L’Unione europea, relativamente alla questione libica, risulta ormai la grande assente nel conflitto libico e anche nei confronti di quegli attori regionali e globali che ne fanno parte.

Le istituzioni di Bruxelles non sono mai riuscite ad esprimersi con una voce sola, con un’interesse comunitario, né tanto meno ad pianificare una posizione comune su un dossier altamente delicato per gli equilibrio politici, energetici e di sicurezza del continente. La mancata presa di posizione  decisa dagli Stati membri dell’Unione europea sul conflitto libico, ha favorito l’avanzare di attori regionali, come Emirati Arabi Uniti, Turchia e Egitto e attori globali come la Russia: così facendo si è resa la Libia un’area dove si sfogano le competizioni per il potere nel Nord Africa. Concludendo questa breve premessa, è opportuno affermare che la cosiddetta “diplomazia dei Ventisette” è venuta a mancare, mostrandosi come spettatrice impotente degli effetti delle divisioni interne tra i diversi Governi europei.

 Il 31 marzo 2020 è stata avviata ufficialmente la nuova missione “EUNAVFOR MED IRINI”. La missione costituisce la prima iniziativa congiunta elaborata dall’Unione europea per la Libia da quando un anno fa – era il 4 aprile 2019 – l’offensiva del Generale Khalifa Haftar su Tripoli ha intensificato ulteriormente il conflitto. IRINI (che in greco significa “pace”) si pone l’obbiettivo di far rispettare l’embargo sulle armi per la Libia disposto dall’ONU con la Risoluzione 2292 approvata il 14 febbraio 2016, così da rendere più facile il raggiungimento di un cessate il fuoco permanente e ribadire che l’unica soluzione per porre fine al conflitto è quella politica e non militare.  L’idea di avviare una missione militare è stata avanzata durante la Conferenza di Berlino, avvenuta nella capitale tedesca lo scorso 19 gennaio. L’invio della missione è stato approvato il 17 febbraio all’unanimità in occasione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea. Anche Josep Borrell, l’Altro rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha sottolineanti il rischio per l’Unione di diventare irrilevante nella crisi libica se non si fosse adoperata subito.

Inoltre, lo stesso Alto rappresentante, nel vertice informale del 4 e 5 marzo tra i ministri della Difesa dell’Unione europea, ha riconosciuto il lavoro svolto dall’Italia con il comando dell’Operazione SOPHIA, assegnando il comando di IRINI al contrammiraglio Fabio Agostini nella sede di Centocelle a Roma (sede anche di SOPHIA), mentre il vice-comando spetterà alla Francia.L’operazione IRINI veniva presentata come la soluzione ottimale per ribadire l’impiego europeo a fianco del processo diplomatico guidato dall’ONU. Il suo effettivo impiego è stato preso in considerazione nella seconda metà di marzo quando si è verificata la brusca interruzione dei negoziati che erano proseguiti in maniera secondaria dopo la Conferenza. I combattimenti nel mese di marzo hanno ripreso vita sia attorno a Tripoli e sia sull’asse Sirte-Misurata.

Un rapporto elaborato dallo “Stockholm International Peace Research Institute” analizza come il Governo di Accordo Nazionale (GNA) avrebbe ricevuto nel 2019 un elevato numero di veicoli corazzati e sistemi di pilotaggio remoto di aeromobili (UAV) dalla Turchia. Invece, l’Esercito Nazionale Libico (ENL) di Haftar tra il 2015 e il 2019, avrebbe ricevuto veicoli corazzati dalla Giordania e dagli Emirati Arabi Uniti (EAU), insieme a UAV ed elicotteri da combattimento.

La missione IRINI, quindi, dovrebbe presentarsi come missione di disinnesco di quel meccanismo di alleanze e collaborazione regionale che ha permesso alla crisi libica di assumere una portata senza precedenti per intensità e durata del conflitto. Infatti, sia il Governo di Unità Nazionale di Tripoli (GUN) sia l’Esercito Nazionale Libico di Haftar (ENL), senza il persistente supporto degli sponsor esterni, avrebbero dovuto prendere atto che le rispettive forze messe in campo sono equivalenti. Per cui, il continuo afflusso di mezzi militari, armamenti e squadre di mercenari  (sopratutto di provenienza russa) diretti a entrambi gli schieramenti da attori regionali terzi, genera un circolo vizioso che alimenta senza ombra di dubbio l’escalation.

Analizzando, però, in modo chiaro il mandato della missione, appare che il dispositivo della stessa sia palesamento sbilanciato e inadatto a far cessare del tutto l’afflusso di armi verso il territorio libico: IRINI, infatti, mobiliterà i propri assetti solamente per i traffici che avvengono via mare, mentre risulterà meno operativa per i traffici di armi che si verificano via terra e via aerea. Così facendo si andrà a ostacolare un’attore regionale specifico: la Turchia. Il governo di Ankara, alleato al Governo di Unità Nazionale di Tripoli (GUN), effettua rifornimenti di assetti militari quasi esclusivamente via traffico navale.

Al contrario, verrà meno il controllo sui rifornimenti per l’Esercito Nazionale Libico di Haftar (ENL): gli attori regionali in sostegno all’ENL – quali Emirati Arabi Uniti, Giordania e Egitto – infatti, effettuano le loro spedizioni tramite voli cargo, ma anche attraverso la frontiera terrestre libico-egiziana. Infatti, i mezzi militari che saranno messi a disposizione della missione IRINI, sono soprattutto assetti navali ai quali il mandato della missione garantisce la facoltà di condurre ispezioni al largo delle coste libiche su tutto il canale navigabile sospetto di trasportare armi e carichi in violazione all’embargo ONU: qualora una nave venga ritenuta sospetta, essa potrà essere fisicamente dirottata su porti europei per effettuare l’ispezione.

L’ampio raggio operativo della missione consente il pattugliamento della parte orientale delle acque libiche, zona navale da cui provengono i carichi della Turchia: risulta infatti che Ankara abbia privilegiato la città costiera di Smirne come punto di carico privilegiato. È fondamentale aggiungere, però, che il gruppo navale messo a disposizioni di IRINI non potrà operare all’interno delle acque territoriali libiche, nel suo spazio aereo e sul suo territorio, a meno di non ricevere un invito esplicito del Governo libico; condizione che difficilmente potrà accadere, visto che di Governi ve ne sono due in guerra tra loro e che tale  permesso in cinque anni di operazione della missione SOPHIA non è mai stato ottenuto.

Di conseguenza, ciò comporta che il traffico di armi diretto in Libia attraverso il confine terrestre con l’Egitto e quello marittimo entro le 12 miglia dalla costa, potrà continuare praticamente senza ostacoli. Per quanto riguarda, invece, i rifornimenti a sostegno dell’offensiva di Haftar, l’operazioni IRINI appare come una missione che difficilmente causerà danni all’ENL. Gli Stati membri hanno messo sì a disposizione assetti aerei e satellitari, ma il loro compito sarà con ogni probabilità quello di sorveglianza e di raccolta dati.

Se anche con un intensificarsi del conflitto la via aerea diventasse politicamente e militarmente non sostenibile, la schieramento a favore del Generale Haftar potrebbe ancora contare sulla continuità territoriale dell’est libico con l’alleato egiziano. Inoltre, le navi provenienti dal Mar Rosso e dal Golfo Persico, dopo aver attraversato il canale di Suez, potranno navigare nelle acque territoriali egiziane e poi in quelle della Cirenaica sotto il controllo delle motovedette di Haftar, raggiungendo così industriate i porti di Tobruk e Bengasi, senza poter essere intercettate dalle navi europee. In sostanza, lo schieramento di Haftar non rischierà di rimanere senza armi.

 Con quanto appena detto, è lecito aspettarsi un’inasprimento del conflitto nei prossimi mesi. Paradossalmente, l’operazione IRINI rischia di favorire largamente Haftar, mentre la Turchia inizierà a riscontrare severi problemi nel garantire rifornimenti militari al GUN. Analizzando le seguenti tematiche, non è da escludere che Ankara si possa affacciare su altri attori regionali – anche in modo “coperto” – e far sì che essi diventino uno snodo logistico alternativo verso cui potrebbero essere diritti i carichi turchi. La Turchia ha già sondato diverse opzioni, come la Tunisia, ma in particolare l’Algeria che non è mai sembrata a favore di una conquista del potere per via militare da parte di Haftar.

Se quanto appena detto si andrà a verificare, è inevitabile che le tensioni tra Turchia e Unione europea si andranno ad aggravare. Sono molti i dossier in cui il governo di Ankara si può muovere in contrasto con gli interessi europei, e in un caso particolare assume la posizione di forza: è il caso dei flussi migratori. Inoltre, può essere tirato in cause il dossier dello sfruttamento energetico delle risorse di gas al largo di Cipro e nel Mediterraneo orientale, dove sono presenti importante aziende europee come l’ENI (di proprietà italiana) e la Total (di proprietà francese).

 Come obbiettivi secondari, l’operazione IRINI dovrà monitorare e raccogliere informazioni sulle esportazioni illecite di greggio e petrolio raffinato: infatti, più volte il Generale Haftar ha minacciato di commercializzare il greggio libico in autonomia, quindi senza passare tramite le istituzioni preposte come la Compagnia Nazionale del Petrolio (NOC) e la Banca Centrale Libica (BCL) che restano sotto controllo delle istituzioni di Tripoli. Un altro obbiettivo che passa in secondo piano – rispetto all’Operazione EUNAVFOR MED SOPHIA – è contribuire allo smantellamento dei traffici illeciti di esseri umani attraverso la raccolta delle informazioni e pattugliamenti aerei.  Per concludere, a quasi un mese dall’avvio della missione, risultano diverse navi in pattugliamento davanti alla costa libica da parte del governo di Ankara.

Degli assetti navali di IRINI ancora non vi è traccia, complice sicuramente la questione del COVID-19 che ha verosimilmente aggravato la tradizionale timidezza operativa nel settore della difesa dell’Unione europea: le navi europee sono ancora in porto, anche se ufficialmente gli unici due Stati membri che hanno dichiarato di essere realmente pronti a inviare le proprie navi in mare sono Italia e Grecia; mentre la Francia ha dichiarato che prima della metà di maggio le sue navi resteranno in porto. Inoltre, a mio parere, non è da escludere un’aggravarsi della situazione: se qualora le navi della marina turca decidessero di scortare fisicamente le navi cargo piene di armamenti dirette al GUN, si potrebbero creare le condizioni per un confronto armato diretto tra le navi di IRINI e quelle del governo di Ankara.

 Per cui da qualsiasi angolo si osservi la nuova missione europea, le premesse e i vincoli operativi sono la fotografia delle divisioni fra le politiche estere e più in generale gli interessi conflittuali degli Stati membri dell’Unione europea (ricordiamo che la Francia ha simpatie per Haftar). Nel complesso, quindi, l’Operazione EUNAVFOR MED IRINI dimostra una duplice natura: da un lato, la missione rappresenta un’iniziativa troppo timida per ridare voce alla diplomazia dell’Unione europea; mentre dall’altro lato risulta eccessivamente irruenti per non provocare uno sbilanciamento decisivo nelle dinamiche del conflitto. IRINI potrebbero diventare così l’ennesima occasione persa per la credibilità dell’Unione europea come attore rilevante sullo in quel che viene definito “scacchiere internazionale”.

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