiettate anche nei vertici tripartiti parte del processo di ricostruzione del Paese iniziati dopo l’elezione di Hamid Karzai a presidente dell’Afghanistan nel 2004, impedendo un’effettiva convergenza tra le parti. Inoltre, il Pakistan non ha mai del tutto cessato il sostegno ai talebani afghani, cercandone addirittura l’inclusione nel futuro politico afghano.  L’Iran è ben conscio che una “ri-talebanizzazione” dell’Afghanistan, oltre che essere una minaccia alla stabilità regionale, rappresenta un tentativo del Pakistan per mantenere la sua sfera di influenza nel Paese.

In più, a partire dagli anni ’80, la vicinanza del Pakistan alle monarchie del Golfo, prima tra tutte l’Arabia Saudita, ha reso il Paese soggetto a un graduale processo di islamizzazione. Questo ha provocato una progressiva violenza settaria non ancora domata non solo con le altre minoranze religiose del Paese, ma anche all’interno della vasta e variegata comunità musulmana. La presenza saudita esercita un notevole ascendente sulla politica estera pakistana. In quanto Repubblica islamica a maggioranza sunnita, il Pakistan è storicamente soggetto all’influenza culturale e ideologica saudita, notevolmente aumentata dall’avvento dei petrodollari e dell’alleanza strategica durante la guerra tra Afghanistan e URSS. La presenza saudita, dapprima limitata alla sfera culturale e religiosa, si è diffusa soprattutto all’arena politica, con il coinvolgimento diretto di Riyadh negli affari interni del Pakistan.

Il Pakistan fa sempre più affidamento sugli aiuti sauditi e Riyadh ha a sua volta demandato il suo coinvolgimento nel proprio piano di sicurezza regionale, con evidenti implicazioni per le relazioni con l’Iran. La via saudita è un canale quasi obbligato per la politica estera pakistana, soprattutto il supporto politico, militare ed economico statunitense è iniziato a venir meno durante il governo Obama per poi culminare nel 2018 con l’accusa di Trump a un Pakistan “oasi per terroristi e gruppi jihadisti”. La ricerca di una maggiore collaborazione con la monarchia del Golfo non si limita solo ai vertici dell’apparato governativo e militare pakistane, ma si estende anche alle masse del Paese, le quali oltre ad essere soggette alla valenza culturale e religiosa saudita, sono influenzate anche dal patrocinio di questa a gruppi religiosi e madrase[3].

 

Molti di questi gruppi sono oggetto del finanziamento saudita addirittura dalla guerra afghana del 1979[4] e sono di stampo salafita Ahl-e-Hadith e deobandi, come ad esempio la Jamiat AhleHadith e Sipah-e-Sahaba Pakistan (in seguito ribattezzato Millat-e-Islamia e ora noto come Ahle Sunnat Wal Jamaat), e la loro presenza è centrale nella violenza settaria anti-sciita. Ovviamente anche l’Iran partecipa al finanziamento dei gruppi sciiti, quale il Tehrik-e-Nifaz-e-Fiqah-e-Jafaria. Nei fatti, lo scontro a sfondo settario tra Iran e Arabia Saudita che infiamma l’intero Medio Oriente e che non accenna a diminuire, interessa estensivamente anche il territorio pakistano. Si stima che 285 madrase in Pakistan ricevano finanziamenti stranieri, un terzo delle quali dall’Iran e due terzi dall’Arabia Saudita e da altri stati sunniti nel Golfo.

Centrale, nelle relazioni tra Pakistan e Iran, è infine il ruolo svolto dall’India. La strategia indiana che mira a un progressivo isolamento diplomatico del Pakistan è sempre stata fonte di enorme preoccupazione per quest’ultimo. Questa preoccupazione si riflette nelle relazioni tra Teheran e Islamabad, e in particolare in due punti di carattere strategico ed economico. Il primo riguarda le accuse rivolte dal Pakistan all’Iran nel tollerare il sostegno indiano ai movimenti separatisti baluci di base in Iran e impegnati in attività transfrontaliere in Pakistan, e coordinati mediante il consolato indiano a Zahedan, città nella regione iraniana del Sistan-Balochistan al confine con il Balochistan pakistano. Il consolato, ufficialmente creato per favorire i collegamenti economici tra India e Iran, sarebbe in realtà la base per operazioni clandestine anti-pakistane condotte dall’agenzia di intelligence indiana Research and Analysis Wing (RAW). Una conferma a questa supposizione si può trovare nel caso di Kulbhushan Jadhav, una spia indiana catturata dalle autorità pakistane in Balochistan.

L’altro punto dolente, è rappresentato dalla partnership economica indo-iraniana che si sarebbe dovuta realizzare nel porto iraniano di Chabahar, ma che risulta per il momento molto rallentata, se non interrotta del tutto. Ciò è stato dovuto sia al riallineamento indiano in favore di un avvicinamento agli Stati Uniti, sia al progressivo avvicinamento di Teheran con Pechino. Tuttavia, nelle dinamiche regionali l’Iran è ben conscio dell’importanza di mantenere relazioni equilibrate tanto con il Pakistan quanto con l’India. Ciò è particolarmente vero se si tiene conto della posizione dell’Iran a favore del Pakistan sulla disputa del Kashmir, e per questo accusato di parzialità dall’India. Però, nonostante le rassicurazioni e le dichiarazioni di intenti tra Iran e Pakistan, l’attuale scenario geopolitico è ben diverso dai tempi dello shah, e nell’ipotesi di un confronto armato tra India e Pakistan, un intervento iraniano non sarebbe escluso. Ciò è sintomatico del modo in cui le politiche iraniane si collegano agli interessi di sicurezza pakistani nella regione. Con gli investimenti dell’India nel porto di Chabahar e quelli della Cina nel porto di Gwadar, l’Iran e il Pakistan sono bloccati nella competizione geopolitica e geoeconomica, con il porto di Chabahar ritenuto dal Pakistan come un simbolo della crescente influenza regionale indiana.

Sempre dal punto di vista economico, dal 1995 gran parte delle discussioni in materia di cooperazione tra Pakistan-Iran hanno interessato il progetto di gasdotto tra Iran e Pakistan. Il progetto procede però a fasi alterne, principalmente a causa delle sanzioni internazionali contro l’Iran. Inizialmente la proposta includeva anche l’India, a seguito ritiratasi per assicurarsi un accordo nucleare con gli Stati Uniti.[5] In realtà l’Iran ha costruito la sua parte del gasdotto, che deve solo essere collegato alla parte pakistana, una volta che Islamabad adempirà alla sua parte dell’accordo costruendo altri 700 chilometri. Nel 2019 tuttavia, il primo ministro pakistano Khan ha annunciato la volontà di portare a termine questo progetto a lungo rimandato.

Attualmente quindi, il livello di cooperazione, sia economica che militare, è molto al di sotto del potenziale stimato a cui si aggiungono anche limitati, ma presenti, scontri di confine e accuse reciproche di supporto a gruppi terroristici transfrontalieri sia di matrice religiosa che etnica. Tuttavia, le relazioni bilaterali hanno mostrato una notevole capacità di resilienza, che ne permetterebbe la continuazione anche in questo scenario altamente instabile sia a livello regionale che globale.

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