L’impegno statunitense in Afghanistan si arricchisce di un capitolo nuovo. Lo scorso 29 febbraio, a Doha, l’inviato speciale USA in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, e uno dei più eminenti leader Talebani, Mullah Abdul Ghani Baradar, hanno firmato un accordo di portata storica, sulla cui fattibilità aleggia, però, un certo scetticismo. Nelle intenzioni dei firmatari, l’accordo rappresenta il primo passo per pacificare le forze governative afghane e quelle Talebane, che controllano quasi i due terzi del territorio. Benché ambizioso, tuttavia, il patto presta il fianco a diverse incognite. Quali sono gli impegni assunti dalle due parti? Quanto reggerà? Ci si può davvero fidare dei Talebani? Cosa pensa il governo afghano della parziale, e poi totale, ritirata delle truppe statunitensi dall’Afghanistan?

Tra brusche frenate e sorprendenti cambi di passo, gli Stati Uniti e il gruppo afghano dei Talebani hanno raggiunto un accordo, per avviare un complesso processo di pace in Afghanistan. In conformità alle volontà di disimpegno militare dalle endless wars (guerre senza fine) del Presidente Trump, gli USA si impegnano a ritirare i propri contingenti dall’Afghanistan in cambio di assicurazioni da parte dei Talebani di ridurre la violenza, non ospitare gruppi terroristici ed iniziare i negoziati di pace con il governo di Ashraf Ghani, la cui legittimità non è mai stata riconosciuta dall’organizzazione politica e militare fondamentalista aghana. L’accordo prevede, inoltre, un cessate il fuoco immediato e la riduzione entro 135 giorni delle truppe statunitensi da 12.000 a 8.600 unità; mentre, se i talebani rispetteranno i termini del patto, le forze USA e NATO formalizzeranno la ritirata totale entro 14 mesi. Ma il punto forte dell’accordo, la vera sfida di questa fase politica, è portare al tavolo dei negoziati il governo e i Talebani, tra cui non sono mai stati intrattenuti contatti diretti. In base al documento firmato a Doha, i colloqui tra le due parti dovrebbero iniziare nel mese di marzo. Tuttavia, il governo di Kaboul nutre forti dubbi sulle reali intenzioni talebane, dato che, come conferma la cronaca recente, alle parole non seguono i fatti.

Le parole del leader talebano Jirajuddin Haqqani, pubblicate in un editoriale sul New York Times, lasciavano ben sperare in una distensione nei confronti delle forze afghane. “Se possiamo raggiungere un accordo con un nemico straniero, possiamo anche risolvere i disaccordi intra-afghani”, ha dichiarato Haqqani dalle colonne del quotidiano newyorkese. Ciò nonostante, nei giorni successivi all’accordo, si è registrato un grave episodio di violenza ai danni delle forze governative. I Talebani, violando il cessate il fuoco previsto dall’accordo, hanno condotto 43 attacchi bomba contro le forze afghane stanziate nella provincia di Helmand. La reazione americana, affidata ad un attacco drone contro le postazioni talebane, non ha tardato ad arrivare. Oltretutto, lo scorso mercoledì 4 marzo, il Segretario USA alla difesa, Mark Esper, si è presentato davanti una commissione del Senato, ed ha espresso parole di condanna rispetto al mancato impegno da parte dei Talebani per ridurre la violenza. Tali schermaglie, unite alle divisioni interne ai gruppi Talebani, gettano incertezza sulla fattibilità di un accordo che si propone, in ultima istanza, di stabilizzare il quadro afghano, sfrondandolo da settarismo e violenza politica. Il martoriato Paese asiatico non è nuovo a recrudescenze di questo tipo, in grado di pregiudicare il processo di pace. Gli americani hanno subito temuto per l’integrità del patto, su cui il Presidente Trump ha scommesso molto rispetto alla sua attività in politica estera.

Dopo gli ultimi fatti di cronaca, Trump ha chiamato personalmente uno dei sottoscrittori dell’accordo, il leader talebano Mullah Abdul Ghani Baradar, con l’obiettivo di ottenere rassicurazioni sugli impegni assunti a fine febbraio. È stato il primo contatto diretto del Presidente americano con un esponente talebano: una conversazione definita da Trump “ottima”, in cui i Talebani avrebbero confermato l’intenzione di iniziare i colloqui di pace con il governo.

Ma da Kaboul emerge una certa diffidenza sulle sincere volontà pacificatrici degli antagonisti storici. Potrebbe, infatti, trattarsi di pura retorica, strumentale a convincere gli statunitensi a ritirare i propri soldati, abbandonando così il governo afghano al suo destino. I Talebani sono una vera e propria forza militare, con avamposti in tutto il territorio afghano e il sostegno di parte della popolazione. Nei quasi 20 anni di conflitto hanno perso decine di migliaia di uomini, oltre ad aver causato la morte di circa 2.400 americani, 1.100 soldati NATO e, come stimano alcuni analisti, di 45.000 ufficiali afghani.

Ogni giorno, in Afghanistan, è un’occasione persa per pacificare le forze in campo. Ma ciò dovrà avvenire in base ad un dialogo spontaneo e nell’interesse della popolazione, che tenga conto delle rispettive aree di influenza territoriale e si ponga l’obiettivo del progressivo disarmo. Diventa necessario smorzare la reciproca diffidenza, sentimento principale che tiene l’Afghanistan in ostaggio della violenza.

 

FONTI:

https://iari.site/sullafghanistan-trump-naviga-a-vista/

https://iari.site/la-guerra-in-aghanistan-a-scapito-della-verita-i-documenti-che-inchiodano-gli-stati-uniti/

https://time.com/5796592/afghanistan-peace-deal-taliban-attacks/

https://www.bbc.com/news/world-asia-51735315

https://www.cfr.org/backgrounder/us-taliban-peace-deal-agreement-afghanistan-war

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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